Vangel ….. ando
In questa pagina del sito (curata da Gino Mollo), ci proponiamo l’obiettivo di approfondire e presentare una riflessione sul Vangelo.
LE FRAGILITA’ AIUTANO A VOLARE
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28,16-20)
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Eccoli! Ancora loro: gli undici, dopo il disastro del calvario! Ancora dubbiosi avvertono il timore di essere stati lasciati soli. Non riescono a ricordare e a comprendere che il Re, in cui avevano creduto, ora non era più con loro. Non riescono a convincersi che quel ”sarò sempre con voi tutti i giorni” contemplasse un’ assenza così pesante.
La verità è che Gesù sceglie ancora una volta per la Sua Chiesa gli stessi uomini, ma li vuole “insieme” per un cammino che ogni giorno ripropone anche a noi uomini d’oggi innamorati più delle nostri certezze che delle gratuità.
Gesù, anche da “risorto” fece di tutto per farsi credere dai suoi discepoli : si fece toccare il costato, baciare i piedi, preparò per loro una cena di pesce arrostito in riva al mare, ma i dubbi e le paure restarono. Ancora oggi per noi è così: vale la pena credere? Anche se credere in Dio non prevederà mai una ricompensa?
Ma il nostro Dio è ostinato ed ostinato è il Suo ’amore per l’uomo. E’ un Dio che crede profondamente in noi e non si lascia intimidire dalle nostre paure: per questo resteremo sempre gli apostoli della Sua speranza. Questa volta vincono le nostre fragilità, le nostre paure, i nostri dubbi. Incredibile quanto appaia tutto capovolto: le scelte di Dio trovano fondamento nelle nostre debolezze. “Andate, raccontatemi e raccontatevi, portando con voi la grazia di Dio, null’altro”. La ricchezza di cui avete bisogno è la buona novella, la forza che vi sosterrà è il coraggio di mostrarsi deboli come quel Re che scelse di nascere una notte, in una grotta.
IL MOMENTO GIUSTO
Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-23)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Quante volte abbiamo pensato che quello non fosse il momento giusto per cominciare, che bisognava attendere che si verificasse quella cosa per la quale avevamo investito tante energie. Quante volte abbiamo preferito rimandare: la verità è che un motivo si trova sempre per assolversi. Attendere è il verbo che preferiamo fino a quando qualcuno non ci mostra il suo “costato” e le sue mani bucate ricordandoci che più della nostra casa il cenacolo è la strada o la casa degli altri. Noi uomini e donne d’oggi abbiamo molte cose in comune con gli undici apostoli e una più di tutte è la depressione! Avviliti per aver smarrito la speranza continuiamo a chiederci : “Dio dov’eri, quando io……?” Abbiamo bisogno di riconquistare le certezze che la pandemia e la guerra hanno minato. A volte sembriamo tanti “colibrì” che spendono tutte le loro forze per restare immobili e, ahimè,…ci riusciamo!
Lo Spirito Santo ci spinge, ci urta, ci fa cadere e ci trascina per sentieri inesplorati. Ci ricorda che l’unico modo per conoscere una cosa è farla mostrando la faccia tosta che appare una volta tolta la maschera. Ai miei tempi, l’unico modo per conoscere una ragazza era attenderla alla fine della Messa ed avvicinarla: ci riusciva solo chi con coraggio pensava che quello fosse il momento giusto. Oggi ci lamentiamo della Chiesa e dei suoi rappresentanti eppure tutto è cominciato con un Dio ferito, risorto (?) ed un gruppo di uomini spaventati, delusi. Tra questi, uno di loro aveva contribuito in modo sostanziale alla cattura del loro Re e a tutto ciò che ne conseguì. Insomma anche allora sembrava un disastro senza le condizioni per cominciare un cammino. Eppure, se oggi siamo qui, lo dobbiamo a Cristo, che volle una Chiesa aperta all’amore, una Chiesa così grande dove ciascuno potesse entrarvi come volesse scegliendo di andar via subito o di restare poco o tanto : nessuno entra dalla medesima porta. Ogni uomo in Chiesa deve sentirsi amato, altrimenti scappa via. La Chiesa vive e si alimenta con l’amore di Dio per gli uomini, lo Spirito Santo è il dono della forza per saperlo riconoscere: noi dobbiamo scegliere quando cominciare.
NON PER CONDANNARE MA PER SALVARE
Dal Vangelo secondo Giovanni (3,16-18)
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Dio ha mandato suo Figlio (a morire) non per condannare, ma per salvare”. Dio dunque non è venuto per condannare? E da quando? Beh, ma così tagliamo le gambe allo sport preferito dalla nazione, dal continente, dal mondo! Se Dio non condanna, forse neppure noi possiamo giudicare e quindi sentenziare le giuste punizioni al prossimo?
Riguardo la salvezza… lasciateci scegliere tra una vita tranquilla qui e una vita eterna chi sa dove, perché, salvo errori, nei Vangeli non è scritto da nessuna parte dove si andrebbe a vivere in eterno e con quale compagnia.
Forse temiamo che Dio somigli a tutti quei fratelli che continuano a ripeterci: “io per te ci sarò sempre” e poi hanno sempre da fare qualcosa quando chiediamo loro di ascoltarci. Forse non riusciamo a credere fino in fondo ad un Dio che ci perdona sempre semplicemente perché ci ama e a cui apparteniamo per il solo fatto che siamo fatti della stessa carne. Forse abbiamo paura dell’ennesima delusione, di avere a che fare con un Dio che possa salvarci, ma fino a un certo punto, che possa perdonarci, ma non sempre. Forse non riusciamo a vivere un amore che ci è stato proposto ed al quale non riusciamo a dire di sì completamente!
Caro Nicodemo, per essere credibile, Dio ci ha mandato il suo unico Figlio, ci ha parlato del suo amore per l’uomo, ha fatto in modo che morisse sulla croce, ma tutto questo non è bastato. Se oggi continuiamo a condannare tutto ciò che non capiamo e preferiamo “l’uovo da mangiare” invece della “gallina” promessa, allora dobbiamo smetterla di pensare che la salvezza si ottenga con la farisaica osservanza delle regole e che il perdono è solo di Dio e non degli uomini. L’uomo può salvarsi solo salvando gli altri uomini, non c’è altro modo: amando con lo stesso amore che indusse Dio a fare uomo suo Figlio (ricordate Betlemme!). Con la nascita del Bambino Gesù ci è stata data la grande opportunità di scegliere tra il bene di Dio e il letame di satana e questo avviene ogni istante, ogni momento, ogni volta che battiamo gli occhi. Se ci dedicassimo a capire l’enorme l’importanza dei piccoli gesti, riempiremmo la nostra vita di “voglia di fare” e non avremmo più tempo per “giudicare”.
CHI MANGIA DI QUESTO PANE VIVRA’ IN ETERNO
Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il Pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono
i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Credo che anche noi ci saremmo fatti la stessa domanda dei Giudei: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Noi che, appena svegli, pensiamo alla colazione mattutina ed il pensiero del cibo ci fa compagnia tutto il giorno. Giustamente il cibo è nutrimento, benzina che ci permette di vivere, ma conciliare quest’idea con la proposta di mangiare “altra carne” e bere “altro sangue” non è semplice. Non capirono molto i discepoli e forse non capiamo bene neppure noi. Gesù che ci offre di mangiare la Sua carne, ci propone di stare dentro di noi, ci indica la strada, quando Lui non ci sarà più! Ma perché? Come mai un Dio che ci è stato presentato per anni inquisitore, numeratore dei nostri peccati, oggi si mostra così innamorato dell’uomo al
punto di chiedergli di ospitarlo? Le due cose (credo) siano inconciliabili! “Questo è il pane della vita, non come quello che mangiarono i vostri Padri e morirono”. Inequivocabile: Gesù ci parla di una morte senza speranza, dopo una vita trascorsa lontano da Lui e ci chiede di stare con Lui, di cercarlo, di stare insieme. Certo, per vivere quest’amore dobbiamo avere il coraggio di fargli spazio, di ospitarlo nella nostra stalla. Dio non teme di abitare dove c’è il fango, Dio vuole che noi ci liberiamo dalle dipendenze e ci indica la strada: “Colui che mangia me, resterà con me ed io in lui”. Dio ci sta dicendo che ci sarà sempre: ma noi dove siamo, dove saremo? Pensiamo sempre che la casa di Dio sia sulle nuvole, lontano da noi o facciamo in modo che quando Dio bussa alla nostra porta e ci chiede di restare con Lui lo accogliamo? Non è scandaloso fare aspettare Dio all’uscio?
Forse ci siamo abituati ad un’ idea diversa dello scandalo, forse ci fanno gola altri gusti rispetto al sapore della “carne e del sangue di Cristo”, ma il nostro è un Dio ostinato che
(almeno Lui) non riesce a fare a meno di noi. A proposito: ricordate la parabola della “pecora smarrita”?
EVVIVA I DODICI
Dal Vangelo secondo Matteo (9,36-10,8)
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe.».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Leggendo questo passo evangelico, ho l’impressione di vivere un contesto contemporaneo:
“vedendo le folle, ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite”. Non sembra così anche a voi? Prosegue con “la messe è abbondante, ma gli operai sono pochi”: questa seconda affermazione scalza via ogni ragionevole dubbio su quanto sia stato profetico Gesù nel prevedere che il “disorientamento” negli uomini fosse una caratteristica endemica e che “il defilarsi” sia stato da sempre uno degli sport più praticati nella storia.
Sgombrato ogni dubbio (spero) sul fatto che il Vangelo narri situazioni lontane da noi, passiamo oltre: la chiamata! Gesù individua dodici uomini: preferisce i pescatori, ma sono rappresentate diverse categorie di lavoratori. Li vuole con sé e l’Evangelista li elenca tutti indicandone la provenienza: ora sono una squadra, essi hanno il grande merito di aver risposto “sì” a quella domanda che ogni giorno, ogni istante Gesù rivolge a tutti noi “vuoi venire con me?”. I racconti evangelici ci parleranno frequentemente di questi “dodici uomini” che hanno accompagnato il cammino del “risorto” fino a quando hanno potuto: hanno evitato di essergli vicino lungo la salita del calvario e Pietro lo ha rinnegato poco prima; Giuda addirittura è stato il principale ispiratore della Sua condanna a morte. Anche in questo caso (mi perdonerete se torno in argomento) non posso non notare un’ incredibile somiglianza tra “loro” e “noi” ragazzi di oggi.
Confesso che io sono innamorato dei “dodici”, Giuda compreso. Mi aiutano a sperare che anche io possa far parte di quel manipolo di uomini sbandati, peccatori, bugiardi se rispondo di “si” a Gesù, se mi assumo il rischio di fallire, se lascio le mie certezze per credere che l’unica certezza è “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Spesso mi chiedo quali siano i miei meriti se oggi sia qui a scrivere comodamente seduto e non faccia parte di un gruppo di disperati che provano comprare una nuova vita affidandosi a degli assassini.
Papa Francesco ci parla di Gesù come il Padre buono che perdona sempre e che ci invita a fare come Lui. Dio ci chiede tanto, ma ci dona la certezza di essere perdonati, possibilità a cui non pensavo più da tempo, preferendo la conta dei miei peccati. Ho imparato però che i doni bisogna meritarli: non può bastare rispondere “grazie” al donatore e proseguire. Per ricevere il Suo perdono, oltre al “sì” giornaliero, credo che bisogna offrire al Signore soprattutto il “sudore della nostra camicia”, il coraggio di chi sbaglia, il desiderio di fare sempre e comunque la Sua volontà, la forza di abbandonarci tra le Sue braccia, la libertà di scegliere Dio e di mettere da parte l’io.
VALORE DI UN AMORE
Dal Vangelo secondo Matteo (10,26-33)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Quanto valgo? Chi determina il mio valore? Come lo determina?
Chi di noi non si è fatto queste domande! Da tempo le nostre vite sono manipolate dal valore che altri ci attribuiscono; vali perché rendi tanto alla tua azienda, non vali molto perché non hai le caratteristiche giuste per ricoprire quel ruolo: ne abbiamo sentite tante di queste “sentenze” e tante ancora ne ascolteremo.
Ma c’è qualcuno che mi apprezza per come sono? Che non mi propina a suo uso e consumo cosa devo fare per diventare più bravo?
D’altra parte cosa pretendiamo se la valutazione del nostro “valore” la affidiamo agli uomini, tutti orientati come siamo a “scalare posizioni” e a salire nei gradimenti social anche a costo di apparire diversi da come siamo realmente? Si tratta di atteggiamenti molto distanti da quelli di Maria e delle pie donne quando accompagnarono Gesù lungo la faticosa salita del Golgota assistendo ad una morte ingiusta, ma necessaria per spiegarci che un giorno ogni uomo risorgerà dai suoi peccati, grazie a Dio che ha sacrificato il Suo unico Figlio per noi.
Non pensiamo che Dio, per quello che ha fatto, meriterebbe la nostra fiducia? Magari ci vuole talmente bene che (almeno Lui) ci apprezza così come siamo. Lui è triste quando ci vede peccare, sorride quando facciamo del bene e soprattutto fa’ di tutto per “salvarci” dalla morte eterna.
L’amore che Dio prova per noi non si può misurare perché è infinito! E’ difficile immaginare che qualcuno di noi apprezzi completamente la propria condizione e non si
lamenti per quanto sia difficile vivere. Ma il Signore ci fa una proposta: Sappi che per me tutto è importante di te, perfino i capelli del tuo capo sono tutti contati. Io ti amerò sempre, non ti nasconderò la fatica del vivere, ma posso insegnarti a soffrire. Non posso far nulla per realizzare tutti i tuoi sogni, ma ti aiuterò a comprenderne il significato. Se vorrai tenermi con te, potrai parlarmi quando vorrai. Io sarò sempre la tua luce: devi solo decidere se accenderla.
LA SFIDA DI CREDERCI
Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi
accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Leggendo questi versetti si può percepire un Dio pretenzioso, che ci pone delle condizioni molto difficili da realizzare per ottenere “una ricompensa” futura, francamente molto orientata alla speranza che si realizzi, ma che di concreto ha poco o nulla.
Le sensazioni di cui parlo potrebbero essere delle verità se noi fossimo obbligati a seguirLo, invece Cristo ci invita a mettere in gioco uno dei doni più preziosi ricevuti insieme alla vita: la libertà di scegliere, ma anche il dovere di farlo. Gesù vuole che la nostra decisione sia definitiva, consapevole e senza equivoci: “il parlar chiaro è fatto per gli amici”. Ricordate Gesù come chiamò Giuda mentre stava per baciarlo?
Credo che la durezza del dettato sia la garanzia della promessa! Le Parole di Cristo sono una proposta che noi metteremo in concorrenza con tutte le altre. Lo facciamo continuamente, anche senza accorgercene (che è la situazione peggiore) ogni volta che anteponiamo l’egoismo alla disponibilità, quando preferiamo assopirci sul divano invece di andare ad ascoltare il prossimo, ogni volta che giriamo gli occhi da un’altra parte. Insomma… ci bastano le cose che abbiamo? E se dovessimo perderle? La nostra felicità è misurata dai successi, dal raggiungimento degli obiettivi? E se non riuscissimo a conseguirli? E il nostro prossimo: dov’è? Prima o dopo di noi?
Tante domande, ma noi possiamo diventare talmente bravi da “costruirci” tutte le risposte!
Basterà convincercene. Capiterà che una notte, mentre dormiamo, sentiremo le sirene avvertirci che sulle nostre case potrebbero essere lanciati dei missili. Squillerà il telefono o arriverà una mail che garbatamente ci comunicherà il nostro licenziamento: l’azienda che fino al giorno prima apprezzava le nostre performance da oggi non ha più bisogno di noi. Prima o poi faremo i conti con l’assenza delle persone che ci amano sul serio. Allora cambieranno i contesti, le condizioni, le possibilità, gli interpreti, cambierà la vita e, con essa, le domande e le risposte di un tempo perderanno di significato come anche le antiche certezze.
Cristo ci propone di scegliere “una vita” parlandoci chiaro, guardandoci negli occhi: se ci sembra tutto così difficile da interpretare forse dipende anche dal fatto che ci stiamo disabituando ad interagire con queste modalità. Cristo ci ama da sempre e ci continuerà ad amare fino alla fine: questa è la proposta che implica necessariamente di mettere da parte una vita dove conta solo ciò che accumuliamo, ma che possiamo perdere in ogni momento. L’amore, la vicinanza, la fedeltà di Cristo non scompariranno mai dalle nostre esistenze: dobbiamo solo crederci.
GESU’ AMA GLI “SFIGATI”
Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-30)
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Dobbiamo solo crederci”: queste le ultime parole della riflessione sul Vangelo di domenica scorsa. Credere è un verbo che presuppone una continua ricerca e successive convinzioni: un percorso, un camminare insieme a Cristo per cercare di comprendere cosa fare, a chi rivolgersi, dove andare e soprattutto come seguirlo.
Oggi viene fatta chiarezza sui privilegiati, su quelli che, una volta superata l’iniziale diffidenza, decidono di condividere da figlio/a il progetto del Padre! Si, siamo tutti figli di Dio, ma viviamo condizioni diverse in contesti diversi e, avendo ricevuto in dono “talenti diversi”, ognuno di noi continuamente sceglie come investirli ricordando che un giorno ne dovremo rendere conto. Ecco i privilegiati: gli “stanchi e gli oppressi”, coloro che scelgono di caricarsi del “suo giogo dolce e leggero” ed imparare da Lui che è “mite ed umile di cuore” (oggi diremmo sfigato). Ma le caratteristiche dei privilegiati dettate dal Signore sono ancora troppo generiche. In fondo, chi di noi non pensa di essere stato deluso, stanco, indaffarato, sopraffatto, a volte anche “particolarmente sfortunato”? Ma a Gesù non può bastare che i suoi figli ritengano di essere iscritti a quelle associazioni di sventurati: per “imparare” dalle Sue Parole ci vuole ben altro. “Tutte queste cose le hai nascoste ai sapienti, ai dotti e le hai rilevati ai piccoli”.
Quanti di noi abbiamo desiderato diventare adulti con tutto ciò che ne conseguiva? Quante volte abbiamo cercato di camuffare le nostre giovinezze per ostentare una maturità psicofisica ancora in fieri? Quanti affanni per raggiungere il traguardo della maggiore età, vissuto come un desiderio da possedere al più presto possibile.
Ancora un volta Gesù ci sorprende, ci indica persone e pensieri scartati, lontani da noi, da quello che siamo diventati crescendo, magari senza accorgercene.
Il nostro Re ama i bambini con il loro stupore mostrato verso tutto e tutti. La loro capacità affidarsi, di lasciarsi andare è una garanzia di “ascolto”, di voglia di imparare alla svelta. I bambini (sono loro) che ci prendono per mano e ci invitano a seguirli: magari a volte non capiscono quello che diciamo, ma ci osservano fiduciosi perché un giorno lo ricorderanno e lo comprenderanno meglio di noi uomini dotti e sapienti. I piccoli sono bravissimi ad utilizzare la saggezza semplice di chi sa di dover imparare, di chi immagina di poter sbagliare, ma non per questo non affronta le incertezze.
I bambini ci insegnano ad amare, ad ascoltare, ad abbandonarci. Noi tutti che abbiamo avuto la grande fortuna di essere stati come loro, di fronte alla rivelazione del Vangelo di oggi non passiamo fare a meno di fare memoria della nostra fanciullezza, non possiamo privarci di riappropriarci di questo dono, non possiamo rinunciare a tanta bellezza.
LA SEMINA E IL RACCOLTO
Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-9)
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
A.A.A. Seminatore cercasi: recita un’ inserzione che poi dettaglia con dovizia di particolari il profilo di chi potrà ambire a ricoprire questo ruolo. Chi vuole diventare seminatore deve essere sempre disponibile e reperibile perché ogni momento può essere propizio e qualunque posto risultare buono. Egli godrà di ampia discrezionalità nell’esercizio della professione, ma non dovrà mai dare segnali di stanchezza perché diventare seminatori non può prevedere prestazioni part-time in quanto è una scelta di vita. Non importa se c’è poca terra e se essa è sassosa o se le condizioni climatiche non sono favorevoli: è bene comunque seminare!
Non bisogna far caso alle burle dei saggi! Al seminatore ne diranno di cotte e di crude…
I dotti osserveranno che sprecare la semente facendola cadere su un terreno incolto e sabbioso è come dare “le perle ai porci”, è da stupidi e si spreca il seme: i dotti sanno sempre come va a finire!
Bisogna essere forti fisicamente perché per il seminatore non sono previsti periodi di riposo (ferie): se il momento è propizio, è opportuno agire con sveltezza, senza indugi. Bisogna avere della speranza un concetto altissimo perché al seminatore non verrà consentito di avere un resoconto della sua attività: il seminatore non raccoglierà mai ciò che nascerà e crescerà nei posti dove egli ha lavorato. Per il seminatore non è previsto nessun compenso né ora né mai! A questo punto, i candidati (noi tutti) dovremo iniziare una profonda riflessione prima di aderire all’offerta di lavoro perché viene chiesto tanto ed in cambio pare che non venga offerto alcunché. Mi intriga però la location scelta da Gesù per parlarci: in riva al mare, salì su una barca e tanta gente si radunava per ascoltarlo. Come sempre doveva dirci qualcosa di importante, qualcosa che poteva cambiare le nostre vite: ed ecco che arriva la proposta folle del seminatore!
Siamo tutti bravi a decidere di investire le nostre vite chiedendo garanzie di successi, ma Gesù ci vuole coraggiosi: non è semplice sperare e credere che il proprio lavoro fatto di impegno e sacrificio possa essere vanificato da condizioni poco favorevoli; è da visionari impegnarsi a gettare il seme sapendo che la terra lo possa rifiutare e che quand’anche dovesse nascere un germoglio sarà difficile che possa diventare un albero. La tentazione di sentenziare “chi me lo fa fare” è lì, sulla punta della lingua.
“Chi ha orecchi, ascolti”. La bellezza dell’amore di Cristo è tutta qui. Chi vuole, lo faccia: tutti possiamo diventare seminatori o nessuno. Gesù ancora una volta ci fa una proposta che rimarca la diversità del Suo modo di pensare rispetto al nostro. Coraggio, gratuità, eternità, dono con tutto ciò che ne consegue saranno sempre gli ingredienti del pasto che Egli ci invita a condividere. Ma quando spunterà una piccola pianta dalle feritoie dell’asfalto, stiamone certi, Gesù sorriderà insieme a noi.
SIGNORI ECCO SATANA!
Dal Vangelo secondo Matteo (13, 24-30)
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”.
“No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
E’ giunto il momento di cominciare a riflettere sulle gesta di Satana, questa parabola ce ne dà la possibilità. Parlo di Satana, il demonio. Sarà un mio limite, ma oggi nel vasto panorama globalizzato della comunicazione, articoli, social e tutto ciò che ne consegue, raramente leggo di opere riconducibili al nostro principale nemico. Non è questo il momento ed il contesto per spiegare i motivi di questo “annacquamento”, ma fateci caso! La parabola raccontata da Gesù ci dà modo di riconoscere Satana in una delle sue manifestazioni più interessanti: “seminare zizzania” nel campo dove cresce il grano buono, frutto del duro lavoro, della perseveranza, della pazienza, del sacrificio, della speranza. Il demonio compie un gesto strategico perché mette insieme nello stesso posto due piante, distanti tra loro nello spirito, ma dello stesso genere determinando quella “confusione” che non ci fa capire dove inizia la zizzania e dove comincia il grano. I servi (noi) abboccarono come dei “pescetti”. La “confusione” genera la fretta che indossa il vestito bello della buona azione: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? Vuoi che andiamo a raccoglierla?
No! Non possiamo rischiare: raccogliere ora grano e zizzania vuol dire perdere parte del grano, vuol dire sacrificare anche un solo chicco di grano. Per Gesù non funziona così. Il nostro Dio non lascia indietro nessuno e quando qualcuno di noi è stanco, solo, abbandonato, si ferma ad attenderlo per ripartire. Gesù offre a tutti la Sua presenza, dona a tutti un’opportunità. Ma la strategia di Satana non finisce qui. Far crescere nello stesso campo bene e male: il nostro Dio lo permette? Perché non interviene e magicamente fa scomparire la zizzania? Insomma, dov’è l’Onnipotente? A cosa serve un Dio che può far tutto se non agisce proprio ora? Innescare questo tarlo è uno dei cavalli di battaglia del demonio: screditare Dio ai nostri occhi. Possiamo dire che non ci riesce?
“Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme”: Gesù ci sta dicendo che il male esiste e che non dobbiamo avere paura della sua vicinanza, ma dobbiamo imparare a riconoscerlo e a dirgli di NO! Gesù quando ci invita ad aspettare, rivela l’imbroglio di Satana che spera di fare di tutta l’erba un fascio per rendere tutto più semplice ai nostri occhi: in un campo infestato di zizzania buttiamo via tutto, senza pensarci troppo…facciamolo ora! Il successo di Satana è la misura delle nostre adesioni al suo pensiero caratterizzato da decisioni
immediate, possibilità di ricominciare subito, cultura dello scarto. Accorgersi dell’opera e della presenza di Satana non è affatto semplice. Nel nostro mondo “rivelato” l’angelo della morte ha scelto di non apparire: egli ancora una volta ha mostrato il valore della sua malvagità. Non ha fatto i conti con la pazienza di Dio che ci invita ad aspettare, che ci indica la strada affinchè nulla e nessuno si perda perché ognuno è prezioso ai suoi occhi e va riposto nel “granaio”.
LA VITA PER UNA PERLA
Dal Vangelo secondo Matteo (13, 44-46)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Durante le scorse settimane ci siamo imbattuti nel verbo seminare, ora ci viene proposto un altro verbo: cercare o, se volete, ricercare.
Ho sempre avuto grande interesse ed ammirazione per i cercatori d’oro e per la vita avventurosa che essi scelgono. Partono per una terra lontana dove necessariamente trascorreranno gran parte dei loro giorni per cercare qualcosa che c’è da qualche parte, ma che bisogna trovare. Tra l’altro, nel ricercare la materia preziosa non sono soli: devono sgomitare per gestire la concorrenza di altri uomini. Penso anche che la loro speranza abbia un po’ il sapore della meschinità, dell’egoismo visto che il loro obiettivo è quello di diventare ricchi. Vedete: è sempre dietro l’angolo il tranello del giudizio.
Quello che mi affascina dei cercatori d’oro è che giocano tutta la loro vita in una partita dove l’ unica regola è “il certo per l’incerto”; anche per i cercatori di perle è così: finalmente, dopo averne trovata una, vendono tutto ciò che hanno per comprarla. Seminare, ricercare caratterizzano modi di vivere che presuppongono caparbietà, certezza in una fede che garantisce una speranza raccontata da un uomo che, con il Suo sacrificio, continua a donarci la gioia della salvezza. Noi cristiani la perla dobbiamo cercarla ogni giorno e con tutte le nostre forze anche perché c’è bisogno che viva insieme alle altre. Una perla da sola, nella sua conchiglia ha poco valore: costruire una collana di perle è la nostra missione.
Probabilmente per noi uomini e donne contemporanei è complicato comprendere che dobbiamo trascorrere una vita a cercare qualcosa che, solo se trovata, ci potrà procurare una gioia così grande da decidere di vendere tutto quello che abbiamo accumulato pur di possederla: potrà mai esistere “qualcosa” di così importante?
Il tesoro che dobbiamo trovare è la voglia di cercare Cristo ovunque e di porlo al centro di tutto, nonostante Satana, nonostante i dolori, nonostante gli insuccessi, nonostante la stanchezza, nonostante le cadute. Oggi, domani, il Signore Dio ci tenderà sempre la mano per aiutarci a rialzarci.
Pensate si possa trovare un tesoro più grande della speranza di poterlo guardare negli occhi ogni volta che i nostri pensieri coincidono con i suoi?
CHE PAURA!
Dal Vangelo secondo Matteo (14, 22-33)
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla.
Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
La barca era distante molte miglia dalla terra ferma ed il mare era in tempesta. Uno scenario spesso vissuto da ciascuno di noi e accompagnato da un pensiero che ci è appartenuto e
probabilmente ci apparterrà ancora: oramai non c’è nulla da fare…è tutto così difficile…ho paura di non farcela.
Eppure tra gli apostoli c’erano molti pescatori, la barca (sebbene agitata dalle onde) era in mare, il loro posto di lavoro, l’habitat dove trascorrevano gran parte del loro tempo: ciononostante
temettero per la loro vita. E quando Gesù si stava avvicinando per salvarli esclamarono: “E’ un fantasma!”. Ancora una volta non lo riconobbero. E’ proprio vero: la paura procura stati d’animo alterati e tanto altro.
Insomma, mentre le onde del mare agitavano le vite dei discepoli, Gesù era sulla montagna a parlare alle folle e poi a pregare, da solo. Pareva proprio che alla distanza fisica tra il Maestro ed i discepoli corrispondesse una reale lontananza spirituale. Il timore di non capirsi serpeggiava, gli apostoli (forse) immaginavano che quell’amicizia speciale avrebbe garantito una vita agiata, un riconoscimento di status da parte della comunità, perché loro facevano parte della squadra del Maestro, erano stati quelli che avevano lasciato le loro case per seguirlo. Trovarsi nel mare, tra la vita e la morte, pensavano di non meritarselo, in quei momenti cedettero che proprio a loro non avrebbe dovuto capitare una simile sventura ed ebbero paura.
“Coraggio, sono Io, non abbiate paura”. “Uomini di poca fede, perché avete dubitato?”. E’ lo stile di Gesù: prima perdona, poi insegna. Siamo tutti consapevoli e convinti che la paura non potrà mai essere debellata, che fa parte della nostra esistenza e che è “normale” averla come compagna di vita: è un libro che fa parte di quella enciclopedia della “rassegnazione” che ognuno di noi possiede. Lottare contro la paura è inutile, si perde sempre, meglio augurarsi che le cose possano andar bene/meglio, circostanza che non dipende solo da noi, ma soprattutto da un Dio che tutto dispone. Poveri apostoli, poveri noi quando non spereremo più, quando penseremo che i sogni sono solo illusioni, quando ci convinceremo che non esistono più fratelli che ci tengono per mano o che ci possono tendere la mano: è la nostra fede che sta retrocedendo e che ci sta allontanando da Dio. Questo è il timore degli uomini che sentono Dio lontano, un Dio che invece di far cessare i conflitti, dare da mangiare ai poveri, risolvere qualche (mio) problema, resta lì, sulla montagna a pregare. Il male, le differenze, le miserie, le paure non scompariranno mai. Gesù è venuto tra di noi ad insegnarci con la Sua vita il significato di espressioni come “eccomi”, “vieni”: noi non dobbiamo mai allontanarci dai suoi insegnamenti, altrimenti il rischio di diventare pescatori che temono le onde del mare è grande.
A Michela Murgia va la nostra preghiera. Beata lei che quaggiù aveva già compreso come le cose sarebbero andate lassù.
SAZIAMOCI DI BRICIOLE.
Dal Vangelo secondo Matteo (15, 21-28)
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita (Vangelo
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù stava andando via dalla sua terra dove gli scribi e dei farisei (sempre presenti) continuamente gli opponevano il primato della legge sull’uomo, dell’osservanza sull’amore: ma è
la legge al servizio dell’uomo non il contrario! Sul suo cammino incontra una donna, anzi una mamma che, guarda caso, anch’ella stava uscendo dalla terra di Tiro e Sidone, zona di peccato e di conflitto.
La mamma implora pietà per sua figlia e chiede a Gesù di liberarla dal demonio. Una richiesta dolorosa, ma che solo le mamme riescono a fare. Solo le mamme trovano la forza di chiedere senza vergognarsi di nulla quando il “male” si impadronisce della propria carne. Questa volta la risposta di Gesù lascia tutti di pietra: “Non tocca a me, cosa volete, io sono venuto per altri, per altro”. Di fronte a questa dichiarazione, chi poteva trovare il coraggio di replicare?
Solo la madre! “….eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.
Le briciole, fastidiosi residui del pane, le raccogliamo appena finito il pasto, preoccupati per l’ordine e la pulizia delle nostre case. La mamma invece ci ricorda che le briciole le mangiano i cani ed oggi, tanti uomini e donne domandano briciole per potersi cibare. E’ il modo di pensare di Gesù: non esistono cose grandi o piccole, ma persone che rendono doni preziosi tutto ciò che incontrano.
La mamma ha una fede immensa e crede che solo Gesù possa accontentarla: “dammi ciò che vuoi, non mi importa cosa, non mi importa quanto”. E’ un’anima che cerca la salvezza, certa che solo l’uomo di Nazareth gliela possa donare. A noi capita di pensare al valore di una briciola?
MA TU MI AMI E QUANTO MI AMI?
Dal Vangelo secondo Matteo (16, 13-20)
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Ma voi, chi dite che io sia”? E’ la domanda chiarificatrice, fatta per sedare gli equivoci. E’ il presupposto per giurarsi amore eterno, esperienza affettiva che è ancora possibile vivere .
Gesù pone la domanda a tutti, anche a noi, rivolgendo (non a caso) lo sguardo a Pietro dopo due anni di strada percorsa insieme e prima dell’approssimarsi dell’evento che più di ogni altro segnerà le loro vite. Che i dodici fossero innamorati di Lui, Gesù non aveva dubbi, ma bisognava prepararsi per quando il sacro fuoco dell’amore sarebbe scomparso e sul loro cammino sarebbero comparse le braci. La morte e la Resurrezione di Cristo saranno il passaggio doloroso, ma necessario,ò di quell’amore. Anche oggi per noi è stato e sarà così. Un amore che non si ritrova anche nella sofferenza dell’allontanamento, dell’abbandono, delle divergenze che amore è? Penso all’imbarazzo dei dodici pescatori (oramai) di uomini, penso al timore di Pietro dinanzi allo sguardo del Maestro che gli chiedeva conto di ciò che gli stava insegnando, penso a Pietro, uomo innamorato, che questa volta non ebbe dubbi: “Tu sei il Cristo! “
A questo punto (forse) Pietro avrebbe voluto sapere se quell’amore dichiarato poteva essere ricambiato? Non sapremo mai se il pescatore non abbia avuto la forza e la prontezza di porgere la
domanda perché sarà Gesù a toglierlo dall’imbarazzo: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. Il gesto d’amore più grande è affidare Dio Padre ad un uomo, perché solo l’amore che Dio ha per gli uomini ci può far comprendere l’immensità di questo dono. Sentirsi destinatari di questa missione non è stato e non sarà mai semplice per nessuno anche
perché Satana, ogni giorno, ce la presenta come un sogno che svanirà: lui è il maestro della mistificazione, è bravissimo a confondere la verità con l’effimero. Gesù lo sa bene e per questo ci
ha giurato amore eterno, quell’amore che diventa vita quando cadiamo, soffriamo, non ci sentiamo all’altezza e lo sentiamo lontano. Lui c’è. E’ in quei genitori che non sanno “che cosa fare”, è in quell’amico che vorrebbe esserti vicino, è in quel Sacerdote che ti aspetta, è nel prossimo disposto ad ascoltarti e a guardarti negli occhi.
DIO NON VOGLIA
Dal Vangelo secondo Matteo (16, 21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’
dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Sapete cosa mi affascina di più del Cristo fatto uomo? Gesù mantiene sempre le promesse che fa! Ricordate la scorsa settimana? Rivelò a Pietro che sarebbe stato lui il primo capo della Sua Chiesa e così è stato. Tra l’altro, la Chiesa ancora oggi è viva e presente pur con tante difficoltà dei Suoi uomini, che liberamente scelgono di appartenervi a vario titolo perché credono che nella Chiesa di Dio sia possibile vivere quell’amore gratuito di cui Cristo si fece messaggero. Liti, dispetti, difetti, contraddizioni sono difficoltà vere ed a volte insopportabili, ma non dovrebbero mai spingerci fuori dalla casa di Dio che, ancora una volta recentemente, Papa Francesco, ci ha ricordato essere aperta a tutti!
Il rapporto di amicizia tra Gesù e il Suo amico del cuore pescatore mi ha sempre intrigato, ma soprattutto infuso “speranza” nei momenti complicati della mia vita perché, in fondo, Pietro “non ne azzecca una”! Questa volta addirittura si becca un “vade retro satana”, una sberla di dimensioni enormi. Eppure il povero pescatore si era reso solamente reo di manifestargli il suo pensiero di uomo rispetto ad un evento che mai avrebbe pensato potesse capitare. Pietro voleva che il Suo capo vincesse e con Lui tutti loro: come avrebbe dovuto reagire dinanzi ad una profezia così oscura? Invece anche lui, che stava vivendo con Gesù l’esperienza viva della missione del Cristo sulla terra, non stava capendo. Il povero Pietro, come dicevo, è tutti noi quando “prende fischi per fiaschi”, quando ragiona a modo suo e anche quando prende un sonoro ceffone perché Satana, creatura del male, non fa sconti neppure al capo in pectore della Sua creatura sulla terra. C’era bisogno di fare chiarezza una volta per tutte perché probabilmente anche gli altri undici la pensavano come l’amico pescatore.
“E’ donando la propria vita che la amiamo, è trasformando in dono quello che possediamo che diventiamo prossimo, è servendo che viviamo la gioia, è perdonando che troviamo il perdono. Se mettiamo “noi” prima degli “altri”, probabilmente camperemo con meno preoccupazioni, ma perderemo la nostra vita: Parola di Gesù!
“Se qualcuno vuol venire…” è e resterà sempre una proposta della quale dobbiamo fidarci se dovessimo decidere di rispondere di“si!”. Forse il nostro problema è proprio quello di trovare il
coraggio di metterci da parte per fare spazio nelle nostre vite all’Amore di Dio.
IL CONFINE
Dal Vangelo secondo Matteo (18, 15-20)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due
persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
La lettura di questo brano evangelico mi provoca un certo “mal di pancia”. Il mio piano terapeutico prevede la ricerca di tutto l’occorrente per distrarmi: una matita, una gomma per cancellare ed un grande foglio di carta bristol di colore bianco o azzurro. Con l’intento di lenire i dolori all’addome di cui vi ho parlato, inizio ad usare gli arnesi che mi sono
procurato e traccio una linea che delimita le mie “possibilità”, che rappresenti quello che faccio :oltre ci sono gli altri, il prossimo, insomma il mio orizzonte. Il primo tratto è un disastro: osservo che il segno è lì, a poca distanza da un palmo dal mio naso, ma penso che il grande vantaggio sia che il suo spostamento in avanti potrebbe essere alla mia portata e allora provo ad essere ottimista, contando sulle mie capacità relazionali.
Immagino che quel confine tracciato “a matita” tra me e gli altri sia il punto di partenza. Poi comincerà il cammino, le tappe e i passi successivi alla ricerca del “fratello in panne”.
Tutti vorremmo sapere come comportarci quando viviamo una condizione di difficoltà con il prossimo. A chi non piacerebbe essere aiutato dalla lettura di un testo che suggerisca
atteggiamenti da assumere, in modo da ottenere i risultati attesi in tempi brevi e con un impiego di risorse psicofisiche non eccessivo?
Questa parabola prevede decisamente dell’altro! In essa sono declinate alcune delle possibilità che abbiamo per conquistare il cuore di un fratello. Andare fino in fondo, provarci con ostinazione e mettercela tutta saranno le armi a nostra disposizione. Sia chiaro: la gratuità di questi atteggiamenti, la testimonianza di questo dispendioso stile di vita non garantiscono il
conseguimento di risultati positivi, anzi probabilmente contribuiranno a vivere ansie, incertezze, stanchezze, incomprensioni e tanto altro, ma ci daranno la possibilità di spostare oltre “il tratto a matita” sempre più verso l’orizzonte dell’altro, verso quel confine che spesso è troppo vicino a noi e che ci impedisce di amare sul serio.
Legare, legarsi. Per restare legati bisogna avvicinarsi: restando lontani non è possibile. A volte è scomodo, impegnativo immaginare un legame che duri per tutta una vita, ma provarci è bellissimo ed il Signore Gesù, con queste Parole ci propone (come sempre) una strada e soprattutto la benedice: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. E’ la risposta alla ricorrente domanda: “Dio dov’è?”. A tale proposito un antico proverbio arabo recita: “ Se cerchi un fratello senza difetti, rimarrai senza fratelli”.
DIECIMILA TALENTI VS 100 DENARI
Dal Vangelo secondo Matteo (18, 21-35)
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti
dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo
malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede
in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Il talento attico di cui parlano i Vangeli consisteva in sessanta mine, ognuna delle quali valeva cento denari. I diecimila talenti indicavano quindi una somma enorme, impagabile: si è ipotizzato che in quindici anni un operaio, a quel tempo, complessivamente, potesse guadagnare un solo talento.
Questa necessaria precisazione introduce la nuova storiella che Gesù racconta all’amico Pietro e alla sua truppa. Un uomo carico di un debito devastante implora il suo creditore chiedendogli una confusa pietà. Innanzi ad una richiesta del genere, che non aveva nessuna speranza di realizzarsi nel concreto, il padrone ebbe compassione: condonò il debito, perdonò l’uomo che non avrebbe avuto nessuna possibilità di ripagarlo e donò la libertà a lui ed alla sua famiglia.
Ancora con il perdono tra le mani, entusiasmato dalla nuova prospettiva di vita che lo attendeva, l’uomo correva verso casa per partecipare alla sua famiglia la gioia di questa possibilità che gli era stata concessa: quella che noi chiamiamo una seconda opportunità e che tutti, prima o poi, desidereremmo ricevere. Sulle ali dell’entusiasmo, incontra un uomo (“il prossimo”), suo modesto e piccolo debitore (se confrontiamo i “due importi in questione”) ed ecco che Satana sferra al “perdonato” un potentissimo gancio che va a segno! Stessa supplica, debito da ridere, ma il risultato è devastante: “a noi perdoniamo tutto, agli altri nulla” (J. De La Fontaine).
Mi sembra di ascoltare la durezza delle parole di Gesù quando dice: “Servo malvagio!”. Ricevere il perdono, venire in possesso di un dono così grande evidentemente non basta per comprenderne il significato. Dio ci perdona l’imperdonabile sul serio perché ci ama, perché vuole che ognuno di noi sia felice, perché perdonare è il dono più dono che c’è anche se a Lui è costato la vita di Suo figlio morto in croce: ricordate?
Settanta volte sette è una quantità incommensurabilmente fastidiosa perché ci mette alle strette, ci costringe a non fare i conti su quante volte dovremmo perdonare il fratello che ci offende.
Come si fa a perdonare sempre, soprattutto quando ci “rapiscono” le persone care o qualcosa a cui teniamo particolarmente?
Non ve lo so dire, ma sono sicuro che Dio Padre, ogni volta che glielo chiedo è felice di perdonarmi.
LA FASTIDIOSA GENEROSITA’
Dal Vangelo secondo Matteo (20, 1-16)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio,
ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il
padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Chi di noi non ha pensato che sarebbe bellissimo se realmente gli ultimi fossero i primi e i primi gli ultimi, soprattutto ora che il partito degli “ultimi” è diventato sovrabbondante, grazie ad un’economia governata principalmente da profitti sempre più custoditi nelle casseforti dei proprietari? Naturalmente chi padrone non è non può far finta di nulla scaricando le responsabilità di tutto quello che non funziona sull’azienda e chi la possiede. Se il gruppo degli “ultimi” sul nostro posto di lavoro s’infoltisce, dobbiamo chiederci se abbiamo fatto tutto il possibile per fare in modo che gli “ultimi vicini”, le persone che sono parte della nostra vita, quelli che conosciamo meglio dei nostri capi, insomma il prossimo, possano sorridere, stare bene, lavorare emozionandosi: questo è compito nostro e non è delegabile. Incontrare chi vuole occuparsi di noi è una fortuna, una ricchezza che dobbiamo custodire e soprattutto apprezzare perché è un dono che potrebbe scomparire in qualsiasi momento.
Le persone che si accollano i problemi e le difficoltà di tutti, al di là del ruolo che ricoprono sul posto di lavoro o in famiglia, si riconoscono facilmente perché possiedono una forza incredibile, un atteggiamento che mi piace definire “ fastidiosa generosità”. Essi sono (quasi) instancabili, sempre vigili, riescono ad osservare tutto e tutti anche quando non sono fisicamente presenti perché per amare una persona non è necessario trascorrere ore ed ore “ciattando” o rincorrendosi con dei “vocali”: è incredibile, ma, a volte, può bastare uno sguardo, una stretta di mano, poche parole dette. Se il nostro prossimo ci interessa sul serio, l’atro percepirà che noi, per lui/lei “ci saremo sempre”, a dispetto del tempo e dello spazio. La “fastidiosa generosità” è uno stile di vita che l’invidioso Satana non sopporta perché non ne riesce a comprendere le ragioni: perché lui è così? Cosa ci guadagna? L’altro, il generoso fastidioso, spesso viene additato come fortemente discriminatorio negli atteggiamenti. Anche il “sindacalista dei vignaioli” si lamentò col padrone magnanimo accusandolo di trattare allo stesso modo chi si era spezzato
la schiena per un giorno intero e chi era arrivato all’ultimo momento: una vergogna! La verità è un’altra: a volte diventa insopportabile convivere con chi riesce a fare proprie le paure, le ansie, i problemi, le difficoltà di tutti e soprattutto non si lamenta di nulla. Vi dò una bella notizia: queste persone esistono per davvero e sono anche tante, lo riporto qui perché ho avuto la grazia e la fortuna di incontrarle. Di loro non parla mai nessuno. Essi testimoniano ogni giorno l’amore di Cristo, sfidano ogni momento le tentazioni di Satana (a volte perdendo), appaiono
irraggiungibili perché provano ad essere coerenti con il loro stile di vita anche quando bevono il caffè e soprattutto non salgono sui palchi, restano sempre nelle retrovie, tra gli ultimi.
AUTOSUFFICIENTI E’ “FICO”
Dal Vangelo secondo Matteo (22, 1-14)
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto;
venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Mi capita spesso di pormi la domanda “ma a Dio chi glielo fa fare? “ Ha mandato da noi Suo Figlio (lo sposo) ad incontrare il Suo popolo (la sposa) per convolare a nozze. Ha preparato un sontuoso banchetto con l’idea di mostrarci che la festa è condividere la gioia di stare insieme. Signori, questo è Dio! Tutta questa preparazione è per noi, per i suoi figli che – ancora una volta – non ascoltano la Sua voce, declinano l’invito accampando scuse, pensando che sia un’ inutile perdita di tempo. Siamo diventati maestri nel costruire attenuanti, imputati e giudici della nostra vita: in fondo siamo convinti che “accumulare” denaro e potere rappresenta la nostra vera missione e che diventare autosufficienti è “fico” ed è molto meglio che rischiare di sprecare le energie da mettere in campo per il “prossimo”. Insomma, quello che facciamo per noi vale, mentre quando sposiamo l’amore gratuito (per intenderci quello di cui Gesù ci ha parlato) il rischio è di restare a mani vuote e con le ossa rotte. I figli possono negarsi al Padre, ma non possono impedirgli di scrivere “nuovi inviti”. Dio è troppo innamorato di noi, non si fermerà mai, non conterà quante volte ci ha perdonato, non smetterà mai di “invitarci” al banchetto di nozze.
E guardate un po’ chi si prende la scena? Gli scarti! Gli uomini puzzolenti che sono per strada, quelli che un vestito per la festa non lo possiedono, ma non esitano a cogliere l’opportunità che
viene loro concessa. Mi sembra di ascoltare Papa Francesco quando ci parla della porta della “Chiesa aperta a tutti”. Il padrone manda i suoi servi nei crocicchi dove si sceglie da che parte andare, dove si individua la strada da percorrere: lì comincia il banchetto, la festa. Raduna tutti, anche gli uomini incasellati da altri uomini nelle categorie del disprezzo.
Gesù sta parlando anche ai capi dei sacerdoti ed ai farisei: li ammonisce affinché si ravvedano. Nella nostra grande Chiesa, la modalità “venite tutti alla festa” farà storcere il viso a tanti perché “questi uomini e queste donne” nessuno li ha mai visti: sono divorziati, con vite irregolari, non si confessano chissà da quanto tempo, sono impuri, indegni e magari già sentenziamo che non si faranno mai più vedere. Il rischio che corriamo è che questi pensieri possano diventare il nostro progetto di “non accoglienza”!
La Chiesa di tutti e per tutti senza “se” e senza “ma” credo sia il progetto di Dio e non è casuale che Papa Francesco da tempo ce lo declini continuamente in tutti i modi. C’è da chiederci se al “crocicchio” sceglieremo la strada che porta alla comunità dei “buoni & cattivi” o preferiremo continuare a vivere in quella Chiesa dove l’amore di Dio Padre lo riconosciamo solo quando a noi fa piacere.
CHI VINCE TRA DISSENSO E OBBEDIENZA?
Dal Vangelo secondo Matteo (21, 28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Cosa è più importante nella relazione con i nostri genitori: “il diritto al dissenso” o “il dovere dell’obbedienza”? Come si fa a capire quando deve prevalere l’uno rispetto all’altro?
Sarebbe banale trovare una regola da consultare, buona per tutti gli usi e che ci potesse dare la garanzia di agire in maniera giusta. In ogni caso, questa regola (che non esiste) ci priverebbe del dono più grande che ci è stato affidato: la libertà di scegliere da quale parte andare. A volte mi chiedo se essere liberi possa diventare un peso,se la perenne condizione di “sfidante” a lungo andare possa stancare e lasciare spazio al “lamento” o (peggio) all’incoerenza. Non so voi, ma io mi sono ritrovato sia nel primo che nel secondo figlio e sono consapevole di aver vissuto entrambe le condizioni di disobbediente e di bugiardo. In tutti e due i casi ho avuto la fortuna di avere il medesimo interlocutore: Il Padre buono. Non è mai semplice convincersi che è cosa buona andare nella vigna e con il proprio sudore guadagnarsi da vivere: la strada proposta dal Padre a volte è la più faticosa ed è quella che vorremmo scansare.
Incredibilmente, la disobbedienza può diventare preziosa quando ti permette di redimerti, di pensare che, nonostante la divergenza di idee, tu abbia potuto ascoltare altre verità osservando “l’altro viso della luna”. Bisogna essere sempre grati a chi ha avuto il coraggio di raccontarti la sua verità anche se in quel momento non ti è piaciuta. Ben altro è la supponenza di chi è convinto che “prendere in giro il prossimo” sia lo sport più praticato e più divertente del mondo. La convinzione di essere nel giusto ci fa diventare presuntuosi, ci fa convincere che se il Paradiso esiste, noi ci andremo perché Gesù (se esiste) “a prescindere” (come amava dire il Principe Napoletano Antonio De Curtis) ci ha preparato un posto.
E invece no! I ladri e le prostitute ci passeranno davanti nel Regno dei cieli per una ragione semplicissima: essi hanno creduto nella Parola di Dio. Gli “scarti” del mondo non nascono per diventare “rifiuti”, sono i fratelli che li rendono tali. Nessun uomo è messo al mondo da Dio per essere destinato alla sofferenza, alla rovina. Ad ognuno di noi viene donata la capacità di avvicinarsi, di percepire le cose più incredibili e di coglierle. Avere il coraggio di capire quando è il” momento giusto” è compito nostro: qualche merito dobbiamo conquistarcelo anche noi.
L’ARROGANZA DEL POSSESSO
Dal Vangelo secondo Matteo (21, 33-43)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini? Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù questa volta si rivolge ai capi dei sacerdoti ed agli anziani che lo ascoltano senza fare domande, atteggiamento che difficilmente assumono i “capi” ed i saggi di oggi.
La gran parte di essi profetizzano l’ascolto, ma fanno di tutto per non metterti a tuo agio, per non permetterti di esprimere la tua vera opinione e, quando proprio non riescono a farti tacere, ti
consigliano di imboccare la strada del “lasciar perdere” perché loro ne sanno più di te. Alzi la mano chi non si è imbattuto in un “capo–saggio” che profetizza disponibilità e condivisione,
ma che poi fa da solo. Non è mia intenzione demonizzare il partito dei “capi”, ma permettetemi di dire che, prescindendo dai ruoli, la tentazione di confondere il dono col possesso e il servizio con l’egoismo spesso ricorre nelle caratteristiche delle persone che incontriamo e, a volte, unge anche noi.
I vignaioli ricevettero in fitto la vigna, ebbero la possibilità di lavorare e di vivere grazie al loro lavoro, ma la vigna era troppo bella per non provare a possederla. Fu naturale farla diventare
oggetto di desiderio nel loro cuore e nelle loro menti. Il padrone provò e riprovò a farli ragionare, ma purtroppo tutto finì nel sangue: l’arroganza di chi si ritiene onnipotente spesso non conosce limiti.
I vignaioli apparvero vincitori di una guerra che avevano scatenato per appropriarsi della vigna che non era di loro proprietà. Il Padre non solo aveva perso il podere, ma anche il figlio.
Mi sembra di intravedere uno scenario che si presenterà di lì a poco: Gesù morto in croce, che ci appare pesantemente sconfitto e abbandonato da tutti tranne che dalla Madre, da alcune donne e da Giovanni. Questa parabola mette a nudo a cosa si va in contro quando per il proprio stile di vita si scelgono gli arnesi della coerenza, dell’amore senza fine, del coraggio.
Nessuna vendetta verso chi non ha compreso la Parola del Padre“andate a lavorare nella vigna”, ma la vigna sarà assegnata ad altri. E’ il riscatto dei perseguitati, degli oppressi, di tutti quelli che il mondo scarta. Tutta gente che ha vissuto e vive il dolore generato dalla solitudine e della sconfitta, ma che diventeranno “pietre d’angolo”.
Non è semplice scovare ed amare chi si traveste da profeta del dialogo e della condivisione celando protagonismo ed arroganza. Proviamo con le opere di misericordia ed il silenzio: Satana
non le sopporta entrambe.
APPARTENERE, SI PUO’?
Dal Vangelo secondo Matteo (22, 15-21)
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro.
Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello
che è di Dio»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Eccoli nuovamente i farisei, gli erodiani, gli scribi, sempre presenti nella vita di Gesù come anche nelle nostre. Essi, come Satana, non sopportano il bene e fanno di tutto per combatterlo. Provano a vendere alla gente le contraddizioni e le debolezze della bontà, ma chi si ostina a parlar male di qualcosa o di qualcuno è perché non riesce a trovare il bene in se stesso come negli altri. Lo stile utilizzato da parte degli intervistatori è inequivocabile. Solitamente è molto garbato: comincia con l’adulazione dell’interlocutore o di qualche sua opera, poi si passa al quesito che, nel progetto di chi chiede, prevede che in ogni caso la risposta sia sbagliata. Neppure Gesù è stato esente da questi attacchi anzi, quando i suoi contemporanei compresero chi fosse realmente, iniziarono a organizzare la sua morte. Niente di nuovo: è la storia della verità ed il destino di chi la professa.
Mi è risultato sempre abbastanza semplice capire cosa volesse dire Gesù quando rispose che “bisogna rendere a Cesare quello che è di Cesare”, meno comprensibile “a Dio quello che è di
Dio”. Tutto è stato creato da Dio? Io sono stato voluto da Dio? Fin qui tutto bene. Ci deve essere però ancora qualcosa di importante che ha reso Dio essenziale nella mia vita, che mi fa pensare a Lui ed a cosa Gli piacerebbe che io facessi, che mi rende libero di scegliere da quale parte andare, che mi riconduce sempre verso i suoi sentieri quando sbaglio la direzione.
Forse il verbo giusto è “ appartenere”? La gioia e il desiderio di appartenere cresce insieme a noi e ,come tutte le cose che da seme devono diventare albero, hanno bisogno di essere
continuamente curate altrimenti rischiamo di far decidere agli altri a chi e in che modo appartenere. Pensiamo a tutti quei momenti che ogni giorno arricchiscono la nostra vita e a tutti i fratelli che li vivono insieme a noi. Alcuni, solo alcuni di essi non li dimenticheremo mai: sono pietre che continuamente edificano la nostra esistenza. A questi momenti, che ci hanno fatto battere il cuore, decideremo di appartenere. A coloro che ci hanno proposto gioia, felicità, gratuità da vivere doneremo la nostra infinita riconoscenza. Dio pone sul nostro cammino testimoni, interpreti della Sua Parola: è compito nostro individuarli, scovarli, capire chi sono ed è una ricerca che avrà fine solo con i nostri giorni. Credere in Dio è un dono: scegliere di appartenerGli dipende da noi.
GENERATI A SUA SOMIGLIANZA
Dal Vangelo secondo Matteo (22, 34-40)
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Oggi va in onda una nuova puntata della serie “Copriamo Cristo di fango”. Gli interpreti sono sempre gli stessi: i farisei, i dottori della legge, i sadducei, gli scribi e tutti quelli che
fanno delle regole e della loro “sapienza” la ragione di vita. Essi vivono nella convinzione che raggiungere la vita eterna è come conseguire un titolo o superare un test: mettere
Cristo in difficoltà stava diventando una necessità perché uno che professa “quelle cose” o te lo fai amico o trovi il sistema per screditarlo ed eliminarlo. E’ la modalità praticata da
sempre per colpire chi fa della coerenza il suo credo e si sforza di viverlo: trovare nell’altro il neo, l’errore per poi mostrare “il trofeo” a tutti quelli che gli hanno creduto.
Ci siamo già soffermati sulla tecnica adulatoria che precede la domanda che qui viene ripetuta: è evidente che i dottori pagano pegno alla loro rigidità di pensiero, alla necessità
di aggrapparsi allo scritto, alla paura di essere smentiti, all’uomo che professa la verità. Chiedono a Gesù di individuare il comandamento più grande, il più importante, vogliono
dal “Maestro” un’ indicazione precisa nella graduatoria dettata dalla legge per ottenere il diritto di conseguire il “regno dei cieli”: è ossessionante.
Le parole di Gesù, ancora una volta, “scombinano” la richiesta: non è l’osservanza di un comandamento che conduce nel regno dei cieli, ma l’amore per il Signore tuo Dio.
Forse ci spaventa l’idea di vivere questa dimensione di amore così totalitaria, probabilmente la immaginiamo con timore perché siamo già consapevoli che non saremo mai capaci di viverla: debolezze e ferite fanno la loro parte. Ma Gesù questo lo sa bene e subito si affretta a darci la soluzione, ad indicarci la strada quando individua in noi stessi i protagonisti dell’amore da donare al prossimo. Per poter amare bisogna volersi bene, bisogna indossare il vestito più bello, bisogna prepararsi all’incontro con l’atro, bisogna saper scegliere il momento e le parole più
appropriate, bisogna benedire e riporre in cassaforte quello “stimolo inquisitorio” che tante volte interpretiamo. Da questo amore dipendono “la Legge ed i Profeti”, non il contrario.
Le gabbie della rigidità e dell’osservanza non ce le ha raccontate Gesù, le abbiamo costruite noi, forse per proteggerci dalle insidie della gratuità dell’amore, dalla pericolosa
generosità, dagli inciampi della disponibilità, dagli inevitabili fallimenti conseguiti dopo che ci siamo convinti che amare Dio è amare il “prossimo” come te e non prima di te.
Quello che mi fa” impazzire” della risposta di Gesù è quando dice che “il secondo comandamento è poi simile al primo”.E’ come dire che l’uomo somiglia a Dio, è come elevare l’uomo al Creatore, è affermare, ancora una volta, che noi siamo fatti della stessa carne di Dio. E’ far partecipare tutti, ma proprio tutti, in questo “girotondo”, anche quelli che abbiamo deciso di non invitare. Penso che in questo momento storico in cui le guerre, i morti di ogni parte, gli uomini e le donne affamate stanno saturando i nostri pensieri, ascoltare Dio che ci ricorda della nostra somiglianza divina sia proprio quello che ci vuole.
“FACCIAMOCI SERVI”
Dal Vangelo secondo Matteo (23 1-12)
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati
“rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il
Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Spesso amiamo raccontare che le difficoltà e le afflizioni del nostro tempo sono “uniche” nella storia degli uomini: lo facciamo con la padronanza di chi ha vissuto da sempre ed ha titolo per
affermarlo. Suvvia, un po’ di ragione l’abbiamo ed è rappresentata dal ripetuto incontro con personaggi già noti nella storia e nelle nostre storie. Mi riferisco, tra gli altri, a chi interpreta gli
scribi, i farisei che troviamo assisi sulla cattedra di Mosè. Questa volta essi, dopo aver elevato le regole a rango divino, informano il popolo che l’osservanza (delle Leggi) non è affar loro
rivendicando il loro primo ed unico comandamento: “Fate quello che diciamo, ma non interessatevi a ciò che facciamo perché non vi riguarda”.
Dio è la legge e dato che hanno autonomamente deciso che a loro non è dato di osservarla, essi si pongono al di sopra della legge e quindi anche di Dio. E’ vero, scribi e farisei non godono delle mie simpatie per quello che dicono, per quello che fanno o non fanno, ma anche perché sono un po’ invidioso del loro successo “politico”. Il partito che hanno fondato agli inizi della storia del mondo è quello che tuttora conta il maggior numero di iscritti e praticanti: con gli altri concorrenti non c’è mai stata partita. “Conta su di me, io per te ci sarò sempre”: credo che sia una delle frasi più belle ed impegnative che possiamo rivolgere al prossimo, ma sono anche convinto che possa diventare uno dei ricordi più dolorosi di un affetto. Esserci sempre è una promessa d’amore che va oltre il perdurare del tempo e l’ampiezza dello spazio che ci distanzia dal prossimo. È un impegno che va (possibilmente) sussurrato, certamente non pubblicizzato e potrebbe anche non essere dichiarato. E’ un momento fondamentale nella storia di due persone. È lanciarsi – in silenzio – tra le braccia dell’altro assumendosi tutti i rischi che il gesto comporta. E’ un amore invisibile che diventa sostanza. Quando? Ogni volta che riusciamo a tradurlo in opera. La dimensione dell’esserci sempre “brucia” i palchi, i primi posti, le ipocrisie, le incoerenze e tutte quelle modalità che sono l’essenza dell’apparire. A volte è doloroso osservare che anche il banchetto in cui Cristo offre se stesso venga utilizzato per idolatrare chi ha testimoniato storie di uomini che si arrampicano per raggiungere una dimensione “divina” . La Chiesa di Dio perdona tutti, ma sbaglia quando propone ed esalta “modelli” che poco hanno a che fare con la Parola del Padre. Noi non potremo mai essere nè “Padre” né “Maestro”, ma Gesù ci indica la strada per essere “grandi agli occhi di Dio”: diventare umili, servi, piccoli, ma soprattutto “provarci”. Probabilmente non saremo mai capaci di interpretare tutto quello che Gesù ha pensato per noi, non diventeremo mai un “esempio impeccabile di coerenza” anzi, avremo le ginocchia ricche di “sbucciature” e non riusciremo a sbarazzarci completamente del peccato. Se pensiamo che di questi tempi sia veramente complicato trovare “testimoni in terra” della “Parola di Dio”, allora proviamo a diventare noi “testimoni”: Gesù ne sarà felice.
MANNAGGIA, CHE SONNO!
Dal Vangelo secondo Matteo (25 1-13)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Come si fa a non essere comprensivi con le cinque vergini “scordarelle” che non portarono con loro l’olio per alimentare le lampade? Siamo tutti d’accordo che con tutto quello che ognuno di noi ha da fare dimenticare, non fare attenzione possa capitare. Le vergini non lo hanno fatto a posta, ci mancherebbe altro: mai avrebbero immaginato che a causa di quella dimenticanza non avrebbero potuto partecipare al banchetto sponsale. “E la porta fu chiusa” è una constatazione triste che ciascuno di noi ha provato. Quando viviamo questi momenti, la prima cosa che ci viene in mente è chiedere di “avere un’altra possibilità”, ma non dipende da noi e non dipende neppure dallo “sposo” che con il suo ritardo (in fondo) è stata la causa un po’ di tutto quello che è capitato. Ho cercato di difendermi, prima concedendo solidarietà agli invitati e alla loro vita sempre piena di impegni, di cose da fare e poi ho incolpato lo sposo che non ha rispettato l’orario convenuto per il matrimonio. E’ il mio sport preferito: la ricerca degli errori altrui per giustificarmi. E’ un modo di pensare sbagliato? Certo mi fa stare meglio per un po’, ma resta il fatto che al banchetto io non ho potuto partecipare.
Credo che il vero timore di Gesù non sia né l’olio che ho dimenticato né il sonno che mi ha preso. Credo che Gesù non voglia che io sia distratto da altro o da altri. Credo che a Lui non piaccia che io pensi di poter concedere il mio cuore ad amori diversi dal Suo o che io immagini di percorrere strade che non siano quelle che Lui mi ha proposto. Credo che Gesù tema che il mio sonno possa portarmi lontano da Lui anche se “il dono di andare dove voglio” è stato Lui a regalarmelo. Anche in questa circostanza Gesù ci indica la strada: il sonno vigile delle mamme. Chi di noi non ha scorto la bellezza dei loro occhi socchiusi mentre ci proteggevano con i loro sguardi? È il sonno di chi non dorme, ma resta vigile ed attento a tutto quello che succede o potrebbe capitare. E’ il sonno che ci abbraccia e ci tranquillizza a dispetto di tutto e di tutti. E’ il sonno di chi non s’addormenta mai perché sa che lo “sposo” può giungere in ogni momento e, quando arriva, bisogna rispondere: “eccomi, sono la serva del Signore”. Gesù non ci chiude mai le Sue porte, ma non vuole che il nostro cuore sia disponibile ad
accogliere altri amori. Forse non ci pensiamo abbastanza, ma il nostro Gesù è un Dio geloso e ci vuole “completamente” per sé, anche quando dormiamo. .
SI SCRIVE TALENTO, SI LEGGE DONO.
Dal Vangelo secondo Matteo (25, 14-30)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui
invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto;
prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Si scrive talento, si legge dono della vita! Un dono personalizzato ed irripetibile di cui nessuno di noi ha merito per averlo ricevuto. Con questa parabola Gesù fa luce su uno dei più grandi misteri della vita che per noi uomini e donne è oggetto di perenne turbamento: “perché lui (il prossimo) possiede ciò che io non ho?”. Chi di noi non si è sentito o si sente vittima di questa ingiustizia? La dimensione del “mi manca sempre qualcosa” magari abbiamo difficoltà a raccontarla, ma spesso affligge mente e cuore. Gesù, come sempre, capovolge la nostra visuale e ci aiuta a scacciare questi brutti pensieri spostando il nostro sguardo dal desiderio di possedere alla bellezza della cura dei fratelli, alle scelte d’amore che dobbiamo mettere in campo.
Al servo cui fu affidato un solo talento non venne chiesto di duplicarlo o triplicarlo, ma di farlo fruttare, così come agli altri due. Ognuno di noi ha ricevuto dei doni, ma a nessuno viene chiesto di competere con gli altri. Gesù (credo) che non misurerà o peserà le cose che abbiamo realizzato, ma ci chiederà come lo abbiamo fatto, quanto amore abbiamo speso, quanto coraggio abbiamo investito e forse anche quanta paura abbiamo avuto perché l’amore vero prevede privazioni, dubbi, incertezze, altrimenti che amore è?Non mi permetto di giudicare il servo spaventato dal padrone esigente che risolve il mandato nascondendo il talento: mi chiedo solo se quel talento lo abbia mai amato, se fosse stato mai veramente disposto a soffrire per quella moneta anche mettendo in conto il rischio di perderla e di presentarsi a mani vuote dal padrone.
Viviamo in un mondo dove i risultati conseguiti contano moltissimo e trascorrere la vita immaginando di correre la corsa dei 400 ostacoli è una proposta che spesso ci viene fatta, in
famiglia, sul posto di lavoro, un po’ dovunque, anche nelle comunità parrocchiali dove le misurazioni non dovrebbero essere ammesse. I 400 ostacoli sono una disciplina molto dura la cui
caratteristica è il superamento di ostacoli successivi fino al traguardo. I preparatori insegnano agli atleti che non appena si supera un ostacolo, il pensiero deve essere immediatamente dedicato allo sforzo da mettere in campo per superare l’ostacolo successivo e così fino al traguardo. Pensate sia possibile vivere in questo modo?
Gesù che desidera la nostra felicità, donandoci la vita, non ci ha iscritto ad un campionato, non ci chiederà a quanto ammonta il nostro medagliere, non ci farà i conti in tasca valutando i nostri risultati tra il ricevuto ed il realizzato. Quando saremo al Suo cospetto, porteremo con noi tutte le cose che mai nessuno potrà toglierci, di quelle cose ci verrà chiesto conto: a noi il compito, la libertà e la responsabilità di sceglierle.
“GIOCHIAMO A NASCONDINO?”
Dal Vangelo secondo Matteo (25, 1-36)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?” E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Parlare di quando non ci saremo più, dell’aldilà è sempre difficile anche perché chi crede che realmente possa esistere una vita dopo la morte sa bene che la propria destinazione dipende dal
volere del Dio scelto. L’idea di vivere il ruolo di imputato in un tribunale dove non sono previste bugie forse un po’ ci spaventa. Di questi tempi poi, con tutti i problemi che ci sono, pensare
all’aldilà sembra fuori luogo, meglio non pensarci proprio: è la scelta migliore. Mi sembra un buon inizio: non pensiamo troppo a posti come il Paradiso, il Purgatorio, l’Inferno, ma concentriamoci su di noi, “ora ed adesso”, anche perché i luoghi elencati hanno a che fare con il tempo futuro dei verbi: andrò, sarò, vedrò…ed il futuro, per quanto non ci possa piacere, non è nelle nostre mani. La dimensione dell’oggi, di quello che decidiamo di vivere è frutto delle nostre scelte. La Parola di Gesù di questa domenica ce lo ricorda ancora una volta. Ci viene proposto il meraviglioso stupore di quelli che dicono: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare o assetato e ti abbiamo dato da bere?”. E’ straordinario notare come Gesù ritenga importante l’adoperarsi nelle piccole cose: aiutare chi riesce appena a sopravvivere, assistere chi è malato, visitare chi vive nelle sue prigioni, ascoltare chi non ha nessuno con cui parlare. Piccoli gesti di un amore grande che invade la nostra vita e che la rende straordinariamente “a Sua immagine”. “La vita è adesso”: mi perdonerà il grande Claudio, ma è proprio così! Il Paradiso è ora, è qui se scegliamo di viverlo. Gesù ci insegna come vivere felici su questa terra ed ancora una volta ci lascia liberi di scegliere da quale parte andar e cosa fare. Non ci parla di sacrifici, di precetti, di privazioni, di processioni, di numeri, ma di gesti, di cure, di attenzioni. Scacciamo dalla nostra mente e dal nostro cuore il pensiero-problema “cosa sarà di noi dopo?”, proviamo a non pensare più a quanta gente verrà al nostro funerale, a quelli che piangeranno e a quelli (nelle retrovie) a cui non importerà nulla. Dedichiamoci a rendere la nostra vita il Paradiso che Gesù ci mostra ogni volta che lo guardiamo negli occhi. Sapete, credo che incontreremo anche quaggiù lo sguardo di Cristo: oggi Gesù ci ha raccontato
cosa fare e noi dovremo diventare bravi a cercarlo. Non è difficile trovarlo anche se qualche volta si nasconde: bisogna volerlo.
VEGLIA O SONNO?
Dal Vangelo secondo Marco (13, 33-37)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un
uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi,
a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o
a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo
all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Chi di noi, nel fare un esame, non ha sperato di cominciare con un argomento “a piacere”? Io
sempre e me lo auguro tuttora: sostenere o scegliere di sottoporsi ad esami è uno stile di vita e a
volte stanca, il desiderio di essere messo a “mio agio” l’ho sempre timidamente auspicato.
In effetti, il Maestro Gesù mi ha iscritto a scuola regalandomi la vita, mi ha indicato i libri su cui
studiare, mi sta donando il tempo di farlo (spero ancora per un po’): tutta questa cura in
preparazione dell’esame finale. Durante questo periodo di studi, Gesù mi è sempre vicino, mi
ripete la Sua Parola, mi indica le modalità per viverla, mi invita a riflettere, mi sostiene ogni giorno
anche quando mi allontano da Lui.
Quanti insegnanti abbiamo incontrato nella nostra vita che si sono occupati di noi come sta
facendo Gesù? Oggi il Maestro nel suo invito ci rivela un nuovo verbo : vegliate, siate sempre
pronti! Sembra quasi una minaccia, ma non è così.
Gesù “padre buono” conosce le nostre debolezze, le nostre ansie e teme che quando le nostre
strade si separano (perché ogni tanto capita) la Sua lontananza faccia germogliare in noi la
consapevolezza della nostra onnipotenza, soprattutto quando il vento gira dalla nostra parte,
quando tutto funziona, quando ci convinciamo che “è solo merito nostro”. “Sono partito da zero e
nessuno mi ha mai regalato nulla, tutto quello che possiedo me lo sono meritato”: lo abbiamo
sentito dire tante volte, magari ce lo raccontiamo anche noi davanti allo specchio.
Gesù oggi dicendoci “vegliate, fate in modo che quando il padrone giungerà, non vi trovi
addormentati” sembra andare nella direzione opposta rispetto alla dichiarazione dell’”io posso
tutto” che a volte tuona nelle nostre menti ed invade i nostri cuori.
Possiamo raccontarcela come vogliamo, ma il giorno dell’esame nessuno di noi lo conosce e
nessuno potrà mai dire che Gesù nelle nostre vite non si sia rivelato in opera e parola.
Gesù non è un Padre tiranno che colpisce e condanna, ma che si dispiace questo sì. A nulla
varranno i nostri tradimenti: Lui sarà sempre lì, sull’uscio di quella porta ad aspettarci.
A volte non è semplice fare la Sua volontà: per me è stato ed è così, ma oggi devo scegliere tra
“veglia” e “sonno” perché so che domani, forse, non sarà più possibile.
IL MIO POSSIBILE
Dal Vangelo secondo Marco (1, 1-8)
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Oggi inizia il nuovo anno e con esso un altro Evangelista: Marco. Marco mette insieme l’urlo nel deserto del profeta Isaia e l’opera battesimale di Giovanni al fiume Giordano: due modi molto diversi di proclamare l’annuncio di chi sta per venire. Sotto voce, gridando, scherzando, parlando, ascoltando: tante modalità. Possiamo scegliere quella che vogliamo, quella che maggiormente si adatta alle nostre caratteristiche: non abbiamo vincoli da rispettare, siamo liberi come sempre. Chi è innamorato non si formalizza troppo sul modo di dire o di fare, ma bada al sodo: lui, lei prima di me.
“Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”: Isaia grida nel deserto. Cosa ve ne pare? Non è una sensazione che viviamo tuttora quando parliamo di Gesù Cristo e ci guardiamo intorno? Non sapremo mai se l’urlo di Isaia fosse stato di gioia o rappresentava una necessità visto che era solo tra le sabbie desertiche. Isaia faceva la cosa giusta: annunciava la venuta di Cristo, ma soprattutto si rivolgeva a noi quando ci invitava a prepararci e a preparare la via del Signore. L’invito a raddrizzare i suoi sentieri è l’ulteriore conferma che le strade che portano al Padre non sono state mai agevoli e dritte: hanno sempre avuto bisogno di operai che le sistemassero. Giovanni si condanna a morte quando parla di un uomo che verrà e del quale lui non sarà degno neppure di chinarsi per slegargli i sandali: ancora una volta “non io, Lui”. Giovanni battezza vestito di peli di cammello con una cintura di pelle ai fianchi e mangia cavallette: è la proposta di uno stile di vita essenziale…Ce la sentiamo di condividerla? Forse l’essenzialità diventa necessaria per accogliere Gesù che verrà: pensiamoci.Le gesta di Isaia e di Giovanni, così narrate, appaiono di una tristezza infinita: l’uno vaga negli spazi vuoti, l’altro si procura il carcere e la decapitazione. Noi, anche in questo, siamo fortunati perché sappiamo come finirà, sappiamo che la profezia prelude alla nascita del Salvatore, ma per loro non sarà stato agevole scegliere quella vita, profetizzare di un Figlio di Dio che sarebbe venuto in carne ed ossa per salvare il mondo: una cosa mai vista, mai capitata eppure loro ci hanno creduto. Quando mi confronto con la Parola, spesso provo una sensazione di avvilimento, avverto l’impotenza tra coglierne il significato e la sua messa in opera: raddrizzare i sentieri è complicatissimo, vivere mangiando cavallette…manco a pensarci! Forse Gesù parlandomi in questo modo vuole altro da me: mi invita a fare “il mio possibile”. Ancora una volta mi chiede di scegliere di quanto alzare (o abbassare) l’asticella dell’amore contenuto nella mia vita come fece con Isaia e Giovanni, come fa con tutti.
NON AVETE CAPITO NIENTE !
Dal Vangelo secondo Giovanni (1,6-8.19-28)
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da
Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non
negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei
tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero
allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno
mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel
deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli
dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?».
Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non
conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio
del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Credo di aver scritto che una delle principali difficoltà del nostro tempo è trovare testimoni
coerenti, persone che fanno (o si sforzano di fare) quello che dicono, anche se ritengo sia sempre
stato un po’ così. Il testimone è una persona che per essere attrattiva deve avere molto coraggio e
una fede grande in ciò che crede.
Quando Giovanni iniziò la sua predicazione, mentre battezzava nelle acque del Giordano, si
affrettò a chiarire a tutti che non era lui l’uomo che il mondo aspettava. Questa dichiarazione
scatenò la curiosità dei dotti, dei capi, dei potenti che cospirarono per screditarlo ed interrogarlo
nella convinzione che se lui diceva di non essere, evidentemente sapeva chi fosse il Figlio di Dio .
Semplice no?
Quello che turbava maggiormente il potentato era la sfrontatezza dell’uomo vestito di peli di
cammello e che si nutriva di miele selvatico nel profetizzare quello che da lì a poco sarebbe
avvenuto. Le sue parole non avevano il minimo rispetto per chi “contava”, per chi decideva chi far
vivere o far morire. Come vedete, oggi poco è cambiato rispetto ad allora: da un lato i morti,
dall’altro le scrivanie, i colletti bianchi. La distanza tra chi decide di iniziare la guerra e chi la
combatte è sempre stata la stessa: poco più di un metro tra chi dormirà nel palazzo e chi si
addormenterà per non svegliarsi mai più. Giovanni il Battista andava immediatamente isolato, ridicolizzato. Il battesimo d’altra parte è
l’inizio di una nuova vita ed è anche non riconoscere il primato di Cesare: “Dai, Giovanni, falla
finita, siamo noi che facciamo le regole e le disfiamo”. Chi comanda non si accorge che
rinnegando, maledicendo, creando apposta il nemico, ma soprattutto ostentando la supponenza
di sapere tutto di tutti si diventa profeta sciocco che nessuno ascolta più.
L’uomo del Giordano faceva proseliti perché non parlava di sé, ma di Lui che verrà “al quale io non
sono degno di slegare il laccio del suo sandalo”. Era l’instancabile grido di umiltà che attraeva e
spaventava: era proporre l’acqua come strumento di perdono, contro l’arroganza di chi crede di
possedere le chiavi per impossessarsi della nostra mente e del nostro cuore.
Sappiamo tutti come finì la vita di Giovanni, ma non vogliamo parlare di quella “crudezza”
assassina. Ci piace immaginare il pallore dei volti dei dotti, dei capi quando ascoltavano la voce del
Battista che raccontava: “In mezzo a voi sta un uomo che voi non conoscete”.
Era come dire a chi pensa di sapere tutto, voi non avete capito niente! Meraviglioso!
ECCOMI!
Dal Vangelo secondo Luca (1,26-38).
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio
dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua
ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Da un po’ di anni, quando leggo o ascolto questo brano evangelico mi pongo sempre la stessa domanda: ma cosa avrà mai avuto di speciale quella ragazza nazarena per far
innamorare Dio al punto da renderla madre in terra di Suo Figlio? Leggevo, ricercavo, ma di Maria, prima che Le fosse annunziato cosa sarebbe avvenuto in Lei, non trovavo nulla che sembrasse “così straordinario” da giustificare quella meravigliosa scelta. Non trovando risposte soddisfacenti, ancora una volta percepivo che i miei pensieri, le mie aspettative e il mio modo di cercare i “perché” fossero diversi da quelli di Dio e concludevo che di Dio bisogna fidarsi e basta. E’ scritto che alle parole dell’angelo Ella rimase turbata perché non capiva il senso di
quell’annuncio che le avrebbe rivoltato la vita: “Perché proprio io che, tra l’altro, non conosco uomo?” Nella mia ostinata ricerca di quei “perché” mi sono lasciato guidare dallo stupore della
fanciulla nazarena. Maria non era impaurita: Lei viveva una vita già meravigliosa fatta di una quotidianità ricca d’amore. Probabilmente i suoi giorni, osservati da un uomo contemporaneo (come me) possono apparire tutti uguali, caratterizzati dalle numerose abitudini che ne scandivano il passare del tempo, ma per Maria non era così.
Lei cercava ogni giorno il Suo Dio in tutto quello che faceva, vivendo con intensità ogni istante, immaginando che da un momento all’altro potesse apparire l’attimo che ti cambia la vita e che dà senso a tutto: “Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te”. Maria era “piena di grazia” donatale da Dio e che Lei si conquistava “sul campo” ogni giorno rendendo meraviglioso ogni momento della Sua vita: la grazia è un dono che se non si custodisce, si perde. Ognuno di noi ha ricevuto e riceve il dono della “grazia di Dio” ed anche per noi, come per Maria, arriva la “chiamata”. Maria rispose “Sì” perchè era pronta, perché sapeva che improvvisamente sarebbe arrivato il Suo momento, magari non ne avrebbe mai immaginato l’immensità, ma viveva
vigile in quell’attesa. Gli “eccomi” non si inventano altrimenti il rischio di illudersi ed illudere è alto: basta pensare a tutte quelle volte che ci siamo convinti di aver incontrato la persona giusta, di aver fatto la cosa più opportuna, di aver finalmente trovato il senso della nostra vita per poi sentirci sconfessati dopo poco. Vivere “la grazia”: è tutto lì. Poco importa se Maria apparecchiasse la mensa o facesse il bucato, se fosse fisicamente filiforme o in carne, se indossasse o meno abiti alla moda.
Queste sono le inutili domande a cui cercavo di dare le mie inutili risposte. “Non darmi ciò che desidero, ma ciò di cui ho bisogno. Insegnami l’arte dei piccoli passi” (A. de Saint-Exupery). Oggi, mi piace immaginare che nelle preghiere di Maria ci fosse questo piccolo e meraviglioso verso.
GESU’: IL FIGLIO DI UN CARPENTIERE E DI UNA GIOVANE DONNA.
Dal Vangelo secondo Luca (2,22-40).
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè,
[Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore –
come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per
offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del
Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la
consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato
che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo
Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la
Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a
Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e
come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano
svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età,
aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora
aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con
digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del
bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla
loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era
su di lui
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Dopo la nascita di un figlio bisognava sbrigare le pratiche religiose in vigore a quel tempo per cui
Maria e Giuseppe portarono il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Tempio: “Ogni maschio
primogenito sarà sacro al Signore”.
Era il primo viaggio di Gesù nella città Santa, dove sarebbe tornato altre volte ed anche per
l’ultima volta. Fu proprio qui che i suoi genitori si resero subito conto che il figlio appena
generato non apparteneva a loro ma a Dio. “Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che
dicevano di Lui”. Forse restarono anche spaventati della profezia di Simeone, che li benedisse e,
rivolgendosi a Maria, Le predisse :”Ecco, Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele
e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima – affinchè siano svelati
i pensieri di molti cuori”. Maria e Giuseppe, di ritorno a Nazaret, ne avevano di cose di cui parlare: la visita a Gerusalemme
era stata densa di avvenimenti , di episodi, di profezie ascoltate. Certamente erano stati scelti per
essere ricordati per sempre dal mondo intero, ma in quel momento restavano un carpentiere ed
una giovane donna che da poco aveva messo alla luce un bambino: tutti insieme erano l’icona di
una famiglia “normale”.
La visita a Gerusalemme aveva già mostrato alla coppia che il tempo della “consapevolezza” per
comprendere realmente quello che era accaduto e che sarebbe dovuto avvenire era già compiuto.
Non è mai semplice convincersi che un figlio non ti appartiene, ma è così: i figli sono doni e come
tali vanno donati.
A Nazaret tornarono per viverci: lì era il loro posto. “Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di
sapienza e la grazia di Dio era su di Lui”. Gesù crebbe cullato dall’amore dei suoi due genitori che,
per la loro condizione, non poterono offrigli una vita agiata, da Re!
Gesù si arricchiva dell’esempio del padre carpentiere che dal suo lavoro trovava il sostentamento
per la famiglia e dalla testimonianza della madre che percepiva prima di ogni altro tutte le cose di
cui un figlio ha bisogno: attitudine che possiedono solo le mamme.
Gesù è stato uomo dal primo fino all’ultimo giorno sulla terra ed ha scelto come e dove vivere. Il
Figlio di Dio che preferisce crescere in una casa modesta ed imparare il mestiere di carpentiere
forse è una proposta di uno stile di vita da seguire? Pensiamola come ci pare, ma, in questo modo,
come recita la Scrittura, Egli si fortificò e divenne ricco di sapienza.
Povera Maria, destinataria dell’unica brutta notizia: “una spada ti trafiggerà l’anima”. Dio la sceglie
ancora una volta buttandole addosso “una croce” proprio mentre mostrava al mondo suo Figlio in
uno dei momenti più belli e suggestivi della maternità. Lei può sopportare tutto? Mi chiedo
ancora una volta cosa avrà mai avuto di così speciale quella ragazza nazarena.
Forse si è fidata completamente di Dio : probabilmente è quello che non riesco a fare io.
IL CORAGGIO DI GUARDAR LE STELLE
Dal Vangelo secondo Matteo (2,1-12).
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una
gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in
sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Dalle nostre parti chi trascorre il suo tempo nell’ammirar le stelle viene additato come chi non ha una gran voglia di impegnare le proprie energie nella realizzazione di qualcosa di serio e concreto per sè e per gli altri. I Magi devono tutto alle stelle, anzi alla stella anche se, a causa dell’incomprensione con gli astri, il loro cammino fu costellato di errori che stavano costando il buon esito della missione. Sembra paradossale che proprio loro, uomini d’oriente, astronomi di professione, non riuscirono a trovare la strada giusta che li conducesse al Bambino.
Credo che ognuno di noi possa ricordare che almeno una volta nella propria vita abbia sentito di “trovarsi nel posto sbagliato”, la medesima sensazione che i Magi vissero quando giunsero nella grande e caotica Gerusalemme dove, delusi e disorientati, ben presto intuirono che lì non avrebbero trovato chi cercavano, ma…il peggio doveva ancora arrivare. Chiesero aiuto alla gente del posto: “E’ qui Betlemme? Sapete…noi dobbiamo recarci ad adorare il Re dei Re, nato proprio in questi giorni”.
Ascoltando la loro inusuale richiesta, i “paesani” ci misero poco a realizzare che stava succedendo o era già capitato qualcosa d’insolito. Eh sì, mica capita tutti i giorni vedere in città una
“processione di persone” così numerosa che giungeva dal lontano oriente capitanata da tre uomini ammantati di preziose vestigia ed in possesso di ricchi doni. Gerusalemme fu subito colta da una improvvisa smania di curiosità al punto che “il vocio” giunse rapidamente al Re Erode. Anche Erode non fu particolarmente felice nel rendersi conto che i Magi non cercavano lui, ma un altro. L’affronto era evidente e bisognava porre rimedio: “Andate ed informatevi accuratamente sul bambino e, quando lo avete trovato, fatemelo sapere perché anch’io venga ad adorarlo”.
Poveri Magi, non solo erano nella confusione più totale, ma compresero facilmente la gravità delle conseguenze che sarebbero capitate a loro ed al Bambino Gesù, dopo aver ascoltato le dichiarazioni poco rassicuranti di Erode. Insomma “sbagli su sbagli” ed idee confuse sulla strada maestra da percorrere. Non so voi, ma pure io mi sono ritrovato spesso nella condizione di “non saper cosa fare”. Ricomparirà la stella? No, non è un telefilm di Natale a lieto fine: non stiamo parlando della “favola di Betlemme”. La stella di Gesù non è mai scomparsa: era lì per i Magi e anche per noi ed è sempre rimasta in cielo imperterrita ed ostinata ad illuminare i nostri passi per aiutarci a percorrere le Sue vie. Non bisogna cadere nel meschino equivoco che Gesù, ad un certo punto, si dimentichi di noi. A volte capita che cambi il nostro modo di guardare la stella: crediamo che quel corpo celeste sia diventato di nostra proprietà e, come tutte le cose che immaginiamo di possedere, pensiamo di poterle usare come ci pare e piace concentrandoci su noi stessi e ponendoci prima di Lui. Accorgersene è terribile, ma anche un buon inizio.
A volte sembra proprio che gli “errori” nella nostra vita non finiscano mai: anche per i Magi non deve essere stato semplice alzare nuovamente gli occhi al cielo, ma avere il coraggio di farlo è trovare la forza per ricominciare. “Se un errore non diventa un trampolino di lancio, è un errore” – Elie Siegel. Giunti finalmente a Betlemme, i Magi probabilmente si aspettavano di trovare una scena diversa da quella che si presentò ai loro occhi: capanna, bue, asino, giovane madre & padre attempato ma soprattutto il Re bimbo e tanti pastori. Altro errore di programmazione? Non lo sapremo mai, ma è certamente inusuale che il Re dei Re nasca “al freddo ed al gelo di una notte”. Dopo averlo adorato, i Magi ripresero a guardar le stelle: era l’immensità di Dio che aveva invaso l’universo e che in quel momento si era incarnata nell’uomo ora Bambino. Poco importa se i Magi giunsero ultimi alla capanna forse anche a causa dei loro errori: essi mostrarono al mondo che a Dio ci si può arrivare sempre, comunque e prescindendo dagli sbagli, certamente non arrendendosi o compatendosi.
La loro missione era compiuta. Uomini venuti da lontano, da ovunque, ripartirono, ma per un’altra strada tornarono nelle loro terre ad annunziare la meraviglia veduta perché, come tanti hanno già vissuto, chi incontra Dio, non ripercorrerà mai la stessa strada.
CHE COSA CERCHIAMO?
Dal Vangelo secondo Giovanni, (1,35-42).
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su
Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo
parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa
cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove
dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli
dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era
Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli
disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù.
Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai
chiamato Cefa» – che significa Pietro
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Cosa pensi di fare in quest’azienda tra cinque anni?” “Cosa desideri veramente?” “Cosa cerchi?”.
Alzi la mano chi di noi non ha ricevuto domande di questo genere sul posto di lavoro, in famiglia o
da parte di chi apertamente ci ha detto di volerci bene.
E’ la stessa domanda che Gesù rivolse a Pietro ed Andrea, quando, ancora seguaci di Giovanni,
ascoltavano la sua profezia: “Non io ma Lui che verrà dopo di me”.
“Che cosa cercate?” Alla formulazione del predetto quesito, immagino che i due nuovi discepoli
dovettero pensare: “Ecco, iniziamo bene, subito una domanda complicata”. Ma forse non è stato
così.
Il testo dice: “sentendolo parlare così, seguirono Gesù”. Forse s’innamorarono di quello che
diceva? Forse riconobbero in Lui la profezia del Battezzatore? La decisione era presa:
“seguiamolo” senza indugi e… divennero discepoli.
Ogni giorno Dio ci propone qualcosa di bello, di interessante, di straordinario, come fece con
Pietro ed Andrea che non si lasciarono sfuggire l’occasione forse perché non aspettavano altro.
Per accorgersi di ciò che accade, bisogna continuamente cercare e cercare, altrimenti rischiamo di
trascorrere la vita sul davanzale, osservando tutto e tutti senza riuscire a cogliere nulla.
Pietro ed Andrea erano da tempo invaghiti delle parole di Giovanni che profetizzava “non io ma
Lui” ed erano pronti per la chiamata che arrivò puntuale per loro come per ciascuno di noi.
“Che cosa cercate?” è una domanda per certi versi fastidiosa ed impegnativa è la risposta.
E’implicitamente chiedere anche: che vi aspettate da me ora che percorreremo le stesse vie? Gesù
non perde tempo, vuole un’ adesione totale alla Sua chiarezza d’intenti.
Quando iniziamo un viaggio, vorremmo avere con noi una valigia piena di certezze: le nostre, il
nostro modo di pensare, i nostri progetti e la lista dei traguardi da raggiungere. Vorremmo la garanzia che il nostro interlocutore ci assicurasse a priori che i nostri sforzi, il nostro impegno si
compisse nei risultati attesi.
Questa è una scena diversa: è un gioco di sguardi, è riconoscere Andrea e Simone, è rassicurarli
che l’attesa era finita. Gesù li stava aspettando. Innamorandosi della Parola di Dio si “aggancia”
tutto di Lui, nulla sfugge, tutto ci appare alla nostra portata. Non avremo più bisogno di chiedere”
Dio, dove sei?” Basterà pensare che Gesù non ci lascerà neanche quando non vorremo essere
trovati.
SIGNORE, PROPRIO IO?
Dal Vangelo secondo Marco (1,14-20).
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Immagino Gesù che, passeggiando vicino al mare di Galilea, urlando profetizzava: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel Vangelo”. Si rivolgeva a tutti: la prendeva alla larga o aveva puntato i due pescatori Andrea a Simone?
I due fratelli, increduli, osservarono con curiosità ed interesse l’uomo che percorreva la riva quasi volesse ricordare a tutti che attraversando l’acqua si approdasse nel regno di Dio e si chiedevano: sta guardando proprio noi? Siamo pescatori da sempre, abbiamo fatto del nostro mestiere una ragione di vita, non siamo capaci di fare altro. Il loro cuore era evidentemente pronto ad ascoltare la chiamata di Gesù a cui risposero “Eccoci!”. Lasciarono lì le loro reti a lo seguirono.
Venne il turno di Giacomo e di suo fratello Giovanni, anch’essi pescatori; li scorse mentre riparavano gli arnesi del mestiere: un saluto al padre Zebedeo e via a seguire il Maestro.
Poi venne il mio momento, il nostro momento. Alle chiamate di Gesù, come abbiamo risposto e come risponderemo? Penseremo anche noi che non siamo all’altezza, avremo paura di cambiare vita, lavoro, abitudini ma soprattutto temeremo di abbandonare le “certezze terrene” costruite in anni di sacrifici?
Ognuno di noi conosce l’intimità della propria storia con il Nazareno e forse è giunto il momento di rivisitarla perché le parole di Gesù non lasciano tranquillo nessuno bensì si rinnovano e ci indicano la strada, ma soprattutto ci suggeriscono in che modo percorrerla. Da quel momento in avanti i quattro prescelti ma anche gli altri che giungeranno ne combineranno di tutti i colori: uno di loro addirittura si adopererà per farlo arrestare e poi crocifiggere. Lui perdonerà tutto a tutti per la “scelta folle” di avergli detto di “sì”.
Tutti possiamo declinare l’invito, nessuno è obbligato ad accettare: si sa che quello che realmente ci spaventa è abbandonarci tra le braccia di chi ci ama.
STUPORE DI UN AMORE
Dal Vangelo secondo Marco (1,21-28).
In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Io so chi tu sei: il santo Di Dio”: ecco Satana, da un po’ non lo incontravamo. Non deve mai mancare la consapevolezza che la tentazione sia sempre dietro l’angolo. Oggi il Demonio prova a sradicare sul nascere due delle cose più belle della nostra esistenza: la ricerca della bellezza e la meraviglia della scoperta. La verità è che Satana teme lo stupore e la meraviglia stampati sui visi di quelli che ascoltano la Parola del Nazareno. Quante relazioni muoiono prima di nascere perché pensiamo che sappiamo già tutto di lui o di lei, ci convinciamo che è inutile provare o riprovare tanto già sappiamo come andrà a finire. E’ così che Satana vuole far apparire Gesù: già lo conosco, quell’uomo dice sempre le stesse cose!
Gesù parla, insegna, osserva e libera l’uomo dal male: “Taci, esci da lui”. Si, Gesù ci ha reso liberi e ci perdona sempre perché perdonarci vuol dire regalarci la possibilità di ricominciare dopo essere caduti. Siamo liberi di scegliere da che parte andare e diventare felici e in questo percorso non possono mancare lo stupore di un incontro e la meraviglia di una scoperta.
La strategia satanica è continua e ossessiva e mira a disinnescare sul nascere il desiderio di essere protagonisti della nostra vita. “Meglio fare le solite cose che danno sicurezza e che non stancano” ci sussurra il tentatore. Gesù ci viene incontro, ci tiene per mano, ci traccia la strada ed è felice quando noi lo siamo. Gesù al suo seguito vuole tutti, ma c’è bisogno del nostro sì pronunciato e vissuto continuamente. E’ necessaria la nostra adesione totale al Suo progetto che a volte ci risulta poco comprensibile soprattutto perché non coincide con i nostri
desideri e con i nostri tempi. Ho chiesto tante volte a Gesù: “perché non ora che ho bisogno?”. Dopo un po’ di tempo mi sono accorto che a non essere pronto ero io: Gesù mi ha solo aspettato.
METTIAMOCI IN PROPRIO
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Credere che Gesù fosse veramente uomo, tranne che nel peccato, è stata (ed è) una delle questioni più complesse della nostra fede da affrontare e risolvere. Purtroppo l’idea che Gesù fosse “un uomo a metà” ogni tanto compare nelle nostre menti e nei nostri cuori e non ci aiuta.
Gesù non è comparso sulla terra di punto in bianco. Nato a Betlemme, cresciuto a Nazareth, divenne man mano uomo grazie alle amorevoli cure della madre ed all’esempio del padre falegname: insomma nacque bambino e divenne uomo, un po’ come è capitato a tutti noi. A un certo punto si convinse che era giunto il momento di mettersi in proprio. Da solo? No, insieme ad altri, perché da soli non si può. Simone, Andrea, Giacomo Giovanni furono i primi compagni di ventura a cui cambiò lavoro: non più pescatori di pesci ma di uomini. Ed ecco la prima cliente: la suocera di Simone allettata e malata. Un gesto semplice, oggi quasi inusuale: la prese per mano e la guarì. Gesù arriva, guarisce e poi va via. Dove passa Lui, nulla sarà più come prima. E’ come dire a tutti “ fate in modo che quello che lascerete possa essere migliore di quello che avete trovato, anche se voi non ci sarete”. Non è importante raccogliere ma seminare.
“Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là, per questo sono venuto”. Per cosa siamo stati chiamati, per affermare il nostro protagonismo o per fare in modo che qualcun altro possa apparire? Per fare del bene o per ottenerlo? Per essere ricordati o per “esserci” magari silenziosamente?
Gesù, di buon mattino andò via, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. La preghiera per Lui era indispensabile: era parlare col Padre, era sentirsi Figlio, era vivere ad immagine di Dio. Se proprio non dovessero bastarci tutti gli episodi della vita di Gesù a farcelo riconoscere come uomo, la continua ricerca del Padre nella preghiera lo rende proprio “come noi” quando ci affidiamo (o ci affidavamo) ai nostri genitori perché nessuno come loro sa prenderci per mano.
UN TOCCO SOLTANTO
Dal Vangelo secondo Marco (1,40-45).
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii
purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a
nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da
ogni parte
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Secondo voi è possibile che “un tocco” possa cambiare la vita di una persona? E’ vero, stiamo parlando di uno “scarto”, un malato, un lebbroso, uno di quelli che abbiamo relegato ai margini
delle nostre vite, ma pur sempre una persona. Voglio dire che, in fondo, non ci vuole molto a fare del bene a uno di quelli che non valgono niente cioè quelli che possiedono poco.
Il nostro Gesù ci rivela subito la sua ostinazione, il suo amore verso coloro che spingiamo fuori dal circuito del benessere. Tutto risponde ad una logica quantistica, secondo la quale l’importanza o l’indifferenza sono solo il risultato di misurazioni che determinano il poco o il tanto: forse per questo ci sfugge che basta essere toccati una volta sola da Cristo, basta un solo incontro, poche parole e la nostra esistenza – se vogliamo – non sarà più la stessa.
“Non dire niente a nessuno ma sii testimone della tua purificazione” è il “fioretto” che Gesù chiede al disperato che dimentica subito di aver vissuto quella condizione e grida ai quattro venti la sua felicità.
In ogni istante che ci viene donato possiamo vivere la bellezza della conversione dalle nostre dipendenze, dalle nostre malattie, da tutto quello che ci fa vivere distanti da Gesù e dal prossimo.
Non ci sarà bisogno di compiere gesti eclatanti, ma straordinariamente silenziosi quello sì. Sarà poi la gioia di aver combattuto il male a farci gustare la bellezza della vicinanza a Dio: conterà poco aver vinto o perso.
Se diventiamo testimoni della nostra conversione, tutti si accorgeranno di noi e potranno domandarsi “perché non io”? Ed è quello che possiamo chiedere a Gesù: dacci la forza di testimoniare la coerenza del Tuo amore come tu facesti sulla croce
DOVE SONO LE TUE FERITE?
Dal Vangelo secondo Marco (1,12-15).
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e
credete nel Vangelo»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Non è mai semplice parlare di Satana e di questi tempi meno che mai.
Nel mondo contemporaneo Lucifero sta vivendo uno dei suoi momenti storici più esaltanti perché riesce a conquistare il cuore degli uomini nascondendosi. Chi volete sia interessato a disegnare i tratti di quello che fu l’angelo più bello, chi potrebbe trovare utile conoscere la modalità di “persuasione” del demonio? Di problemi ce ne sono già tanti: discutere di Satana potrebbe rappresentare un’ ulteriore pietra d’inciampo nella nostra vita…meglio evitare!
Aggirare gli ostacoli, voltare lo sguardo altrove o imitare il povero struzzo che per cibarsi nasconde il lungo collo nelle sabbie sono degli stili di vita, ma attenzione perchè anche il divin poeta pose gli ignavi nei cerchi infernali: non possiamo continuare ad illuderci convincendoci che per fare del bene basta non fare nulla di male .
Gesù invece va nel deserto, consapevole di chi incontrerà e di cosa gli capiterà. A noi non viene chiesto un viaggio così lungo, ma la consapevolezza della presenza costante della tentazione nella nostra vita, la necessità di scegliere continuamente tra Gesù e Satana, in altre parole di rendere visibili le malefatte del Demonio e di comprenderne le caratteristiche.
Una delle conseguenze peggiori del male per noi uomini e donne è allontanarsi da Dio senza accorgersene, è non avvertire più la presenza di Dio nella propria vita: è il top per la bestia!
Accorgersi del male non è semplice. Satana si mostra bellissimo, compiacente, emozionante e, col tempo, ha imparato a confondere gli uomini mostrandosi “travestito” da Dio. Si racconta che a San Martino de Tours sia apparso Satana con i lineamenti perfetti di Gesù. Il Santo però non si fece imbrogliare e gli chiese: “Dove sono le tue ferite, nemico? Mostrami prima le tue ferite. Non posso credere ad una fede senza ferite.”. Nascondere le miserie e mostrare solo le attrazioni è uno dei cavalli di battaglia di Lucifero.
Gesù va nel deserto da uomo, va per combattere il male sapendo di trovarlo proprio lì. A Gesù non nteresseranno le nostre perfezioni o la bellezza del nostro aspetto, ma tutte le volte che abbiamo preferito lottare, combattere, sudare. Non conterà (credo) quante volte abbiamo vinto o perso: le tentazioni di Satana ci avranno aiutato a conquistare la salvezza.
Un’ultima cosa: le ferite. Quelle che oggi ci addolorano, quelle che ci siamo procurati quando abbiamo scelto di affrontare la bestia e non di evitarla…“quelle” Gesù le guarderà, le riconoscerà perché Lui c’era e per questo, ne sono certo, ci sorriderà.
NON ANDIAMO VIA: E’ COSI’ BELLO STARE QUI
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e
conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi
attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
La riflessione sul rapporto tra Gesù e i discepoli è sempre stata per me motivo di speranza. Ho sempre pensato che se i “dodici” avessero avuto delle difficoltà, se loro non avessero capito, io, dopo tanti anni quaggiù, qualche battuta a vuoto avrei potuto permettermela.
Che invidia essere stati scelti per la trasferta sul Tabor per guardare il mondo da lassù! Avere la possibilità di poter osservare “tutto insieme” era una gran fortuna, ma forse a Pietro, Giacomo e Giovanni non fu subito chiaro che Gesù stava spalancando i loro occhi per poter osservare tutto quello che era contraddittorio, rischioso, improbabile. Il diverso punto di osservazione avrebbe permesso ai tre ex pescatori di scoprire “il nuovo” e per farlo bisognava allontanarsi da quella riva che per tanti anni aveva rappresentato il loro mondo.
Per osservare “l’altra faccia della luna” bisogna avere voglia di salire le scale e, a volte, di arrampicarsi: si può anche cadere, ma ne vale la pena.
Non si può non capire e condividere la richiesta dei tre prescelti davanti a Gesù trasfigurato cioè rivelato Figlio di Dio “Rabbì, restiamo qui”! I loro occhi brillavano di una nuova luce: avevano imparato a guardare il mondo tutto assieme, via i particolari, le analisi capziose degli eventi, l’analisi logica delle parole, i particolari ingombranti, i ricordi invasivi.
Gesù li prese per mano e li trascinò (controvoglia) sulla terra: era lì il loro posto. E’ semplice osservare, capire, comprendere, aiutare quando tutto funziona a meraviglia, quando la vita ti sorride e percepisci che il mondo ti ama: è sempre Satana che costruisce questi momenti idilliaci, emozionanti che confondono il cuore e la mente.
Un ultimo importante avvertimento: “non raccontate a nessuno quello che è successo, se non dopo che il Figlio dell’uomo sia risorto dai morti”. Loro obbedirono senza capire.
Sul Tabor Gesù si è mostrato: ha rivelato la Sua identità di Figlio di Dio. Ha inondato di luce i compagni di viaggio chiarendo che Lui non è “la luce” ma Egli è Figlio della Luce che è Dio. Ha chiarito ai pescatori che l’unica vera bellezza è “stare con Dio sempre”. Ha indicato la strada da percorrere a tutti quegli uomini ossessionati dal successo che confondono la Provvidenza (cioè la presenza di Dio) con la fortuna.La ricerca della bellezza è compito nostro, è un’attività non delegabile, forse l’unica. Probabilmente, quel giorno ce ne verrà chiesto conto.
LO ZELO? MAH!
Dal Vangelo secondo Giovanni (2,13-25).
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle
e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?».
Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai
risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo”. Questa volta inizio dalla fine perché questa frase esprime una verità straordinaria ed è uno dei punti fermi della nostra fede: possiamo mentire al prossimo, ma non a Dio. È il moto di ribellione degli onesti, dei sinceri, di quelli che preferiscono affrontare le realtà e non affondare nelle sabbie mobili delle menzogne. Sono “richieste di coerenza” durissime quelle che Gesù ci propone ma che hanno un unico scopo: Lui vuole sentirci vicini, sempre.
Il brano di oggi qualche volta lo utilizziamo per giustificarci quando perdiamo quell’indole misericordiosa che contraddistingue le nostre relazioni fraterne. “Anche Gesù perse la pazienza,
quella volta al tempio”: chi di noi non si è appellato al contenuto di questa pagina evangelica? E’ vero, vedere Gesù arrabbiato non è usuale, ma è capitato.
Penso a tutti quelli che si imbattono nel “disordine” che è il contrario della “cura”, dello “zelo”, della “dedizione”. Penso a tutte quelle case distrutte, non alle mura ma agli affetti separati, agli omicidi consumati, alle discussioni violente. E’ quell’insopportabile disordine che abita nei luoghi l’obiettivo di chi fa della distruzione una ragione di vita.
“Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato”. Sì, un mercato, dove il più abile, il più scaltro si arricchisce, dove il ricco diventerà sempre più ricco, dove chi ha poco si ritroverà con nulla. E’ la irreversibile realtà che il nostro mondo da tempo ci propone.
Non ci siamo: “questo tempio va distrutto e in tre giorni lo farò risorgere”. Monito naturalmente incomprensibile allora come ora. I nostri pensieri hanno sempre viaggiato su binari opposti a quelli di Gesù. I discepoli pensarono che nessuno – neppure Lui – potesse ricostruire in così poco tempo un tempio edificato in quarantasei anni. Lui parlava del Suo corpo martoriato dagli uomini che, dopo tre giorni, per amore, sarebbe risorto per affidarci il dono della Risurrezione.
Un’ultima cosa. Che bravi i discepoli a ricordarsi della frase “Lo zelo per la tua casa mi divorerà” forse detta da Gesù o scritta da qualche parte: magari anche loro si erano domandati cosa fosse lo zelo e forse potremmo chiedercelo anche noi. L’inequivocabile risposta la diede Gesù arrabbiandosi nel Tempio: lo zelo è qualcosa che ti brucia dentro e che non si riesce a controllare, è la forza che ti spinge a fare le cose “con coerenza”.
Da lì a poco, con lo stesso zelo, Gesù sceglierà di portare il peso della croce percorrendo quell’unico sentiero che conduce alla Resurrezione.
NICODEMO: IL PRIMO DELLA CLASSE
Dal Vangelo secondo Giovanni (3, 14-21).
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per
condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui. Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome
dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Nicodemo era un dottore della legge, membro del Sinedrio, un fariseo. Il suo profilo era da primo della classe, uno che “sprizza genialità da tutti i pori”, un irreprensibile, uno di quelli che trascorre la sua esistenza facendo sempre qualcosa di utile per il mondo e per chi lo abita. Ad un certo punto arriva la vita con tutti i suoi “se”, i “ma” ed annesse domande: in questi casi i libri, i vocabolari e perfino il web non riescono a darti le risposte che vorresti.
“Allora troverò qualcuno che mi potrà illuminare” avrà pensato il nostro Nicodemo, ma per uno che è stato il primo della classe ed ora siede nei banchi del Sinedrio non è semplice incontrare “un Maestro appagante”. Tra l’altro, Gesù godeva di una reputazione divisiva: alcuni lo consideravano uno capace di aprire la mente come nessuno e altri lo definivano un sobillatore del popolo.
Nicodemo cede alla curiosità: si convince che le parole di Gesù possano dargli ciò che la sua prediletta legge non potrà mai raccontargli e va da Lui, di notte.
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non vada perduto ma abbia la vita eterna”. Non sapremo mai se il dotto Nicodemo, ascoltando queste
parole pronunziate da Gesù, si sia chiesto: Chi glielo ha fatto fare? Dio cosa ha ricevuto in cambio della vita di Suo Figlio? Personalmente spesso me lo chiedo e non sempre capisco che fu una scelta d’Amore, un amore che forse non riesco a vivere e per questo non ne comprendo la grandezza. All’alba, Gesù e Nicodemo si salutano. Nicodemo torna a casa con i suoi pensieri e con le parole del Maestro che gli ronzano nella testa: “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce”. A volte non scegliamo il buio perché ci piace, ma perché vogliamo profittare della sua complicità, della possibilità di non mostrarci, del distacco per non sporcarci.
Le Parole di Gesù squarciarono il velo delle certezze di Nicodemo. Dei dodici che lo seguirono, sotto la croce non c’è traccia. Nicodemo invece portò con sè profumi ed oli per conservare il corpo di Cristo e riporlo nel sepolcro. Un dono per Gesù, che gli aprì le porte della mente e del cuore mostrandogli tutte quelle cose che vanno oltre la legge, oltre l’intelligenza, che ti rendono fragile, dubbioso e incerto, che ti cambiano i riferimenti, ma che ti permettono di vivere accanto a Lui ogni istante.
L’AMORE DI DIO E’ IL DONO DEL FIGLIO CROCIFISSO
Dal Vangelo secondo Giovanni (12, 20-23).
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore,
vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il
giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
L’aria di confusione che si respirava in quei giorni nella Santa Gerusalemme era molto simile a quella che oggi viviamo nelle nostre città. Il responsabile di quella confusione era il nostro Gesù, dipinto come l’uomo che era venuto per comandare, per liberare tutti dalla dominazione di Roma, per riscattare il popolo dall’oppressione: ma come? La certezza di aver individuato il “salvatore” generava un’ eccitazione che rendeva irrilevante tutto il resto.
La città era in preda al panico…e i discepoli? A loro Gesù, ancora una volta, parlò in modo chiaro affinché non s’illudessero: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” La storia del chicco che muore era la risposta di Gesù a chi ostinatamente non voleva capire, a chi credeva che l’unico modo per salvarsi fosse arricchirsi e che la conquista del potere passasse necessariamente attraverso la distruzione di tutto e tutti.
Purtroppo, nonostante il tempo trascorso, le cose non sono cambiate: penso ai popoli e alle famiglie che continuano ad azzannarsi per un pezzo di terra e ai tanti, troppi uomini che
accendono micce di cannoni, ma che non conosceranno mai i destinatari di quelle esplosioni. E’ più facile fare del male quando si ignorano i volti dei morti: meglio riflettere sui “numeri” anche perché con essi si possono manipolare le menti.
Come dicevo, la colpa del disorientamento della gente di Gerusalemme era stata di Gesù: uomo troppo coerente! Invece di profittare di quello stato di eccitazione collettiva per fare proseliti, Egli rincarò la dose parlando di un principe di quel mondo che sarebbe stato buttato fuori: insomma, Gesù non smetteva mai di fare Gesù! I discepoli capirono poco di quell’insegnamento del Maestro e anche noi contemporanei, a volte, abbiamo qualche difficoltà a convincerci che non potrà mai esserci una bellezza alla fine, senza disperazione all’inizio. Imboccare la strada irta e piena di buche non fa piacere a nessuno, ma scansarla non è un problema: è una scelta.
Nel nostro cuore o ci mettiamo Gesù o ci finisce dell’altro: è la storia di sempre. Possiamo scegliere il Principe della nostra vita quando vogliamo, ma dobbiamo anche trovare la forza e la coerenza di trattenerlo e non di cacciarlo via quando qualcosa si complica per poi cercarlo solo se ne abbiamo bisogno. Gesù vuole stare con noi sempre: Lui è disponibile a tutte le ore, siamo noi che non abbiamo mai tempo.
Forse, non vogliamo affrontarlo quel “tempo”, quel momento” per decidere da che parte stare. La storia del chicco che muore ci piace, ma ci spaventa: pensiamo che la morte degli uomini e quella di Gesù sia il triste epilogo di una fiaba. Salire su quella croce è stato un gesto d’amore non una resa. Non è semplice per nessuno guardare l’uomo crocifisso e pensare alla Resurrezione, ma neppure si può trascorrere una vita ad osservare i chiodi, la corona di spine, il costato trafitto.
L’amore di Dio è il dono del Figlio crocifisso.
PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO
Dal Vangelo secondo Giovanni (17, 11b-19).
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Spesso diventiamo bravissimi a spiegare e a dare consigli per i dolori che non proviamo. Quando però arriva il momento di vivere il nostro dolore, le cose cambiano. In questi casi la domanda più ricorrente che ci poniamo “Perché proprio a me?” è un interrogativo al quale non c’è nessuno che possa dare risposta. A dire il vero, anche quando tutto gira per il verso giusto se dovessimo provare a farci la stessa domanda non avremmo nessuno in grado di esaudire la nostra curiosità.
La storia della Passione di Gesù non è il racconto di un evento vissuto da un uomo tanti anni or sono che non ci appartiene. Senza quella Passione, tutte le altre, anche le nostre, potrebbero
apparire solo come un cammino doloroso e senza fine. Tutto ciò che precedeva la salita al Calvario appariva straordinariamente eccitante. La folla che applaudiva all’arrivo dell’uomo dei miracoli era l’espressione del male che serpeggiava tra la gente. Gesù era riuscito a trasformare la noncuranza in interesse: tutti si aspettavano da Lui la vittoria sul campo necessaria per spodestare la tirannia romana. Intanto egli giunse in groppa ad un asino: in tanti si saranno chiesti dove fossero i soldati, ma in quel momento contava solamente il battito delle mani. Da lì a poco, gli adulatori sarebbero diventati i suoi carnefici e, come potete osservare, nulla è cambiato. Nella salita al calvario Gesù non sarà mai solo: con Lui Maria Sua madre e tanta gente buona. Anche per noi è così quando scocca l’ora del dolore, spesso però non riusciamo a scorgere nella nostra vita la presenza di Maddalena, della Veronica, del Cireneo, di Pietro, di Giovanni, tutte persone che erano lì e che osservavano stupiti come veniva accolto il loro Gesù. Gesù, l’uomo dei dolori, con i suoi sguardi ci osserva e si aspetta da noi qualcosa. Ci sta chiedendo di riscattare gli “scarti”, di rialzare chi cade, di innamorarci delle anime, di sconfiggere le convenienze: è Lui stavolta che chiede a noi!
Probabilmente gli altri ci derideranno e non capiranno, ma noi siamo disponibili a fare della “Resurrezione” una ragione di vita? Questa Pasqua potrebbe essere l’occasione per trovare la forza di rispondergli “Sì”.
TI INTERESSA DIVENTARE UNO SCHIODANTE?
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Pur essendo di natura divina, spogliò se stesso, assumendo la natura di servo divenendo simile agli
uomini” (Fil. 2,6-7).
Gesù era diventato così simile agli uomini che non era riconoscibile stando insieme agli altri undici galilei. Giuda fu costretto a baciarlo per indicarlo ai soldati e farlo arrestare. Il Figlio di Dio era diventato uomo tra gli uomini.
Diciamola tutta: a noi la storia di un Dio che manda sulla terra il Suo unico figlio, che diventa completamente uomo, muore e risorge per amor nostro in fondo non ci ha mai convinto del tutto. E’ più semplice credere alla favola di Gesù nato in una mangiatoia a Betlemme, cresciuto tra le amorevoli attenzioni di un falegname ed una giovane donna. Verso i trent’anni, il ragazzo, diventato uomo, scopre di possedere poteri straordinari: resuscita i morti, trasforma l’acqua in vino… insomma fa miracoli. Se non ci fossero stati il tradimento di Giuda, la salita al Golgota e la morte in croce, la vita di Gesù somiglierebbe ad un romanzo di quelli che finiscono bene perché poi, dopo tre giorni, risorge.
Quel maledetto bacio: ma era proprio necessario? Giuda poteva indicarlo in altro modo, invece fu costretto ad avvicinarsi a Lui e baciarlo. In fondo, che colpa ha Giuda? Lui è stato solo uno strumento per mostrare a tutti Gesù in maniera inequivocabile.
A volte anche noi possiamo avere avuto qualche problema nel riconoscere l’uomo della Croce: sbaglio? Non sempre ci accorgiamo dei Gesù crocifissi che incontriamo sulla nostra strada.
Vi confesso che dopo quaranta giorni di digiuno ed astinenza, ho grande difficoltà ad individuare il mendicante ferito, l’anziano lasciato solo, il vicino bisognoso o quel tipo invasato che dice di essere innamorato di Dio e che continua a ripetermi che se voglio diventare uno “schiodante” c’è bisogno che io mi inginocchi davanti alla croce e che prenda per mano le mani insanguinate del crocifisso senza avere paura del contagio.
Ci mancava solo quel bacio. Non poteva già bastare Gesù servo, Gesù ultimo, Gesù debole, Gesù che ci dice“farete come ho fatto io”?
La verità è che tutti questi Gesù non ci piacciono perché bisogna essere disposti a vivere una testimonianza totalizzante: ci vuole una forza incredibile per riconoscerli, guardare nei loro occhi e capire cosa possiamo diventare per loro. Eppure sono parte della nostra vita.
L’ORA DEL MALE
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Esiste un male contro natura: quello dei genitori che perdono un figlio. Credo sia l’unico male che non si possa neppure raccontare tanto è doloroso. E’ stato il male vissuto da Maria dopo aver dovuto assistere inerme alla mattanza del Figlio nel raccogliere il Suo ultimo grido ai piedi della croce.
Ora era diventata la Madre del condannato, del traditore, del Crocifisso, dell’abbandonato. Avrà pensato: qual è stata la Sua colpa? Perché tanta furia, tanto accanimento contro di Lui?
Qui ti sbagli Maria perché il tuo Gesù, in vita, era stato capace di smascherare l’ipocrisia della cosiddetta “brava gente”. I dottori, gli scribi, i farisei di allora predicavano che bastava osservare la legge e tutto sarebbe andato bene. Fu Gesù che scombinò quella quiete quando iniziò a dire che bisognava toccare i cuori.
In fondo Gesù aveva fatto la fine che meritava: questa era l’idea dei benpensanti. E’ un po’il pensiero di noi contemporanei quando viene ucciso uno di quelli che nella sua vita ha deciso di fare lo “schiodante”. La discesa dal Calvario per Maria fu molto più dolorosa della salita, in più c’era il peso del dolore che la affliggeva, ma il peggio doveva ancora venire.
Era sabato ed il male spiegò le vele della sua vittoria: sembrava che Satana avesse avuto la meglio, frettolosamente la folla voleva dimenticare Gesù. A volte, volutamente, cerchiamo di chiudere rapidamente i conti con quegli eventi che ci hanno infastidito perché ci hanno messo “in discussione” allontanando quelle persone che ci hanno fatto riflettere con le loro parole penetranti. Maria era sicura di sé: era addolorata, ma sapeva che non doveva cedere. Il Suo Gesù non l’avrebbe mai tradita: “Risorgerà, me lo ha promesso”.
Un altro grande dolore affliggeva il cuore di Maria che è e sarà sempre la Madre di tutti e quindi anche di Giuda, il figlio morto di disperazione. Giuda non resistette: troppo pesante per quel ramo il peso del suo tradimento. Il peccato aveva mietuto la sua vittima: pareva avesse avuto la meglio. Bastava riconoscerlo quel peccato ed era fatta. Solo Maria poteva in quei momenti pensare a Giuda, solo una mamma, anche se addolorata, non dimentica nessuno dei Suoi figli. E’ la sorte del demonio: si illude di aver vinto, pensa che Giuda gli appartenga. Basta resistere ancora qualche giorno e l’ora del male finirà: Gesù risorto riscatterà tutti i nostri peccati!
E’ la lezione di Maria al male.
DOPO TRE GIORNI RISORGERO’!
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Dopo tre giorni risorgerò”!
I nemici di Gesù non riuscirono a non pensare che quella profezia potesse essere vera. Quelle parole divennero pesanti come un macigno al punto che vollero il sepolcro sorvegliato dai soldati giorno e notte. Temevano il furto del corpo di Gesù o avevano paura che il nemico potesse aver detto il vero? Un po’ come quando devi affrontare un avversario più forte di te: non potendolo amare, lo temi, lo rispetti. Gli amici invece erano scomparsi, impauriti di poter fare la stessa fine del crocifisso. Le donne, mentre andavano al sepolcro, mendicavano un po’ di consolazione dopo tanto dolore. I nemici, gli amici, le donne…e noi? Dove siamo noi? La tentazione di assopirsi al racconto della favola del bimbo di Betlemme che cresce amato dai
suoi, si scopre profeta scomodo, leader povero, viene giustiziato però risorge è forte. In fondo, spesso ci basta.
Stavolta ci basta?
C’è un’altra tentazione che potrebbe provocarci insonnia. Per intenderci, un po’ come quella che tormentava i nemici di Gesù. Le favole, per quanto belle da ascoltare, faranno sempre parte di un mondo che non ci appartiene, possono regalarci belle emozioni, ma resteranno sempre distanti da noi. Gesù, dopo aver patito ed offerto la sua vita al Padre, è Risorto. Ora dov’è?
Possibile che abbia deciso di non lasciarmi mai più da solo?
Auguri.
NULLA CAPITA PER CASO
Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31).
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Sapremo mai perché proprio Tommaso l’incredulo non c’era quando Gesù per la prima volta si mostrò ai suoi discepoli? Eppure proprio lui non era lì.
Mi sembra giusto ricordare brevemente cosa fosse accaduto per cercare di capire cosa frullasse nella mente e nei cuori di quel manipolo di uomini che avevano avuto la fortuna di condividere con
Gesù i suoi ultimi anni. Vero è che tutti erano stati avvertiti sulla possibilità che il Figlio di Dio sarebbe morto e dopo tre giorni risorto, ma nessuno di essi avrebbe potuto immaginare che il loro
Gesù avrebbe fatto quella fine ingloriosa. Tutti, Giuda e Tommaso compresi, avevano giurato all’uomo della Croce che loro ci sarebbero sempre stati, che non lo avrebbero mai abbandonato,
ma poi sappiamo che le cose andarono diversamente.
Gli apostoli erano frastornati ed impauriti per una delusione mista a dolore: tutto era stato rimesso in gioco da quell’incomprensibile annunciato distacco a cui nessuno aveva voluto credere, ma che
oramai rappresentava la loro realtà. Bisognava ricostruire tutto daccapo: c’era bisogno di pazienza e di coraggio, altre delusioni non potevano essere contemplate in quel momento.
Tommaso, l’assente, era così addolorato che non riuscì a credere ai compagni: “Se non vedo nelle Sue mani i segni dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano
nel Suo fianco, non credo”. Come dargli torto? E’ un po’ come reagire dinanzi ad un amore tradito: “Non ci cascherò più! ”.
Eccolo Gesù che torna: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani”. Il Risorto che dà una seconda possibilità è un grande monito per noi. Il Figlio di Dio che non si arrende all’incredulità ed al
peccato di tutti noi ha una sola spiegazione: Egli ci ama come nessun altro e ce lo dimostra quando il nostro cuore è a pezzi.
Sono tante le situazioni descritte in questo brano che ci appartengono e che viviamo ogni giorno come l’abitudine di convivere con un cuore in subbuglio e non sapere cosa fare o la difficoltà di capire in quale direzione andare. Gesù non bada all’ incredulità di Tommaso giustificata dalla delusione del distacco né reputa offensivo il bisogno di “provare per credere”. Lui, da poco tradito e abbandonato dagli uomini, non serba rancore né vuole che essi vivano lo stesso dolore vissuto da Lui.
Gesù non esita, offre la testimonianza delle Sue ferite perché gli è stato chiesto. Tutto questo capita quando si vive un amore e fai le cose non perché ci credi, ma “solo per amore”.
PACE A VOI!
Dal Vangelo secondo Luca (24, 35-48).
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello
spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».
Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione
di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Dubbi, perplessità, stanchezza, paure…mancava la voglia di crederci ancora e soprattutto c’era poca disponibilità ad ascoltare i soliti discorsi.
Tornare alla vita di sempre credendo che tutto sia finito è doloroso: è la sorte di chi s’innamora e scopre che quell’amore è finito. Restano le cicatrici, ma quelle non scompariranno mai: rappresentano il perenne ricordo di aver vissuto un amore. Sembra una scena già vissuta che mi appartiene, che ci appartiene.
Gesù non va via e nonostante la nostra incredulità che è una compagna di vita, Lui resta sempre con noi. E’ molto bello dire “io per te ci sarò sempre”, ma è tanto faticoso farlo sul serio, soprattutto in certi momenti: è pagare il prezzo di una promessa d’amore.
L’uomo della croce decise di ripartire da quel legno e da tutto ciò che ne conseguì: “Pace a voi. Perché siete turbati e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io!”.
Questa è una storia che racconta di un grande dolore, di una sofferenza condivisa. E’ un tratto di vita che nessuno di loro avrebbe voluto mai vivere.
Gesù mostra agli undici le cicatrici del Suo corpo: Egli sapeva già che se avesse voluto rivederli, avrebbe dovuto fare i conti con le loro insicurezze e le loro diffidenze. “Avete qualcosa da mangiare?”: li invitò a vivere ancora una volta la bellezza e l’intimità del cenacolo dove la Parola diventava il cibo dello spirito.
“Sono queste le Parole che io vi dissi quando ero ancora con voi. Così sta scritto, il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno e, nel Suo nome, saranno predicati a tutti i popoli la conversione ed il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni”.
Ricominciarono daccapo, come un tempo, a raccontarsi delle loro giornate, delle emozioni, dei problemi. Senza che nessuno se ne accorgesse, le ferite iniziarono ad essere meno dolorose perché il loro cuore (sempre lui) iniziò a battere come una volta. Gesù ci porta la pace, la cura, le carezze, ma ci fa anche capire che dal quel momento ne saremo noi i testimoni.
ATTENTI AL LUPO!
Dal Vangelo secondo Giovanni (10, 11-18).
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il
lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e dò la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non
provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il
comando che ho ricevuto dal Padre mio»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Quando piove e siamo sprovvisti di ombrello, desideriamo incontrare un amico che ci ripari dalla pioggia con il suo o qualcuno che ci accompagni per tutto il tempo e condivida la nostra stessa sorte? Non è semplice rispondere: non è mai facile far battere il cuore quando l’avversario è la razionalità.
Il buon pastore, quando vede arrivare il lupo, non scappa per una ragione semplicissima: le pecore gli appartengono, sono la sua vita. Il mercenario invece fugge, pensa a sé: comprerà altre pecore per poi rivenderle, ma intanto si mette al riparo dalle intenzioni del lupo. Non è mia intenzione parlare male dei mercenari: desidero solo che sia chiaro a tutti come essi si comportano per non stupirci quando interpretiamo la parte delle pecore.
Appartenere è un verbo difficile da spiegare, ma chi di noi non ha mai vissuto la sensazione di brivido innanzi ad una persona, a una presenza visitando un luogo? Appartenere è pensare “farei qualunque cosa se me la chiedesse”: è il cuore che parla.
Spesso mi chiedo se cerco il mercenario che mi fa vivere bene e mi promette di risolvere i problemi o il pastore che non possiede nulla, ma sceglie di vivere la sua vita accanto a me
condividendo le gioie e accompagnandomi nelle sofferenze. Gesù ci sceglie perché ognuno di noi è speciale per Lui e ci aspetta fino a quando noi non ci convinciamo che Lui è speciale per noi. Gesù non si stanca: il pastore non si stanca mai.
SENZA NESSUN OBBLIGO
Dal Vangelo secondo Giovanni (15, 1-8).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
La consapevolezza di essere tralci è fondamentale, cioè essere parte del progetto di Dio. Vivere nella Sua vigna è una scelta, non un obbligo e, come tutte le scelte che contano, presuppone una progettualità orientata a diventare generatori di frutti. Al contrario, chi decide di vivere una vita inutile è destinato ad essere tagliato.
Uno degli atteggiamenti più ricorrenti è prendersela con il contadino che, prima o poi, andrà nella vigna e compirà il suo lavoro di potatura. Taglierà i tralci per fare spazio a quelli che stanno crescendo e che daranno molto frutto. Egli non farà altro che ratificare quello che noi abbiamo deciso di fare della nostra esistenza. Penso che continuare ad invocare il destino avverso o addossare la colpa agli altri quali uniche cause del fatto che non vogliamo “diventare grandi” possa procurarci solo del male. Vivendo “a rimorchio” certamente si fa meno fatica, ma si sopravvive e soprattutto non si genera alcunché, neppure il solco della strada dove girano le ruote del “rimorchio”.
Se decidiamo di tagliare fuori dalla nostra vita Gesù, non dobbiamo meravigliarci se l’agricoltore ci recide e ci butta nel fuoco.
La vigna è il posto dove si lavora, si suda, si colgono le opportunità, si serve: non si sceglie cosa fare, ma si fanno le cose di cui c’è bisogno per la comunità e non per se stessi. I frutti che generiamo non sono destinati a noi, ma al prossimo. Certo, il lavoro nella vigna è pesantissimo e probabilmente lo è tutte le volte che ci viene chiesto di essere generosi, ma sempre senza nessun obbligo di diventarlo.
La vigna è la casa di tutti, ma bisogna scegliere di andarci a vivere.
HARRY POTTER: IL MIO PREFERITO !
Dal Vangelo secondo Giovanni (15, 9-17).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate
ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. Così disse Gesù: forse per tranquillizzarci, per manlevarci da ogni responsabilità su quello che sarebbe accaduto? Non lo so, ma ancora una volta
stupisce la chiarezza del messaggio che ne consegue: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.
Gesù, quando scelse i dodici, li osservò, li seguì poi li chiamò per nome ed anche con noi è così. E’ Lui che si è mosso per primo, è Lui che ci vuole tenere con sé, tra l’altro, per sempre. La responsabilità di fare il primo passo è un insegnamento enorme ed è una delle azioni che più ci spaventa. Prendere l’iniziativa spesso vuol dire offrire una possibilità, magari una seconda, dare un’opportunità: è un gesto d’amore di grandezza enorme. Quando si decide di partire per un viaggio, di intraprendere un’impresa, molte volte i dubbi sono superiori alle certezze. Inoltre, ci si espone e spesso si diventa capro espiatorio di tutti gli errori che vengono commessi. Insomma, è molto più comodo poter dire di essere stati scelti: è la condizione più garantista. Con Gesù questo problema non lo avremo mai: Lui ci ha tolto dall’imbarazzo del primo passo per insegnarci come si fa e quanto sia importante amare per primi. Non è certo colpa Sua se a volte decidiamo che forse è preferibile non correre questo rischio e vivere aspettando che gli altri sbaglino: potremmo perdere il gusto di giudicare e soprattutto di condannare…
Gesù di passi verso di noi ne fa tanti, spesso ci insegue come il pastore le pecore. Eppure una delle domande più frequenti che ci poniamo è Signore, dove sei? Signore, dov’eri quando? A volte mi chiedo se quello che cerchiamo è Gesù o Harry Potter per potergli chiedere di prestarci la sua bacchetta magica. Probabilmente è quella che cerchiamo. L’ultimo passo che ha mosso Gesù è stato salire sulla croce quando ha offerto la Sua vita per noi.
“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici.
IL MONDO PER IL MIO ORTO.
Dal Vangelo secondo Marco (16, 15-20)
In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.
Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà
condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno
qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e
confermava la Parola con i segni che la accompagnavano
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Mamma mia! Dopo la Resurrezione ora l’Ascensione: non è un po’ troppo? La mia fede è messa a dura prova da questi eventi che entrano nella mia vita chiedendomi da che parte io stia. Sono tra quelli che pensano che in fondo è tutto un romanzo o appartengo a coloro che credono di dover ringraziare ogni giorno quegli “undici” se la Chiesa di Cristo oggi è anche la mia Chiesa?
“Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”. Ed essi andarono dopo che Egli mostrò loro le mani, il costato ed affidando loro la pace: sì, proprio quella di cui oggi siamo alla disperata ricerca senza renderci conto che siamo stati proprio noi ad averla smarrita. Gesù non diede loro nessun dono, neppure un denaro per preparare tutti ad una Chiesa povera, aperta a tutti, senza orti né steccati.
Non fu semplice per gli “undici” rinunciare al loro divano ed alle certezze costruite col sudore in anni di lavoro, ma lo fecero. Essi ancora oggi girano il mondo, vanno ovunque perché sanno di non essere mai soli. Nel Suo nome “scacciano i demoni, parlano lingue nuove, prendono in mano serpenti e, se bevono qualche veleno, non reca a loro danno”.
Di queste persone ce ne sono, certo che ce ne sono! Prima o poi devo decidere di arruolarmi anch’io, prima che sia troppo tardi.
UN PO’ COME NOI.
Dal Vangelo secondo Giovanni (15,26-27; 16,12-15)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Vorrei iniziare con un breve riepilogo delle ultime puntate per riflettere su quanto gli eventi che hanno preceduto l’arrivo del “Paraclito” abbiano a che fare con il nostro vissuto. I dodici, diventati undici, pensavano che facendo parte della squadra dell’uomo dei miracoli si fossero garantiti un posto d’onore nel regno che stava per essere conquistato e che prima o poi questo riconoscimento sarebbe giunto. Immaginarono che a Gerusalemme si sarebbe giocata la partita più importante. L’iniziale entusiasmo della folla rafforzò in loro questa convinzione: la gente era dalla Sua parte, dalla loro parte. Il bacio di Giuda fu come un autogol improvviso e generò inquietudine soprattutto perché dimostrò che il mito dei superuomini a cui tutti si stavano affezionando era stato messo in discussione da quel gesto scellerato che a chiunque di loro sarebbe potuto capitare e così fu! Da quel momento iniziò un fuggi fuggi generale e ognuno, a modo suo, prese le distanze dall’uomo dei miracoli che in poco tempo diventò l’uomo della croce.
Nessuno ebbe la forza di salire su quella collina dove sembrava si stesse consumando la più grande delusione della loro vita. Tutto lasciava credere che ancora una volta il male e l’ingiustizia avessero preso il sopravvento sul bene. Eppure il loro Gesù li aveva preparati a quello che sarebbe avvenuto, ma loro ci capirono poco così intenti a pensare alle accattivanti conquiste ed al potere, insomma un po’ come noi.
Gesù non tradisce mai. Torna, appare e cena in mezzo a loro, ma non basta: riappare ed invita gli increduli a toccare per credere. Il Figlio di Dio sa bene che il dolore, la delusione dei suoi apostoli in quel momento prevaricava la bellezza del cammino fatto insieme. Il progetto di Dio per quegli uomini, come accade anche per noi, non avrebbe mai potuto interrompersi: Gesù aveva scelto proprio loro per trasformare le strade sabbiose in pendii soleggiati e non aveva nessuna intenzione di rinunciare a quell’amore vissuto. Ora quegli uomini tristi ed impauriti dovevano tornare a sorridere: avevano bisogno dello Spirito di Dio.
“Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. Solo lo Spirito riesce a trasformare uomini impavidi in cavalieri spavaldi, in persone illuminate o “schiodanti” come a me piace dire. Costoro non sono dei superuomini, ma gente che ascolta, accoglie, abbraccia, sorride, pecca, rischia, a volte si dispera e piange di gioia o di dolore, ma non dubita mai dell’amore di Dio.
A me piacerebbe tanto diventare come loro.
CASA, FAMIGLIA, AMORE.
Dal Vangelo secondo Matteo (18,16-20)
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” è come dire “attraversando me si arriva al Padre mio”.
Ho sempre immaginato la Trinità di cui parla Gesù come una famiglia, qualunque famiglia unita dallo Spirito Santo, forza dell’amore che ha il potere di tenere tutto e tutti legati insieme in posti dove il tempo e lo spazio contano poco o niente, dove per parlare ed ascoltare non è necessario esprimersi nella stessa lingua.
Famiglia, casa, accoglienza, porta sono tutte immagini di un progetto di amore che va costruito giorno dopo giorno. La porta sia sempre aperta e bussare non può essere un obbligo: per ciascuno ci sarà sempre un posto per sedersi e dividere insieme il pasto. A tavola, tra un boccone e l’altro, ci racconteremo le nostre storie, condivideremo i dolori e le gioie. Non ci scandalizzeremo se qualcuno sarà triste o troppo allegro anche perché potrà capitare anche a noi. Non mancherà mai l’ascolto e la pazienza : sono ingredienti indispensabili per la buona riuscita del cenacolo. E perché no…anche lo sfottò ci può stare!
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”. Il Padre, la Madre, il Figlio, la Figlia e lo spirito d’amore che unisce: ecco, non manca nulla, ora bisogna partire, basta dubbi!
Andiamo, raccontiamo, battezziamo, insegniamo nel nome di Dio come Gesù ci ha detto di fare. In questo cammino non faremo differenze: è scritto “tutti i popoli”. E’ solo stupidità continuare a credere che le diversità di genere, di sesso, di razza, di religione rappresentino degli impedimenti: queste discriminazioni le abbiamo generate noi, Gesù non c’entra nulla. Le porte aperte della Chiesa di Dio non possono presupporre la domanda “ tu chi sei, da dove vieni?” Gesù ha cercato gli apostoli e ad uno ad uno li ha chiamati per nome: anche noi dobbiamo agire alla stessa maniera.
Ancora una volta, a chi lo avesse dimenticato, Gesù ricorda che non saremo mai soli e che con alcuni di noi si intratterrà più a lungo, ci inviterà di nuovo e ci aspetterà: non si stancherà mai. Il Figlio di Dio ci sta affidando un amore gratuito che non prevede un prezzo da pagare. Spesso questo Gesù ci appare fuori dal mondo, ma, ci piaccia o no, il Suo unico tornaconto è condividere la bellezza di un’amicizia.
“PRENDETE, QUESTO E’ IL MIO CORPO”
Dal Vangelo secondo Marco (14,12-16.22-26))
ll primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice:
Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Credo di aver già scritto che per larga parte della mia vita mi sono chiesto Gesù Cristo dove fosse. A questa domanda mi sono dato risposte diverse a seconda di come giravano le mie cose ed in ogni caso non sono stato mai convinto di aver azzeccato una risposta definitiva, quella giusta. Probabilmente, quando non riesci a spiegarti qualcosa, è perché non cerchi con amore quello che vorresti trovare.
In questi giorni, in tutte le Parrocchie, tanti ragazzi incontrano Gesù per la prima volta ed anche per me fu così come lo è stato per molti. Quel giorno nessuno di noi l’ha dimenticato, ma per ritrovarsi nuovamente con una persona bisogna volerlo e così capita anche con Gesù. Insomma, se allora siamo stati accompagnati per mano dai nostri genitori, dal Parroco, dai catechisti, da quel momento in avanti incontrare Gesù sarebbe diventata una scelta.
Fissare un appuntamento con il Figlio di Dio fatto uomo per me non è stato mai semplice ed allora cercavo di inventarmi delle scuse pur partecipando alle Celebrazioni Eucaristiche: è complicato reggere lo sguardo di chi ti ama perdutamente quando sai bene che tu quell’amore non riesci a viverlo, a corrisponderlo. Sì, la vera difficoltà era proprio reggere il Suo sguardo. Pensavo a quando incrociò gli occhi di Giuda o quando (ad uno ad uno) chiamò a sé i dodici o quando chiese al Padre di allontanare da sè quell’ora ed a tanti altri momenti della Sua vita terrena quando i suoi occhi fecero la differenza.
Ma Gesù non si ferma mai: il Suo amore per gli uomini non è intermittente. Guardarsi negli occhi è solo l’inizio di una storia d’amore e infatti, quella sera, durante l’ultimo cenacolo vissuto tutti insieme, andò oltre. “Non vi abbandonerò mai, resterò sempre con voi. Prendete, questo è il mio corpo”. Nessun Dio aveva mai fatto una cosa del genere.
Gesù ci offrì e continua a donarci un’intimità che ognuno di noi deve scegliere di voler vivere. Lui ci aspetterà tutta la vita, ma noi dobbiamo decidere se andare da Lui o restare da soli. Spesso, senza accorgercene, preferiamo vivere storie d’amore a distanza di sicurezza, alterate da messaggi e schermi che non prevedono abbracci. A noi tocca la responsabilità di dire “si” a quell’amore infinito.
A Gesù non interessa il nostro peccato, la nostra presunta indegnità nell’incontrarlo, Lui è sempre lì ma non sarà mai possibile viverci insieme senza fare i conti con il Suo sguardo.
Dottor Jekyll e Mister Hyde
Dal Vangelo secondo Marco (3,20-25)
Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «E’ fuori di sé». Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. In verità vi dico: tutti i peccati
saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna».
Poiché dicevano :”E’ posseduto da uno spirito immondo “. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
E’ importante inquadrare il contesto in cui si svolgono i fatti narrati in questo passo del Vangelo di Marco. L’episodio è avvenuto in Galilea. Gesù, che ha da poco scelto i dodici, entra in una casa e attorno a Lui si raccoglie tanta gente. Le folle accolgono molto positivamente gli inizi della sua predicazione e sono ammirate per i primi miracoli ed esorcismi.
Altri due gruppi agiscono in relazione a Lui. Il primo è costituito dai “suoi”, i parenti che lo considerano “fuori di sé” perché trovano stravagante ed esagerato il suo comportamento e allora si muovono per portarlo via da lì. Il secondo è formato dagli scribi arrivati da Gerusalemme, secondo i quali Gesù è “posseduto da Beelzebul e scaccia i demoni per mezzo del capo dei demoni”. Mi verrebbe da dire “Povero Gesù!”: da poco ha iniziato la Sua predicazione e già si è fatto dei nemici che per osteggiarlo arrivano da ogni dove e chi dovrebbe capirlo meglio di chiunque altro pensa che sia un folle. Oggi dalla Sua parte c’è solo la folla che, tra qualche tempo, sarà la stessa
che gli preferirà Barabba.
L’accusa che gli scribi gli muovono è infamante: Egli agisce per conto di Satana! Insomma, viene proposta al popolo una figura di Gesù divisa, un po’ come il Dottor Jekyll e Mister Hyde, predicatore di giorno e seguace del demonio di notte. Il Figlio di Dio è uno solo ed è forte: se Gesù fosse posseduto dal male, non potrebbe scacciare il male. Ricordate che Giovanni Battista aveva detto “Verrà uno che è più forte di me”? Gesù è forte e noi, volendolo, possiamo condividere le Sue attenzioni ogni giorno perché ci ama tantissimo, non si stanca mai di aspettarci e di offrirci delle possibilità. Il Figlio di Dio fatto uomo ci ripete ancora una volta che tutti i peccati ci saranno perdonati: peccare è allontanare Gesù dalla nostra vita preferendo Satana.
“Chi è mia Madre e chi sono i miei fratelli? Chi compie la volontà di Dio!” E’ la prima immagine della Sua Chiesa, non fondata su legami parentali, ma sull’accoglienza della Parola di Dio. Nulla da allora è mutato: il bene viene sempre combattuto ed osteggiato dalla menzogna. Gesù ha vissuto la Sua esperienza terrena convivendo con questa dimensione prettamente umana, cioè generata da coloro che ama e per i quali ha donato la Sua vita.
Forse fa un po’ male accorgersene, ma è così: Gesù, col male non c’entra!
Quanto è grande un granello di senape?
Dal Vangelo secondo Marco (4,26-34)
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il Regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Signore Gesù, mi è semplice seminare? O addirittura credere che un piccolo seme possa germogliare e diventare un grande albero? Ci stai chiedendo di rinunciare ad
una delle nostre più grandi certezze: solo misurando le grandezze si rende giustizia ai popoli. In altre parole, viva i più grandi, i più forti, i più ricchi! Corriamo a farci
amici i più armati perché ci difenderanno, cerchiamo di avere buoni rapporti con tutti perché (non si sa mai) ci tutelano da eventuali scossoni politici, ma soprattutto
evitiamo di schierarci perché prima o poi ce la faranno pagare. Forse ho un po’ divagato, ma…siamo disposti ancora a credere che il piccolo seme grazie alla volontà di Dio diventerà qualcosa di grandioso nel creato? O pensiamo che sia una fiaba come quella di Betlemme o un romanzo come quello del Golgota?
Quanti granelli di senape abbiamo incontrato sulla nostra strada, nella nostra vita e non abbiamo badato a loro: non li abbiamo curati, siamo andati oltre, non siamo
riusciti a trovare la forza di investire su di loro. Il granello è anche bello da guardare, ma quello che non ci convince è ciò che succede quando è nascosto nella terra: non
riusciamo a vedere e quindi non siamo capaci di fidarci. Si, non sappiamo fidarci di Dio!
Abituati come siamo a dare per avere e a costruire le gabbie delle tutele, un minuscolo granello che possibilità ha di crescere nelle nostre vite? Meglio ignorarlo, meglio non farci caso: potrebbe creare problemi. Certo siamo un po’ stanchi: problemi personali, covid, conflitti mondiali, risultati elettorali che non vanno come dovrebbero andare. Questo Regno di Dio dov’è?
Quando arriva? Le promesse fatte da Gesù sembrano le stesse che oramai ci scambiamo gli uni con gli altri, almeno in termini di risultati. E le nostre promesse?
PARTIAMO!
Dal Vangelo secondo Marco (4, 35-41)
In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Quel giorno decidemmo di ascoltare Gesù e togliemmo gli ormeggi alla nostra barca per raggiungere l’altra riva. Dubbi, resistenze e paure tutte svanite: si parte. Per la verità non è sempre così, nel senso che a volte abbiamo la possibilità di scegliere se e quando affrontare il mare aperto con tutto ciò che ne potrà conseguire, ma altre volte nessuno ci avviserà che la tempesta sta per arrivare e allora bisognerà affrontarla e basta.
In effetti, gli apostoli avevano ascoltato il desiderio di Gesù e stavano per prendere il largo con le loro imbarcazioni, ma, quando avvertirono l’arrivo del cattivo tempo, non riuscirono proprio a capire perché il Maestro dei miracoli se ne stesse placidamente sdraiato a poppa a dormire mentre loro iniziavano ad aver paura per quello che stava per accadere.
Insomma diventava sempre più insopportabile ed incomprensibile l’inerzia di Gesù e non sapremo mai se essi si fossero addirittura pentiti di aver ascoltato il Maestro che li aveva invitati a salpare.
Sì, a salpare, a fidarsi, ad iniziare una nuova vita dove sarebbe potuto capitare di tutto. Gesù vuole insegnarci che per imparare ad affrontare le tempeste non si può fare a meno di viverle. Cosa ne pensate? Siamo più felici quando decidiamo di restare inerti ed ancorati alle nostre certezze oppure dopo aver combattuto e vinto le difficoltà che la vita ci propone o che scegliamo?
Quando le cose vanno male, abbiamo paura di perdere tutto quello che abbiamo costruito e questo ci inquieta, ma ciò che ci manda su tutte le furie è percepire la lontananza di quel Gesù che preghiamo, al quale ci rivolgiamo e nel quale abbiamo riposto tutte le nostre speranze. Chi di noi non ha mai chiesto al Figlio di Dio ”Perché proprio ora, perché proprio a me? Maestro, non t’importa che siamo perduti?”
La verità è che non riusciamo proprio a farcene una ragione che seguire Gesù sia vivere perennemente nella tempesta! Attendere che passi la buriana senza imparare a dominarla vorrà dire che la volta successiva sarà ancora peggio e allora il nostro Gesù ci apparirà ancora più lontano ed invisibile perché noi, da Lui, ci aspettiamo solo quello che vogliamo. Spesso trascorriamo la vita ad industriarci per evitare le pericolosità, ma dalle tempeste nessuno di noi potrà sempre scappare: Gesù ci resta accanto durante le tempeste e non vuole che diventiamo bravi ad evitarle.
Se non avvertiremo la Sua presenza, non avremo modo di ascoltare la Sua voce che dice al mare “Taci, calmati” ed a noi “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”
“E LO DERIDEVANO”
Dal Vangelo secondo Marco (5, 21-43)
Essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Cosa chiese a Gesù Giairo per la sua bambina che stava per morire? Cosa domandò la donna sofferente a Gesù? E Gesù, cosa fece per loro? Sembra abbastanza semplice individuare la risposta: le guarì! Per noi potrebbe essere anche abbastanza soddisfacente pensare che il Figlio di Dio, onnipotente come il Padre, trovandosi al cospetto di due casi di sofferenza, facesse in modo che la ragazza e la donna guarissero. Fine delle storie.
La donna che perdeva sangue era una persona impura che viveva in un profondo stato di solitudine in quanto nessuno voleva avere contatti con lei. Aveva fatto di tutto per guarire fino a perdere ogni suo avere. Gli uomini le avevano rubato la cosa più importante: la speranza di vivere. Oramai lei trascorreva i suoi giorni lontana da tutti
perché era considerata uno scarto. Gesù diventa la speranza che agisce nella sua storia: è la fiducia che le fa compiere un piccolo gesto, ma di immenso coraggio. Il Figlio di Dio sapeva bene chi fosse quella donna, ma affinchè si rivelasse, chiese ugualmente: “Chi mi ha toccato il mantello?” Gesù donò all’innominata nuovamente la vita.
La disperazione di Giairo, che quando si avvicinò a Gesù non sapeva se la sua figlia dodicenne fosse ancora in vita oppure no, è una delle situazioni più pietose che un
uomo o una donna possano vivere: la morte di un figlio. Colpisce la preghiera insistente quale unica e sola modalità possibile per chiedere al Figlio di Dio di riportare in vita ciò che rappresentava una parte di sé. Mentre tutti piangevano e si disperavano, Gesù entrò nella casa, si avvicinò alla bambina, la prese per mano e le disse di alzarsi. A volte, noi papà e mamme impazziamo perché non riusciamo a capire di cosa abbiano bisogno i figli e pensiamo che la soluzione migliore sia riempire le loro stanze di oggetti e la loro vita di appuntamenti e di obiettivi da raggiungere. Gesù fece altro.
Gesù c’è sempre! Lo hanno cercato e trovato la donna emorroissa e il capo della sinagoga ed Egli non è passato oltre: si è fermato, si è accorto di loro, li ha ascoltati e
ha generato per loro una vita nuova. A volte ci sentiamo impotenti perché un po’ noi, un po’ gli altri ci hanno convinto che nulla potrà cambiare. Allora tutto è da rifare e da soli sarà impossibile realizzare qualcosa di buono perché sarebbe come firmare la nostra condanna a vivere senza speranza.
Gesù ci chiede di compiere ogni giorno “i nostri miracoli”, quelli che rendono bella la nostra vita usando gli stessi verbi che utilizzò Lui quando guarì l’emorroissa e riportò in vita la fanciulla: fermarsi, ascoltare, curare, dedicare, sfidare.
Sì, sfidare. Avrete fatto certamente caso che nel passo evangelico c’è scritto che gli uomini “deridevano” il Figlio di Dio. E così inevitabilmente sarà anche per noi se
decideremo di donare la nostra vita all’attenzione ed alla cura degli altri.
MA CHI? GESU’?
Dal Vangelo secondo Marco (6, 1-6)
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e
dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Vorresti parlarmi di Gesù di Nazareth? Io conosco già tutto di Lui! Vuoi raccontarmi qualcosa della Sua Chiesa? Ma non li leggi i giornali? Rispetto a prima si conoscono
molti più scandali che, in realtà, ci sono sempre stati solo che per tanto tempo sono stati insabbiati.
Quanti sorrisi irritanti di sufficienza incrociamo quando troviamo la forza ed il coraggio di raccontare il nostro Gesù agli altri?
Noi invece abbiamo le idee chiare sulla favola di Natale e sul romanzo della Passione, qualche pensiero confuso sul progetto della Resurrezione, ma, complessivamente,
conosciamo tutti i misteri per vivere con serenità il nostro rapporto con Dio e con il Suo Figlio Gesù.
Spesso mi chiedo: quando Incontro Gesù nella mia vita, cosa vorrei chiedergli trovandomi al Suo cospetto? Sono anch’io tra quelli che “sanno già tutto” di Lui o
riuscirei a vivere la meraviglia dell’incontro? Farei domande del tipo Non è costui il figlio del falegname? Da dove proviene la Sua sapienza e i Suoi prodigi? In fondo, non ci
sarebbe nulla di male in queste domande se non traessero origine dalla presunzione di conoscere tutto di Lui.
Mi accorgo di non essere molto diverso da quei pigri paesani che non riescono a fare altro che denigrare il prossimo perché, in fondo, conosco già come andranno a finire le cose.
A volte crediamo che le persone non possano cambiare perché ci siamo convinti che quelli che proprio non riescono a farlo siamo proprio noi. Diventiamo vittime e carnefici delle nostre anime che, se potessero parlarci, sono certo che ci prospetterebbero sempre quelle speranze a cui non riusciamo più a credere.
Noi, oramai innamorati dei divani, dei PC e degli smartphone abbiamo riposto nel cassetto la bellezza e l’emozione di guardarci negli occhi, di abbracciarci, di
emozionarci. Senza accorgercene, abbiamo trasformato degli utili strumenti elettronici in parti del nostro corpo, rinunciando ad una delle esperienze più belle che la vita ci propone: la cura degli altri. La nostra vocazione sarà creare relazioni ed essere disponibili ad incontrare il prossimo. Il sale della vita è l’incertezza: non sapremo mai dove ci condurrà un’amicizia perché sono tante le cose che potranno capitarci e di questo non dovremo mai aver paura.
Il contrario della convinzione di sapere tutto è avere voglia di scoprire, è desiderare di conoscere oltre se stessi, è non porre limiti alle proprie possibilità e quindi anche a
quelle degli altri.
Non possiamo rinunciare a tutto questo: è troppo bello, è troppo importante.
ESSENZIALE E’ LEGGEREZZA
Dal Vangelo secondo Marco (6, 7-13)
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura, ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Quando decidiamo cosa portare con noi per viaggiare, la modalità “essenziale” difficilmente viene utilizzata nell’individuare la composizione del bagaglio. Saranno stati
altri tempi, altre circostanze come abitualmente pensiamo, ma Gesù diede indicazioni molto diverse.
Se decidiamo di partire per Lui, c’è bisogno di aderire completamente al Suo progetto fatto di opera e Parola, la Sua. Per questa ragione, tutto il resto viene ridimensionato e basteranno poche cose: un bastone, dei sandali, due tuniche. Insomma meno cose, più Gesù. Semplice a dirsi, più complicato a farsi.
Lungo il viaggio saremo in due: tranquilli, perché l’altro è Lui! Gesù ci dice ancora una volta che non ci abbandonerà mai e ci mette a riparo da una delle più gravi malattie del nostro tempo: l’autoreferenzialità. Devo dire che anche questa indicazione di Gesù non è proprio semplicissima da realizzare però Gesù ci offre se stesso: non preoccupatevi, penserò io a tutto. Basta crederci.
La proposta di leggerezza fattaci dal Figlio di Dio dovrebbe trovarci entusiasti nell’ascoltarla e pronti ad accoglierla: in fondo chi di noi non si augura una vita “più leggera” di quella che fa? Probabilmente il vivere leggero, senza pensieri & preoccupazioni è diverso da quello di cui ci parla Gesù: se non mi fate spazio, come faccio ad entrare nella vostra vita? Come farete ad innamorarvi, a sorridere, ad essere disponibili, a condividere se continuerete ad appesantirvi con i vostri pensieri fatti di obiettivi, ostacoli da superare, carriere da scalare, denaro da accumulare?
Dice Gesù che quelle poche cose basteranno ed avanzeranno e non ci sarà neppure bisogno di fare tanti discorsi perché la gente ci riconoscerà da come ci ameremo.
“Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andate via”. Ogni uomo deve scegliere in libertà se aderire o no al progetto di Dio: non c’è felicità se manca la libertà di poter dire di no. Gesù mette in conto che ci saranno momenti difficili, di sconforto, ma Lui ci sarà
sempre. Il nostro compagno di viaggio resterà sempre con noi.
FINALMENTE UN PO’ DI RIPOSO
Dal Vangelo secondo Marco (6, 30-34)
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Riposatevi un po’”. Quante volte lo abbiamo detto a qualcuno e quante altre volte avremmo voluto che gli altri lo dicessero a noi? L’invito a riposarsi probabilmente nei due casi ha un sapore diverso.
Nel primo, ci siamo interrogati sull’ effettiva necessità di offrire quella possibilità agli altri mentre nel secondo non abbiamo dubitato che fosse proprio giusto ricevere un po’ di riposo…eppure il verbo è lo stesso. Il passo evangelico fortunatamente ci toglie da qualsiasi imbarazzo perché è Gesù che chiama a sé i suoi uomini e li invita a riposarsi. Evidentemente il Figlio di Dio non era preoccupato della stanchezza fisica della compagnia, ma di quella del cuore ben più pericolosa perché per rigenerarla non basterà mai solo una buona dormita. “Andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare”. Erano partiti da poco, a due a due con pochissime cose al seguito, ma con tanta voglia di portare ovunque la Parola del Maestro. Diffondere la Parola non è semplice anche perché spesso non c’è bisogno soltanto di parlare, ma di una testimonianza continua e costante: è sempre una sfida che a volte si perde, ma è la sola per la quale vale la pena vivere per cui bisogna continuare a provarci. Di questo dovremo dar conto, solo di questo.
Gesù non smetterà mai di curare le Sue pecore, è questo il Suo insegnamento e quando si accorge che esse sono smarrite, senza riferimenti, senza pastore, non esita e “si mise ad insegnare loro molte cose”.
Ognuno di noi vorrebbe dedicarsi alle attività in cui riesce meglio, come amiamo dire per “essere protagonisti delle nostre vocazioni”. Maggiore sicurezza, raggiungimento degli obiettivi con accettabile fatica in modo che tutto si realizzi come piace a noi! Se decidessimo di rispondere “eccomi”, non è questa la strada. Gesù chiama, cura, abbraccia: noi dobbiamo solo preoccuparci di avere un cuore grande, di lavare continuamente mani e piedi curando ferite senza badare a chi appartengono.
PARTIAMO?
Dal Vangelo secondo Giovanni(6, 1-15)
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Viaggiare è bellissimo! In tanti ritengono che sia un’ esperienza fondamentale per conoscere il prossimo e aprire la mente: insomma una di quelle cose che se non la fai ti mancherà sempre nella tua crescita spirituale. Viaggi in posti vicini, lontani, di piacere, di studio: va tutto bene purché lo si faccia. A volte mi chiedo: a quelli che non hanno la possibilità di farlo mancherà sempre qualcosa? Mah!
Oggi, vorrei proporre un altra modalità di viaggio, a bassissimo costo, anzi senza spese. E’ un viaggio spesso lungo e un po’ complicato che non ha molte analogie con il desiderio di scoprire nuove terre e nuove persone: provare a scavare dentro di sè, scoprire dove realmente possiamo arrivare, avere consapevolezza di chi siamo davvero.
Come dar torto a Filippo quando chiese a Gesù: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo” o ad Andrea: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci, ma che cos’è questo per tanta gente?”.
Tutto quel “poco” messo nelle mani di Gesù divenne “tanto” ed Egli “li diede a quelli che erano seduti”. Quel pane iniziò il suo viaggio dalle mani di Cristo a quelle degli uomini e delle donne che ne ricevettero in abbondanza fino a restarne saziati.
Mani, pane, cuore sono le tre tappe dell’altro viaggio, quello dentro noi stessi. Altra e ultima informazione: si conosce il posto e l’ora della partenza, ma nessuno di noi, se dovessimo decidere di iniziare questo cammino, potrà acquistare il biglietto di ritorno perché non è in vendita.
QUALE PANE?
Dal Vangelo secondo Giovanni(6, 24-35)
In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà.
Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli disero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù raggiunse un elevato picco di popolarità. Trasformare il poco in tanto fu un gesto intrigante che stimolava fantasie: diventare amico dell’uomo “moltiplicatore” avrebbe potuto risolvere tanti problemi. Facciamolo diventare Re ! Come oggi anche allora contavano i numeri: se hai la capacità di conseguirli tutti, ti osannano altrimenti resti “al palo”.
Naturalmente a Gesù non interessava quell’idea di regalità che la folla si era fatta di Lui, per cui si allontanò dal mare di Galilea per raggiungere Cafàrnao e quando la gente lo ritrovò non esitò a rimproverarla: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete visto dei pani e vi siete saziati”. Rispunta l’idea del Dio ad intermittenza che quando fa girare le cose per il verso giusto merita l’accensione dei ceri, ma se “ci abbandona” lo lasciamo perdere, tanto anche Lui (come noi) pensiamo che agisca secondo convenienza.
“Non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero”. Credono che il merito sia di Mosè che saziò gli Ebrei per quarant’anni: anche noi come loro siamo interessati solo a “quel pane” che fortifica il corpo ma che non parla al cuore. “Io sono il pane della vita”. Gesù ancora una volta ribadisce il concetto e ci lascia liberi di scegliere di cosa nutrirci. Non sarà mai una costrizione: spetterà sempre a noi capire e decidere cosa mangiare.
INNAMORARSI
Dal Vangelo secondo Giovanni(6, 41-51)
In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre.
In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Va in onda l’ennesima puntata del romanzo “So tutto di Lui”. Con il passare degli anni, nel rapporto con Dio potrebbe diventare un problema non di poco conto pensare che oramai non ci sia nulla di nuovo e che ci conosciamo reciprocamente troppo bene. Queste possibili convinzioni da un lato diventano uno strumento per assolversi dai “soliti” peccati che, in fondo, non fanno male a nessuno e dall’altro lasciano poco spazio all’aspetto “meraviglia” cioè l’alimento essenziale di una relazione affettiva.
Ho trascorso tanta parte della mia vita a chiedermi dove fosse Dio: fortunatamente, ad un certo punto, ho capito che era meglio individuare dove fossi io dal momento che Lui c’è sempre stato. Fu un bel passo avanti, ma presto mi resi conto che non poteva bastare. Se Dio mi aveva donato la vita, io avrei dovuto restituirgli il mio cuore per non essere da meno? No, perché quando ci si innamora non si può pensare di trattenere delle cose per sé o, meglio, potrebbe anche capitare in qualche circostanza, ma “appartenersi” nei momenti complicati di un rapporto diventa il verbo risolutivo.
Ancora una volta la partita si vince individuando quale sia il pane che dona la vita eterna. Fateci caso: si parla sempre meno di “vita eterna” anche se (credo) che conseguirla rappresenti la principale ambizione nascosta di ognuno di noi. Forse pensiamo che sia un traguardo troppo alto, lontano da noi, e che costi troppo ottenerlo. Il pericolo di trattare l’eternità come il sogno di acquistare una villa a Montecarlo è reale, ma non possiamo pensare che Gesù sia morto per noi solo per offrirci in dono la speranza dell’eternità.
La vita eterna è ora, è qui, in ogni istante, è cercare e trovare Dio ovunque perché l’innamorato trova la persona amata ed in ogni posto. E quando si smarrisce la strada basta fare un po’ di silenzio per ascoltare il battito del proprio cuore che, ricorderete, abbiamo posto nelle mani di Dio.
UN’OCCASIONE DA NON PERDERE
Dal Vangelo secondo Giovanni(6, 51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Non erano preparati i discepoli e, probabilmente, dopo tanto tempo, anche noi non siamo ancora pronti a mangiare la carne del nostro Dio e a comprendere tutto ciò che comporta il gesto di farlo.
Ma Dio non cambia atteggiamento verso di noi: a ben pensarci, è l’unico che resta com’è e non tradisce, nel senso che non ci abbandona. Lui è sempre lì, nonostante si renda conto che facciamo ancora confusione tra i verbi mangiare e gustare.
Un Dio ostinato come il nostro non ha eguali nella storia, un Dio che chiede agli uomini di fidarsi di Lui ha una modalità di relazionarsi che non ha precedenti. E’ un Dio che insiste: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.
E se noi non fossimo preparati a mangiare quel cibo, se ritenessimo l’incontro con l’ostia solamente un buon rituale che comunque meglio fare che trascurare? Forse è arrivato il momento di chiederci una volta per tutte cosa ci succeda prima e dopo aver mangiato quel pane. Se nulla cambia nella nostra vita allora vorrà dire che non avremo riconosciuto il nostro Dio e continueremo a provare quell’amarezza di chi si rassegna a pensare “è più forte di me, non ce la farò mai”: sceglieremo di vivere come vittime della schiavitù del peccato.
Il vero pericolo non sarà mai rappresentato dalle afflizioni di un Dio vendicativo, ma dal dispiacere di non aver colto l’occasione di poter diventare un po’ più Cristo e un po’ meno ego.
VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?
Dal Vangelo secondo Giovanni(6, 60-69)
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura!
Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Chi di noi nel corso della vita non si è trovato a dover decidere del suo futuro dicendo un “sì” o un “no”? La nostra esistenza, senza chiederci il permesso, a volte ci mette di fronte a bivi o a situazioni inedite, inimmaginabili verso le quali non sappiamo cosa fare né possiamo rispondere “ci penso domani”. Parlo di quei casi quando l’asticella si alza tantissimo e magari noi non abbiamo la forza neppure di prendere la rincorsa per spiccare il salto.
“Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?” E Gesù ai dodici: “Volete andarvene anche voi?” La domanda è di quelle molto impegnative, ma alla quale – come sempre – Gesù ci lascia liberi di rispondere come vogliamo. Fateci caso: solo le persone che ci amano sul serio non ci impongono mai una scelta.
Dire di “si”, innamorarsi è sempre un rischio, probabilmente il più grande, ma se abbiamo paura di innamorarci facciamo un grande errore perché non scegliamo a chi donare il nostro cuore.
Questa volta Pietro risponde e risolve per tutti: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna”. Queste parole ci appaiono ferme, chiare, pronunciate senza ombra di dubbio, inequivocabili. Eppure, di lì a poco, l’amato Pietro si renderà protagonista di un vergognoso tradimento: ricordate le sue parole al canto del gallo?
Chi di noi non ha mai vissuto la condizione di Pietro, proprio lui, l’apostolo preferito? E quante volte noi siamo stati giudicati o abbiamo giudicato gli altri per quello che hanno o abbiamo fatto di sbagliato e mai per come ci siamo o si sono rialzati dalle cadute! Quando scegliamo da che parte andare non dobbiamo aspettarci che le persone – anche le più vicine – ci comprendano. Alcune scelte, forse le più scomode, si fanno per continuare a camminare sempre nella stessa direzione rinunciando a
“rendite e comodità” e non per ricevere applausi o approvazioni.
L’APPARENZA CI INCARTA
Dal Vangelo secondo Marco(7, 1-23)
In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Ancora una volta ritroviamo gli scribi e i farisei che, cercando di mettere in difficoltà Gesù, gli pongono domande per catturare l’attenzione della folla: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo le tradizioni degli antichi?” Mi sembra di vederli i farisei e gli scribi, quando gonfiano il petto per vendere al popolo la convinzione di aver messo il nostro Gesù in soggezione.
Scribi e farisei, ora come allora, maniaci dell’apparire, fanno poco caso alla sostanza: a loro non importa nulla del prossimo, ma sono interessati solo al proprio tornaconto. Con Gesù questo atteggiamento non paga: Lui non fa molto caso a ciò che diciamo, Lui pensa a contare i battiti del nostro cuore ed è l’unico a poterlo fare. Potrebbe capitare che, essendo innamorati di tutto ciò che ci appare fantastico sia possibile restare ingannati dal fascino di tutte le cose che abbiamo a portata di mano, che possiamo toccare, osservare e di cui possiamo appropriarci.
In una situazione del genere, sarebbe troppo facile condannare il “contorno” della nostra esistenza, prendercela con i condizionamenti, le circostanze, la malasorte ed allora Gesù, per fare chiarezza, rincara la dose: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”.
Leggendo questo passo del Vangelo, mi sento incastrato, scoperto con le mani nella marmellata. Gesù innanzitutto ha demolito la bellezza della mia esteriorità, così pazientemente costruita, custodita e resa visibile. Poi, immaginando la mia delusione, una volta resomi conto che dietro le belle facciate non c’è proprio nulla, mi avverte che è inutile dare la colpa agli altri o alle cose che mi girano intorno: mi sento come un pugile messo al tappeto, ma so bene che quando si cade, bisogna sapersi rialzare.
Provo a mettere in ordine i pensieri. Se l’apparenza mi ha incartato ed io mi sono lasciato sedurre, non posso accampare scuse. E’ giunto il momento per imparare come ricominciare. Noi facciamo tante storie quando ci chiedono una seconda possibilità mentre ne pretendiamo almeno un’altra quando si tratta di noi: Gesù invece ci perdona sempre quando gli promettiamo amore eterno.
I NOSTRI MIRACOLI
Dal Vangelo secondo Marco(7, 31-37)
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Quando ci chiedono cosa facciamo nella vita e quale sia il nostro lavoro, ci viene naturale rispondere con l’attività che svolgiamo. Per noi credenti il posto di lavoro è “un terreno di caccia”, un luogo dove trascorriamo tanta parte della nostra vita, dove possiamo fare il possibile per avvicinare il prossimo a Gesù.
Di persone che avrebbero bisogno della nostra testimonianza ne incontriamo tante, di gente afflitta perché malata è piena la terra ed anche il nostro piccolo mondo. Con tutte le cose che abbiamo da fare però non è sempre semplice decidere se far parte di quelli che “lo portarono da Gesù”. Aggiungendo un altro impegno ai tanti che ci tengono occupati, c’è il rischio che anche in famiglia si finisca per essere additato come un supereroe che trascura gli impegni casalinghi spesso ritenuti prioritari.
Intanto il sordomuto a cui dobbiamo riconoscere il merito di essere una persona bisognosa dovrà essere grato a quei suoi amici che decisero di accompagnarlo da Gesù pregandolo di imporgli la sua mano. Evidentemente erano uomini di fede e come tali fecero la loro scelta. Ripetutamente ho scritto che da tempo non mi interessa più di sapere dove sia Dio, ma dove sono io, ma questo incontro “vis a vis” tra Gesù e il sordomuto mi ha aiutato a capire che l’uomo della Croce ci provoca, ci accompagna, ci indica dove andare e, nel caso del nostro amico sordomuto, “lo porta in disparte”, vuole incontrarlo nell’intimità, lontano dalla folla perché a Gesù non piacciono i palcoscenici. Quello che avvenne fu un miracolo? Certo, ma a me quando capiterà mai una cosa del genere? Mica sono in grado di fare miracoli?
E se invece non fosse così? Se Gesù volesse che noi provassimo a riempire la nostra vita di gesti miracolosi?
Dire ad un ammalato “conta su di me” vuol dire dargli la propria disponibilità silenziosa anche solo per stargli vicino, per aiutarlo a vivere la malattia, per alleviargli la sofferenza ed offrirgli una speranza di guarigione: tutto questo cos’è?
Noi non saremo mai capaci di far parlare i muti ed udire i sordi, ma donare fiducia a chi l’ha persa, sollievo a chi soffre, ascolto a chi è solo, questo possiamo farlo.
Forse non è poi così difficile provare a fare “miracoli”.
PIETRO NOSTRA SPERANZA
Dal Vangelo secondo Marco(8, 27-35)
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse:
«Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sè stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la
propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Ancora una volta Pietro, con le sue gesta, ci fa riflettere su uno degli atteggiamenti più ricorrenti che ci capita di vivere nel nostro rapporto con Gesù. E’ comprensibile
che, per qualsiasi uomo o donna di fede, l’aspettativa di diventare il “consigliere” di Cristo rappresenti un’interessante ambizione da conseguire, ma potrebbe anche
trasformarsi in un grande rischio spirituale.
L’apostolo questa volta si rende protagonista di un gesto che ci identifica tutte le volte che credendo di sapere tutto, ci sentiamo i tenutari della verità: “lo prese in
disparte e si mise a rimproverarlo”; insomma un fulgido esempio di presunzione. Eppure l’uomo dei miracoli e della croce, manco conoscesse già le intenzioni
dell’amico Pietro, si era premunito indirizzando ai suoi una di quelle domande che ti spezzano il cuore e ti fanno girare la testa: “Ma voi, chi di te che io sia?”. In questo
caso fu proprio lui, l’apostolo preferito, a togliere dagli impicci i presenti rispondendo: “Tu sei il Cristo”.
Quanto sento vicino Pietro quando si comporta così! Mostrandoci le sue debolezze ci riempie di speranza, ci fa capire che anche quando le contraddizioni, l’incoerenza,
le cattive abitudini ci abbracciano allontanandoci da Gesù, possiamo farcela, possiamo ritornare accanto a chi ci ha amato e ci ama più di ogni altro.
Poi Gesù inizia la lezione: “Pietro vai via da me, tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini”. Che i pensieri dell’uomo e quelli di Dio possano essere talvolta disallineati, purtroppo ce ne accorgiamo solo quando ci convinciamo che quel Dio a cui accendiamo i ceri, che preghiamo, amiamo, cerchiamo, si è scordato di noi.
La lezione prosegue : “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Nel corso della nostra vita, nel rapporto con la nostra fede certamente ci saranno state e ci saranno delle cadute, degli errori, delle incomprensioni, ma non potrà mai esserci spazio per l’invidia, la presunzione, la vana ricchezza, l’orgoglio, la menzogna, l’egoismo. Se non ci fosse stato ancora chiaro cosa dovremmo rinnegare, ora credo che non ci siano più dubbi!
Infine, ancora un consiglio per realizzare il noto progetto di raggiungere la vita eterna: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”. E’ durissima ed è stato così anche per Pietro.
I BAMBINI PRIMA DI TUTTO
Dal Vangelo secondo Marco(9, 30-37)
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Nel mondo del lavoro, a volte anche in famiglia o tra amici, “i primi” vincono ed ottengono visibilità, si aggiudicano i posti migliori sui palcoscenici o nei cuori del prossimo: il mondo ci ha insegnato a pensare così.
E i secondi, i terzi, quelli che arrivano nei bassifondi delle classifiche che noi uomini e donne contemporanei stiliamo continuamente che fine fanno?
Anche gli apostoli discutevano tra di loro per capire quale fosse la strada per diventare grandi, forti, ricchi, potenti e se l’uomo che li precedeva fosse quello giusto, colui che avrebbe spalancato loro le porte del successo. Come vedete, il nostro modo di pensare e di essere nel corso dei secoli non è cambiato. Gesù, accortosi di quel brusio chiese: “Di cosa stavate discutendo per la strada?” I dodici pensarono bene di rifugiarsi in un imbarazzante silenzio.
Anche questa volta, la lezione di Gesù stride con le loro convinzioni e questo aspetto rende ancora più evidente che noi uomini e donne ci ostiniamo ad immaginare un Dio “fatto tutto per noi” e che la Sua onnipotenza si manifesti soprattutto quando ne abbiamo bisogno. Gesù, quando parla degli ultimi e dei servitori eleggendoli a Suoi testimoni in terra, capovolge le nostre logiche ed anticipa agli apostoli quello che sarà il Suo destino. Da lì a poco si cingerà i fianchi con un grembiule, laverà i piedi e sarà condannato e crocifisso come l’ultimo dei delinquenti. Ancora una volta sarà testimone della Sua Parola.
L’esaltazione dei deboli, degli scartati, degli afflitti, dei trascurati si completa con una raccomandazione: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.
Se il mondo ci ha insegnato a ragionare in modo diverso da Dio, non possiamo prendercela con Lui. Se pensiamo sia giusto trascorrere l’esperienza terrena a vincere tornei, a raggiungere traguardi e ad accumulare ricchezze, difficilmente ci accorgeremo della presenza di un Dio che ci ha scelti e che continua a sceglierci ogni giorno perché evidentemente da noi vuole “altro”. Lui da innamorato fedele non si stanca di sognare e di far emergere per ognuno di noi il meglio possibile.
Come sempre “l’altro prima di me”.
L’INVIDIA: LONTANO DA ME!
Dal Vangelo secondo Marco(9, 38-48)
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
A volte sembra proprio che gli apostoli lo facciano a posta a fare il contrario di quello che Gesù insegna. Questa volta è Giovanni a rendersi portavoce dell’ennesima prodezza: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo perché non ci seguiva”. Certamente cambiano i tempi e i contesti del tempo in cui viviamo, ma tristemente dobbiamo constatare che i brutti pensieri che affollano da sempre la mente ed ingolfano i cuori degli uomini e delle donne sono sempre gli stessi. Convincersi che solo loro facevano parte dell’equipe autorizzata a fare del bene è stato possibile perché gli apostoli si sono lasciati guidare dal peggiore sentimento che possa esistere: l’invidia! Spesso noi cristiani abbiamo la preoccupazione che gli altri, il prossimo, insomma quelli che non vengono a Messa, non puliscono il Tempio, non recitano i Rosari, non accendono i ceri, insomma i peccatori di professione possano appropriarsi di ciò che spetta a noi che lo abbiamo ottenuto con tanti sacrifici. L’esclusività nel fare del bene e soprattutto la possibilità di mostrare di averlo fatto non può essere prerogativa di pochi: è l’ennesimo tentativo di sentirsi popolo
eletto e scelto per fare le cose di Dio.
Gesù, di fronte questa singolare dichiarazione di appartenenza, non può fare a meno di precisare, ancora una volta, agli amici apostoli che non hanno compreso appieno cosa comportasse seguire Dio e soprattutto la Sua vicinanza. Essere tabernacoli del Signore non potrà mai prevedere il tenere distanti i fratelli, né arrogarsi diritti di esclusività. Scegliere di fare il bene è la strada che chiunque può percorrere ed il nostro compito è quello di riconoscerlo e testimoniarlo, certamente non quello di
contrastarlo.. Non possiamo provare disappunto per un fratello che, pur non credendo nelle stesse cose in cui crediamo noi, si adopera per fare il bene. Bisogna imparare ad applaudire chi riesce, a volte meglio di noi, ad interpretare e vivere la Parola di Dio magari non conoscendola: è la prova che lo Spirito Santo agisce sempre e comunque.
Sarebbe meglio utilizzare le nostre risorse, la nostra forza di amare per cacciare via dal nostro cuore l’invidia di cui invece è ricco il cuore di Satana perché se crediamo di poter vivere l’amore di Dio insieme a tutto quello che nella nostra vita è motivo di “scandalo”, allora siamo fuori strada. Se continuiamo ad adorare gli idoli dell’io, ci sarà sempre poco spazio per Gesù. Inevitabilmente la vicinanza e l’uso che finiremo per fare dell’invidia, della gelosia, della morbosità, della rigidità ci condurranno lontano da Lui per poi chiederci mestamente: “ma Gesù dov’è?” Con questi “sentimenti fardelli” faticheremo molto a vivere quaggiù il Regno di Dio ed allora facciamo di tutto per vivere quell’amore finalmente libero da tutti quei legacci che ci impediscono di guardare negli occhi Gesù.
Ci lamentiamo spesso degli scandali che la società, gli altri ci propongono e che ci opprimono. Forse il fastidio che proviamo dipende dal fatto che nel male degli altri riconosciamo quello che facciamo noi e che non abbiamo il coraggio di abbandonare.
RESTANDO BAMBINI
Dal Vangelo secondo Marco(10, 2-16)
In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Nessuno di noi è stato e sarà mai obbligato a seguire Gesù Cristo, ma se decidessimo di farlo allora dovremmo tener presente che egli sarà sempre il centro della nostra
vita. Il cammino che ci viene proposto non è semplice: più si va avanti e più ci si rende conto che l’uomo della croce è un socio esigente nella nostra azienda. Lui è sempre lì a ricordarci che Betlemme non è una favola e che il Calvario non è stata soltanto una collina da scalare: è vero che è stato Lui a cercarci e continuerà a farlo, ma noi gli abbiamo risposto “eccomi” senza costrizioni.
Questo passo evangelico è l’ennesima riprova che la presenza di Cristo nella nostra esistenza o è una scelta d’amore o può diventare un problema. L’argomento trattato
riguarda tutti quelli che scelgono di vivere con un compagno o una compagna e che decidono liberamente di far partecipare Dio a questo progetto. A questo punto può
essere utile riprendere alcune delle caratteristiche originarie del sacramento istitutivo della famiglia. Innanzitutto, i protagonisti saranno tre e non due. Altro elemento distintivo sarà identificare il perimetro dove i tre vivranno, cioè la famiglia cui si riferisce Gesù: “per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola”.
Di questi tempi non è semplice districarsi nel ginepraio delle modalità dell’essere famiglia che ogni persona sceglie per sé, ma se un uomo ed una donna decidono di
correre il rischio di sposarsi in Chiesa, allora devono avere ben presente che la presenza “triangolare” prima descritta è il fondamento del sacramento. Insomma, deve essere chiaro a tutti gli sposi che se al tavolo della loro famiglia vogliono che anche Gesù Cristo sia seduto, allora in qualunque decisione che riguardi la loro storia devono interpellarLo e renderLo partecipe. Separare un uomo da una donna vorrebbe dire mettere Cristo alla porta: per questa ragione nessuno potrà dividere ciò che noi stessi abbiamo chiesto a Cristo di tenere unito.
Vero è che la coppia promette “con la grazia di Dio prometto di esserti fedele…” e le promesse a volte non riusciamo a mantenerle a causa dei motivi più disparati, ma
non possiamo vivere la nostra storia d’amore pensando che in fondo una scappatoia per mescolare le carte si possa sempre trovare. Immaginare di vivere con un altro/a
ogni giorno e per sempre non sarà mai come in un film e la sera non sempre si riesce a vivere l’auspicato lieto fine.
La famiglia capace di rendere Cristo presente è quella che cade, ma non vede l’ora di rialzarsi, è quella che urla, ma poi si ritrova ascoltandosi, è quella che riesce a
trasformare le sconfitte in possibilità, è quella che non si stanca mai di cercare Cristo ovunque.
Come si fa? Restare bambini è il suggerimento di Gesù, anche perché Egli ribadisce che solo loro possono “accogliere il regno di Dio”.
Nessuno di noi è obbligato a trasformare un amore in sacramento, ma se decidessimo di farlo dobbiamo avere ben chiaro che non dovremo fermarci al primo ostacolo e che le barriere faranno parte del percorso insieme. Se invece desideriamo che il nostro amore debba essere una straordinaria magia, allora meglio lasciar perdere, meglio non coinvolgere chi prima o poi potremmo abbandonare per strada.
LIBERI
Dal Vangelo secondo Marco(10, 17-30)
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Fin da piccoli a scuola ci insegnavano che fare i compiti rappresentava il nostro lavoro e che solo svolgendoli in modo corretto avremmo potuto essere promossi. A
dire il vero, anche al catechismo funzionava così: bisognava imparare a memoria tutte le preghiere, arrivare puntuali agli incontri, mettere a posto le sedie, essere
presenti in orario a Messa. Agli allenamenti più o meno ci proponevano la medesima modalità: “Impegno e sudore… poi vedremo se farti giocare”. Insomma, bisognava
fidarsi degli educatori, dei maestri, degli allenatori che dettavano i comportamenti necessari per raggiungere gli obiettivi: in cambio, ricevevamo la speranza di gioire.
“Maestro, tutte queste cose le ho osservate sin dalla mia giovinezza”. Spesso diamo conto a Gesù dei nostri sacrifici, del nostro impegno, di tutte quelle ore trascorse a
vivere “correttamente” avendo seguito a menadito gli insegnamenti ricevuti nel tempo dagli educatori incontrati sulle nostre strade.
Sono stato obbediente, mi sono impegnato a rispettare e far rispettare i comandamenti, sono stato leale, rispettoso, rigoroso, preciso ed oggi scopro di non essere felice. È evidente che qualcosa non ha funzionato!
“Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna? Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni. Seguimi! Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato: possedeva infatti molti beni”. La lettura della risposta è da brividi: potrebbe mettere tutto in discussione. Ma Gesù, rivolgendosi al ragazzo ora uomo, lo fissò con lo sguardo e lo amò: questo conta più di ogni altra cosa e vale anche per noi quando ci rivolgiamo al nostro prossimo.
Nessun invito a mettere all’asta i beni e a spossessarsi dei propri averi come sembrerebbe facile interpretare, ma dire alle proprie ricchezze che da oggi la musica
cambia: non saranno più loro ad orientare la nostra vita perchè nel nostro cuore ci sarà posto solo per l’essenziale e questo significherà tornare ad essere liberi!
Solo la libertà di seguire Gesù Cristo o di non farlo ci condurrà alla salvezza eterna.
SI FACCIA SERVO DI TUTTI
Dal Vangelo secondo Marco(10, 35-45)
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gli apostoli Giacomo e Giovanni prima di seguire Gesù facevano parte di una ricca famiglia di imprenditori attivi nel settore della pesca. Lasciare tutto ed investire nell’uomo di Nazareth evidentemente dovette costare molto ai due fratelli che, ad un certo punto, noncuranti degli altri compagni di cordata, decisero di fare a Gesù la richiesta della vita: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Come si fa a dar torto a quei due? Il tempo passava, gli insegnamenti di Gesù diventavano sempre più duri ed impegnativi, la concorrenza era tanta e poi…per ottenere, come aveva detto il Maestro, bisogna chiedere.
Anche questa volta Gesù non si fece sfuggire l’occasione per fare oltremodo chiarezza, necessità che evidentemente si ripresentava spesso nelle relazioni con i dodici. I Suoi insegnamenti traevano origine da una considerazione ancora oggi attuale: “ Il vostro mondo va da un’altra parte!”
“Tra di voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”.
Gesù non giudica mai il mondo e non impone a nessuno di lasciarsi guidare, ma avverte che per seguirlo le logiche del tempo contemporaneo non possono rappresentare un riferimento: l’unica guida è la Sua Parola, la parola del Padre. Insomma, non potranno mai convivere due padroni nella nostra vita, non potrà esserci mai spazio dentro di noi per un cuore autoreferenziale che batte solo quando in gioco c’è il nostro tornaconto: il cuore bisogna lasciarlo libero di battere come crede e di seguire la strada che sceglie né è prevista l’intermittenza!
Si fa sempre più dura o diventa tutto estremamente più chiaro? Ognuno di noi si avvicinerà alla Parola come vorrà, ma pensare che diventare “ultimo” voglia dire rinunciare o vivere una condizione di perdente ci pone distanti da quel Dio che cerchiamo e che preghiamo. Forse ci fa paura immaginare che per regnare secondo quello che racconta Gesù bisognerà diventare servi: probabilmente temiamo di essere scherniti, di diventare degli zimbelli, di appartenere a quelli che “non ce l’hanno fatta” ed ora si iscrivono al partito degli esclusi per essere ripresi.
“Tra voi però non è così”. Difficilmente Gesù avrebbe potuto lasciare agli Apostoli una speranza più bella! Anche se in quel momento non potevamo esserci, a quella Chiesa
apparteniamo anche noi perché figli di Dio.
DI QUALE CECITA’ PARLIAMO
Dal Vangelo secondo Marco(10, 46-52)
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gli Apostoli, pur avendo condiviso tutto o quasi con il Maestro per diverso tempo e pur essendo tutte persone senza difficoltà visive, incorsero spesso in situazioni
riconducibili alla cecità. Per Bartimeo non fu così: egli era realmente cieco dalla nascita, ma questa sua condizione non gli impedì di riconoscere Gesù al Suo
passaggio.
Bartimeo gridava e chiedeva pietà: le sue urla infastidirono i presenti al punto che la folla, quella stessa che prima osannò e poi condannò a morte il Figlio di Dio, volle
cercare di zittirlo. E’ il prezzo che sa di dover pagare colui che si ribella al torpore, chi decide che non è possibile continuare a tacere o ad attendere che a cambiare le
cose ci pensino gli altri. E’ paradossale, ma essere ciechi spesso permette di vedere meglio di chi possiede una vista perfetta.
Costretti dalle parole di Gesù e non per loro volontà, alcuni uomini si avvicinarono a Bartimeo dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”. Certo che ci vuole una bella
“faccia tosta” ad incoraggiare il cieco che noncurante di tutto e di tutti aveva sfidato i presenti, ma lui povero, misero non ebbe paura. Bartimeo non s’intimidì a
mostrarsi per ciò che era…gun uomo sofferente, impaurito, affamato ma vero: scelse di togliersi la maschera che forse è l’unico modo per far battere il cuore.
Gesù si fermò per parlare con Bartimeo ed è quello che chiede a noi. Per amare, curare, prestare attenzione bisogna procurarsi il tempo donatoci e per farlo non si
può trascorrere la vita scappando da un posto all’altro o intrattenendosi tra un impegno ed un altro ancora. Il prossimo è ovunque e non esiste un posto migliore
dell’altro: la differenza la possiamo fare solo noi quando decidiamo di occuparci dei fratelli. Bisogna imparare a cogliere le occasioni che ci capitano e sentire chi ci passa
accanto come fece Bartimeo.
CHE AMORE E’
Dal Vangelo secondo Marco(12, 28b-34)
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“L’amore di Dio e l’amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore proveniente da Dio che ci ha amati per primo”. Papa Benedetto XVI. Potremmo anche concluderla qui questa riflessione senza dover aggiungere altro alle parole di Papa Benedetto che definì “inseparabili” l’amore Dio e l’amore che ci viene donato per donarlo al prossimo.
Il mondo contemporaneo ci offre ubriacature di amori che spesso ci confondono e ci fanno dubitare anche della nostra capacità di amare ed alimentano la convinzione
che l’amore vero non esiste più o forse non è mai esistito. Gesù, che ci ha amati per primo, ancora una volta ci tende la mano e ci dice che il riferimento del nostro amore siamo proprio noi. A ben pensarci, non potrebbe essere che così; Lui ci ha voluti, siamo Sue creature, Lui ci amerà sempre anche quando noi ci allontaneremo. Basterà guardarci allo specchio per riconoscere la persona da amare.
Amare gli altri come se stessi è il comandamento più grande ed equivale a vivere il regno di Dio qui sulla terra. Eppure coniugare il verbo amare spesso ci impaurisce al
punto che rinunciamo a farlo. Troppe cose dovremmo mettere in discussione per non mentire, per fare sul serio? Siamo spaventati nel dover credere ad un amore
che non ci dà garanzie e ci pone totalmente nelle braccia del prossimo alla sua mercè? Troppo rischioso!
Se non saremo in grado di amarci per amare finirà male perché non riusciremo più a capire neppure come amare noi stessi ed allora inevitabilmente la nostra anima
finirà tra le braccia di Satana che non aspetta altro. Per vivere dell’amore di Dio bisogna conoscere Gesù, Suo Figlio morto per noi, altrimenti corriamo il rischio di raccontarci le storie dei nostri amori che a volte ci entusiasmano ed altre ci deprimono.
L’amore che Gesù ci ha raccontato ed ha vissuto fino all’ultimo respiro sulla croce non prevede deviazioni e ci indica la sola direzione verso di Lui. Potrà capitare di
cadere, di allontanarsi, di tradire, di fraintendere, ma sull’uscio della porta, ad aspettarci, troveremo sempre nostro Padre che farà festa quando ritorneremo da Lui.
SOLO DUE SOLDI
Dal Vangelo secondo Marco(12, 38-44)
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Di solito sono gli scribi e i dottori della legge ad interrogare Gesù per metterlo in difficoltà, ma questa volta è Lui a tirarli in ballo ponendoli all’attenzione dei presenti; insieme alla folla, ai discepoli ed alla vedova sono i protagonisti di questa parabola. Infine, ci sono anch’io. Il ruolo più intrigante ed ambito è certamente quello degli scribi: trascorrono la vita a mostrare agli altri la generosità dei loro gesti, a ricevere complimenti, applausi e consensi, ma non deve essere semplice avere sempre gli occhi di tutti addosso ed essere spesso citati agli onori della cronaca. L’ansia e lo stress per vivere la condizione dei primi della classe, degli invidiati logora, ma è il prezzo che bisogna pagare per chi sceglie che apparire è l’unica cosa che conta. Anche fare della beneficenza è impegnativo: tra l’altro, bisogna stare attenti a come realizzarla perché con i tempi che corrono si rischia che qualcuno non comprenda la gratuità del gesto e possa pensare che “dare dei soldi” venga fatto solo per ottenerne un tornaconto.
La folla è sempre presente nelle parabole di Gesù: essa è la destinataria della Parola. La folla ondeggia, segue il Maestro, si ferma, lo ascolta, riflette e poi riparte proprio come quando il mare ti invita a toccarlo: molti si bagnano, pochi trattengono la bellezza e il sapore dell’acqua. I dodici, i prescelti, i chiamati che hanno risposto “Eccoci” seguono Gesù: oggi sappiamo che questa vicinanza non sarà per sempre. Uno di loro lo tradirà e nel momento più importante avranno paura e lo lasceranno solo. Ora però sono lì ad ascoltarlo, a volte delusi o meravigliati, stanchi, ma sempre pronti a riprendere il cammino.
La vedova, che compare e dopo poco scompare. La sua presenza evangelica è limitata a questo brano e contenuta in pochi righi, ma dopo tanti anni parliamo ancora di lei sebbene il suo gesto dette un contributo insignificante alle entrate del Tempio: solo “due monetine che fanno un soldo”.
Infine ci sono io che invidio gli scribi e misuro l’obolo della vedova: un disastro!
“Vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Questo è lo straordinario insegnamento del Maestro: offrire tutto se stesso. Spesso facciamo i conti con i fallimenti, le delusioni, gli obiettivi che si allontanano e che finiranno per essere raggiunti da altri che se ne approprieranno. Diventiamo collezionisti di segni “meno” che ci disorientano, mettiamo tutto in discussione, compresa la nostra fede.
Dare tutto vuol dire addormentarsi esausti, privi di forze, magari con la testa piena di preoccupazioni che non ci appartenevano e che ci siamo procurate. Esporsi, indebolirsi, stancarsi, chiedere aiuto, avere paura di cadere, di non farcela, rinunciare alla condivisione perché a volte non tutto si riesce e condividere, restare soli.
Dare tutto toglie il fiato e spesso ci priva della possibilità di essere compresi anche da chi ti vuol bene.
Quei due soldi possono diventare un’enormità solo se decidiamo di donarli, anche se non è semplice convincersi ad andare via dal Tempio senza avere più nulla per sé.
Penso a Maria quando affrontò la discesa dal Calvario senza Suo figlio: gli occhi degli uomini parve una donna sconfitta, privata di tutto. Ella, invece, portava con sé l’amore per il Figlio del quale nessuno avrebbe potuto privarla, ma la folla non se ne accorse. Quei due soldi diventeranno il nostro tesoro solo quando non ci apparterranno più ed avremo il coraggio di donarli senza sperare in una ricompensa.
UNA VITA FATTA DI DETTAGLI
Dal Vangelo secondo Marco(13, 24-32)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
La farina che diventerà pane, i mattoni che diventeranno casa, i pezzi di asfalto un ponte. Non è poi così difficile osservando i dettagli scorgere la presenza del futuro: non vi pare?
Spesso ci innamoriamo dei grandi eventi, di tutto ciò che è enorme, che fa scalpore, che può essere visibile a tutti. Con questa prospettiva, decidere di trascorrere la vita ad inseguire le “grandezze” il passo è breve. Il rischio di confondere ciò che è realmente buono con qualcosa di esclusivamente grande è reale, ma la differenza la fa l’attenzione che prestiamo ai dettagli. Nell’ascolto della Parola, la ricerca dei dettagli è fondamentale. Lo sguardo della Veronica, il sicomoro di Zaccheo, i due soldi della vedova: Gesù ci ha insegnato che l’attenzione alle piccole cose ci permette di vivere il regno di Dio già sulla terra. Se ci convincessimo che la nostra vita dovrebbe essere spesa a vivere ogni giorno la bellezza dei doni di Dio, probabilmente la morte e il timore che prima o poi tutto finirà smetterebbero di essere un problema.
E’ il riscatto di chi sceglie di essere invisibile, di mostrarsi con discrezione, di non fare rumore, di nascondersi tra i dettagli delle cose. L’universo contemporaneo, già da qualche anno, ci sta proponendo un modello opposto, dove il fracasso, l’arroganza, i soprusi, la cultura dello scarto e dei rimpatri rappresentano un asset valoriale convincente, che piace da morire. Purtroppo è così!
In tutte queste reti di egoismo e di grandezze, che fine faccio io? Che ne sarà della mia storia? La depressione che ci spinge in un angolo e fuori dai giochi di questo protagonismo è a portata di mano. Restare soli, non farcela, immaginare un futuro fatto di sofferenze sono tutti sentimenti che si impadroniscono della nostra intimità e anestetizzano la gioia di vivere. Con Gesù non sarà mai così: ci ha promesso amore eterno insegnandoci che se gli altri passeranno dritti e ci abbandoneranno, Lui resterà sempre con noi. L’uomo della croce di noi conosce tutto, soprattutto i dettagli.
L’UOMO DEGLI STRACCI
Dal Vangelo secondo Marco(18, 33-37)
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Chi di noi non si è immaginato la scena del colloquio tra Cristo e Pilato? L’uomo vestito di stracci al cospetto della divisa, dell’autorità, del potere: non c’è partita.
Pilato non aveva mai incontrato Gesù, di Lui aveva ricevuto informazioni dai cuoi cancellieri e dal chiacchiericcio di popolo che accompagnava Gesù e la Sua storia.
“Sei tu il Re dei Giudei? La tua gente ti ha consegnato a me? Cosa hai fatto?” Pilato non regge allo sguardo del Signore, le sue domande sono una resa e il giudice si frantuma subito: l’accusatore chiede il reato all’accusato! A chi non è mai capitato di provare la sensazione di sentirsi nudi pur restando vestiti quando incrociamo occhi che scavano nella nostra intimità e che ci immobilizzano.
Sulla nostra strada Gesù pone persone vestite solo di stracci, trasparenti, vere che non te le mandano a dire, ma te le dicono: il nostro compito è riconoscerle e possibilmente non scappare dalla loro presenza anche se non è semplice. La storia ci ha sempre proposto Re potenti e ricchi a capo di eserciti che attribuendo il verso al
pollice di una mano decidono della vita di migliaia di uomini. Poi arriva Lui, ricco solo di pezze e di occhi e si proclama Re. Pilato le provò tutte per arginare quella deriva che intimamente lo stava invadendo, ma innanzi all’uomo che si era preso la briga di insegnare al mondo l’amore dovette fare i conti con la sua fragilità.
Pilato è l’unico uomo nominato durante la Celebrazione Eucaristica: lo ricordiamo perché Gesù patì sotto di lui. La storia ci ha consegnato un uomo a cui nessuno vorrebbe somigliare: il gesto di lavarsi le mani che da lì a poco lui compirà non piace, ci fa inorridire. A volte ci imbattiamo in atteggiamenti che temiamo perché potrebbero capitare anche a noi: essi esprimono i nostri disagi più nascosti, le nostre fragilità, la parte più vergognosa della nostra intimità e rappresentano le
zavorre della nostra vita.
Il Re dei Re, che l’umanità ha ricoperto di stracci, con la Sua morte in Croce e la Sua Resurrezione è venuto a liberarci da tutti questi legacci che ci impediscono di amare. Noi dobbiamo convincerci che tutto questo non è una fiaba e che Cristo dobbiamo guardarlo sempre negli occhi perché abbassare lo sguardo è una resa.
ORA NON È IL MOMENTO
Dal Vangelo di Luca (21, 25-28.34-36)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni”. A chi di noi non è capitato di lasciar affogare un sogno nella palude della paura? Avremmo fatto qualunque cosa per rendere realtà quel pensiero, idea, desiderio cui tenevamo tanto, ma siamo rimati fermi, legati a quel palo, intimoriti, appesantiti e vittime di noi stessi. Siamo diventati per necessità dei professionisti delle scuse per rendere meno dolorosa la nostra verità, ma sappiamo bene che rifugiarsi in “ora non è il momento” nasconde ben altro.
Farsi da parte può diventare uno stile di vita, un abito che con il passare degli anni diventa sempre più complicato dismettere. “Affannato pure ma solo se ne vale il respiro”. Il punto è proprio quello, così abituati a spargere i nostri “no” al prossimo, non riusciremo più a discernere cosa fare o cosa non fare.
“Mentre gli uomini moriranno per la paura o per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra”: non moriremo per ciò che dovrà accadere, ma per la paura di ciò che potrà accadere.
Ne viene fuori un quadro desolante a cui spesso si aggiunge il contributo di tutti quelli che per aiutarci a non decidere ci dipingono il creato e i creati con immagini escatologiche e destini attesi come irreversibilmente infausti…
Lo stile di Gesù è altra cosa: rialzarsi dopo le cadute, curare le ferite, avere la certezza che dopo la tempesta apparirà il sereno. Ancora una volta l’uomo della Croce ci chiama quando vorremmo essere lasciati in pace, Lui anche in questo è Maestro: sceglie sempre i momenti più complicati della nostra vita per chiederci “Dove sei? Ho bisogno della tua speranza, della tua voglia, del tuo ardire!”
Gesù non ci inviterà mai ad un banchetto dove la tavola è già imbandita e le pietanze pronte per essere servite a tavola. Lui ci ha insegnato come diventare pescatori di uomini, gli stessi che insieme a noi si ciberanno del Suo corpo e del Suo sangue.
TUTTO IL RESTO E’ SATANA
Dal Vangelo di Luca (1, 26-38)
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.
L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Lei che è nata senza peccato originale, in fondo, è una privilegiata, una predestinata. Insomma, la Madonna, nel nostro immaginario, è come quelle donne e quegli uomini per i quali le persone che li hanno generati hanno già disposto un percorso di successo per la loro vita. Questo è il pensiero di Satana!
Scusate se proprio oggi, grande giorno di festa, tiro in ballo il Principe del male, ma egli che vive grazie ai nostri peccati, figuratevi come reagisce rispetto alla festa di colei che nacque senza peccato originale anche perché fu già avvisato tempo prima dopo la burla del giardino: “Porrò inimicizia tra te e la donna, questa ti schiaccerà la testa”. E’ vero. Maria ebbe per sè un patrimonio immenso, diventare la Madre del Figlio di Dio, ma tutto questo non basta. Quante volte noi riusciamo ad apprezzare i doni che senza alcun merito abbiamo ricevuto e li sperperiamo? Non è sufficiente ereditare delle ricchezze per restare ricchi : bisogna comprendere la fortuna ricevuta e vivere l’immensità e la grandezza di quei doni, altrimenti il rischio di perdere tutto è grande.
“Come avverrà tutto questo? Non conosco uomo.” Maria non fu una donna che disse di “sì” all’Angelo “a prescindere” come in una fiction. L’Angelo dovette trovare altre parole, dovette spiegare cosa sarebbe avvenuto in Lei, cosa sarebbe stato di Lei. “Ecco sono la serva del Signore: avvenga in me secondo la tua parola”: Maria affidò a Dio tutta se stessa, tutta la sua libertà di scegliere o non scegliere di diventare la Madre del Figlio di Dio. Che ci piaccia o no, andò così!
Purtroppo, il rischio di trasformare in una fiaba a lieto fine la festa di oggi è molto alto. Dare tutto per scontato vuol dire mantenere le distanze da Dio e dalle storie di tutti quelli che decidono di mettere le loro vita nelle Sue mani.
Maria ci riconsegna la bellezza dell’attesa oggi quasi totalmente sparita dalle nostre esistenze. Ella custodirà nel grembo per nove mesi il Figlio di Dio, lo crescerà per trent’anni per poi lasciarlo al Suo destino di Salvatore del mondo. Lei non capiva tutto di Lui, ma ciò che non Le era chiaro lo custodiva:
tutto faceva parte di quel “si” immenso e incondizionato pronunziato all’Angelo che pose la Sua vita nelle mani di Dio.
La storia di Maria è quella di una fanciulla che non scelse il peccato: Lei ci è riuscita, Lei si è fidata, Lei si è abbandonata completamente alla volontà di Dio, Lei lo ha voluto nonostante nessuno glielo avesse imposto.
Il bene ed il male sono due strade che liberamente decidiamo di percorrere in ogni istante della nostra vita. Forse è giunta l’ora di non prendersela più con “ora non è il momento giusto”, “la mia vita è complicata”, “non è semplice”. Il tempo passa e noi possiamo dire di “sì” al Signore quando e se vogliamo. Tutto il resto è Satana.
COSA DEVO FARE?
Dal Vangelo di Luca (3, 10-18)
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gli incontri possono cambiare una vita? Credo proprio di sì. Penso anche che ciascuno di noi abbia a responsabilità di provocare, cercare, favorire quelle relazioni che contano realmente e che ci aiutano a metterci in discussione. Non possiamo trascorrere la nostra esistenza pensando che sia meglio sfuggire o fuggire o che il nostro divano sia il centro del mondo. Evidentemente quella folla, i pubblicani, i soldati che incontrarono Giovanni e lo interrogarono non aspettavano altro. Probabilmente essi cercavano da tempo quella occasione che potesse cambiar loro la vita: credo non ci sia nulla di peggio che convincersi di non aver mai avuto una possibilità per poter invertire la rotta.
Giovanni rispose ad ognuno indicando una modalità possibile, realizzabile che però fosse segno di discontinuità con il passato e contenesse un annunzio di speranza. Nessuno avrebbe dovuto sentirsi impreparato o impossibilitato rispetto a quanto disse Giovanni. Ancora una volta ci viene proposta una strada per la santità fatta di gestualità quotidiana e di piccole opere. Diventare migliori per essere felici deve essere un percorso possibile perché è ciò che il Signore Gesù vuole
per noi Solo le piccole cose possono aiutarci a cambiare vita e non dobbiamo aver paura di diventare diversi da quelli che eravamo. Se vogliamo realmente pensare al nostro futuro di uomini e donne vicini al Signore bisognerà chiederci”ora dove siamo?” e organizzarci per vivere una vita dove le cose mai fatte non devono essere un problema, ma una scelta d’amore. La stazione di partenza è casa nostra, nella valigia basterà mettere il nostro cuore.
MARIA DONNA CORAGGIOSA
Dal Vangelo di Luca (1, 39-45)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il
frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di
gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Chi di noi non ha mai ascoltato o pronunciato la frase “chilli rui parn frat cucin”. La lingua napoletana è straordinaria perché permette di trasferire sensazioni ed
emozioni difficilmente ripetibili in altro modo. Nel caso specifico, identifica due persone legate da un rapporto forte che prescinde dalla parentela: costoro hanno
evidentemente in comune qualcosa di importante che il tempo e la testimonianza della loro vita hanno reso visibile a tutti.
Ci è stato insegnato che Maria ed Elisabetta erano parenti, probabilmente cugine, ma forse non era così, le loro condivisioni andavano ben al di là della parentela:
l’attesa di un evento straordinario, la nascita di due figli “particolari” e due mariti che non avevano compreso pienamente la natura della loro paternità.
Il viaggio che Maria decise di intraprendere era un’idea a dir poco ardita e pericolosa se pensiamo alla gravidanza della ragazza, alla lontananza del posto dal Nord al Sud della Galilea tenuto anche conto che i mezzi di trasporto dell’epoca non erano dotati di particolari comfort. Nonostante tutto, Maria, donna forte e coraggiosa, non ha dubbi: parte e percorre la strada “di fretta” perché l’amore va sempre di fretta e mal sopporta i ritardi. La scelta di Maria ci insegna che solo quando decidiamo di abbandonare le nostre certezze, quando abbiamo coraggio, quando scegliamo di rischiare possiamo vivere con autenticità la nostra testimonianza.
Maria avrebbe dovuto salutare prima Zaccaria, il marito di Elisabetta: anche lui come Giuseppe aveva avuto dei dubbi su ciò che sarebbe dovuto avvenire non
aprendo il suo cuore alla grazia e all’annuncio di Dio. D’altra parte, solo chi ama donando tutto se stesso può vivere l’amore incontrando stupore e meraviglia: al
contrario, sono i dubbi che generano incredulità e diffidenza. Vivere l’esperienza di Dio non può essere un’emozione intermittente: Lui è ovunque e ci è sempre
accanto, è un dono da accogliere se decidiamo di farlo. “A che cosa devo che la Madre del mio Signore venga da me?” Spesso mi sono chiesto come facesse Elisabetta a sapere che Maria fosse incinta di Gesù: cosa permette ad Elisabetta di andare oltre lo sguardo umano se non lo Spirito Santo? Sono l’accoglienza e l’abbraccio di Elisabetta che generano il Magnificat di Maria: Dio si incontra nello sguardo e tra le braccia delle persone. La bella notizia che Maria ha voluto condividere con Elisabetta e oggi con noi è che Dio non è lontano, distante, giudicante ed a volte addirittura vendicativo, ma è sempre accanto a noi e, se vorremo, nascerà e resterà per sempre nelle nostre vite.
GESU’ BIRICCHINO
Dal Vangelo di Luca (2,41-52).
I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue
risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Per diventare uomo, anzi l’uomo, scelse di frequentare la famiglia, il posto forse più complicato e faticoso da vivere, ma anche più ricercato ed ambito. C’è chi ha una famiglia e non si accorge di averla, c’è chi decide di eliminarla dagli affetti, c’è chi percorre kilometri per raggiungerla, c’è chi perde la vita per tenerla unita, c’è chi la considera una fonte di guadagno. Come sempre, ognuno liberamente sceglie cosa fare: Gesù decise di crescere accanto ad un papà falegname e ad una mamma casalinga.
Probabilmente abbiamo qualche difficoltà oggi a realizzare che il nostro Gesù cresceva in sapienza, età e grazia in quel contesto familiare così semplice ed essenziale che seppe accogliere un figlio che condivideva con Dio, ma così fu. “Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgessero”. Evidentemente, il giovanetto non fece mancare a papà e mamma nulla di ciò che spaventa ed allarma i genitori. Silenzi, incomprensioni, discorsi animati facevano parte del tempo quotidiano della famiglia.
“Non avendolo trovato, tornarono in cerca di Lui a Gerusalemme”. Credo non ci sia cosa peggiore di non avere nessuno che ti aspetta quando rincasi la sera: è uno di quei grandi vuoti affettivi che spesso viene riempito da persone sbagliate.
Maria e Giuseppe a volte comprendevano ed a volte no. Maria, in particolare, quando non capiva il suo Gesù pensava: “un giorno capirò”. Uno dei segreti della famiglia è che tutti gli affetti devono avere la medesima dignità, cioè nessuno deve “bocciare” l’altro solo perché vecchio o troppo giovane: l’amore non cambia con la lontananza o con la diversità di vedute.
Oggi il mondo ci propone tante modalità familiari, alcune perseguitate altre beatificate: noi, come sempre, sceglieremo quella che ci piace di più sperando di riuscire a realizzarla. Giuseppe, Maria e Gesù appartenevano ad una famiglia in cui ognuno amava le diversità dell’altro: immaginarla come quella proposta dal “”Mulino bianco” è una grossa falsità o forse un modo per sistemarla in un cofanetto, volutamente lontano dalla realtà che viviamo.
ANGIOLETTO O DIAVOLETTO?
Dal Vangelo di Giovanni (1,1-5.9-14).
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
A volte pensiamo che tutto sia cominciato in quella fredda notte a Betlemme ma non è così. Per molti anni e prima ancora della venuta di Gesù su questa terra, Dio aveva provato in tutti i modi a convincere il mondo che la Sua Parola non era una fake ma gli uomini non gli credettero, un po’ come capita oggi, né più, né meno.
A quel punto, visto che i profeti non avevano riscosso il successo sperato ed esaurite le possibilità di farsi comprendere, Dio giocò la Sua carta più bella ed importante: “E il verbo si fece carne”! La gente di allora, desiderosa di essere amata non aspettava altro che un Dio Salvatore anche perché sia i profeti che Giovanni avevano annunciato che prima o poi sarebbe giunta “Una luce vera, quella che illumina ogni uomo”. Sappiamo tutti come andò a finire: “Era nel mondo ed il mondo era stato fatto per mezzo di Lui, eppure il mondo non lo ha riconosciuto”. Probabilmente, i contemporanei, incorsero in un grosso equivoco; tutti aspettavano l’eroe, il cavaliere bianco, il generale che con il suo esercito liberasse gli oppressi dagli oppressori. Per Dio le storie d’amore non si vivono sui campi di battaglia ma tutte le volte che c’è qualcuno che si perde (ricordate la pecora) ed un altro che lascia tutto e tutti e la va a cercare perché ognuno è un dono prezioso. Non voglio ricordare ancora una volta, tutte le grandi difficoltà che il Figlio di Dio & famiglia dovettero superare per venire al mondo e sopravvivere, desidero solo evidenziare che Gesù le visse e le superò da uomo, per farsi riconoscere. Eppure, dopo tanti anni, se molti di noi pensano ancora che fu tutta una “fiction” tra l’altro a lieto fine abbiamo poche speranze di convincerci che il Figlio di Dio è venuto per restare vicino a ciascuno di noi per tutta la vita: “E venne ad abitare in mezzo a noi”.
Quando arrivò, non si perse d’animo, iniziò a parlare a tutti i cuori induriti, ad accendere le luci, ad indicare la strada ad insegnarci che l’unico modo per sconfiggere le tenebre e tenere accese le luci. Sarà sempre la stessa storia che ci raccontavano da piccoli: “Sulla spalla destra l’angioletto, su quella sinistra il diavoletto” e noi nel mezzo, liberi di scegliere chi ascoltare. A me spesso capita di cedere alle lusinghe del diavoletto ma sono sicuro che Gesù mi resta sempre
accanto anche quando sono io a decidere di allontanarmi.
UOMO TRA GLI UOMINI FIN DALL’INIZIO
Dal Vangelo di Luca (3,15-22).
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca».
Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone.
Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Non sono un pescatore, credo però che per quegli uomini il peggio che possa capitare sia tornare a riva senza aver pescato nulla. Gestire un fallimento è un’esperienza complicata per tutti; con gli altri si cercheranno le attenuanti del caso ma con se stessi non è possibile mentire.
Presso il lago di Gennesaret c’era un uomo, forse strabico, che con un occhio guardava la folla che lo ascoltava e con l’altro osservava cosa stesse accadendo a dei malcapitati pescatori. “Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Quelle parole furono per Pietro e i suoi soci l’occasione per passare dalla frustrazione dell’insuccesso alla speranza di potercela ancora fare, dalla paura allo slancio, dalla rassegnazione al sogno.
“Simone rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Anche io ho pronunciato le stesse parole di Pietro tutte le volte che ho preferito adagiarmi sull’insuccesso invece di sfidare il mare e salpare: non è mai facile ma avere la possibilità di ricominciare è l’occasione tanto desiderata per rialzarsi.
“Sulla tua parola getterò le reti”. I pescatori ascoltarono Gesù e passarono dal dubbio alla fiducia, dalla figuraccia di essere ritornati a riva senza aver pescato nulla a dover chiedere aiuto ad altri compagni perché da soli non riuscivano a svuotare le reti tanto erano piene. Gesù non chiederà mai a qualcuno di noi di fare miracoli ma offrire un’altra possibilità al prossimo è compito nostro.
Da quel momento lasciarono le loro barche e seguirono Gesù diventando pescatori di uomini. Cominciare e ricominciare sono i verbi che procurano le gioie vere, dobbiamo scegliere se viverli nelle nostre storie oppure osservarli da lontano.
LO SGUARDO DELLA MADRE
Dal Vangelo di Giovanni (2,1-11).
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Spesso cerchiamo un segno che possa fare luce nella nostra vita, un qualcosa che possa indicarci la strada giusta da seguire. L’episodio di Cana è il primo gesto miracoloso compiuto da Gesù. Al banchetto Gesù è con Maria, Sua madre, è Lei che si accorgerà che il vino da lì a poco sarebbe venuto a mancare. Maria è una donna che osserva, in silenzio guarda dove gli altri non riescono a scorgere e si accorge di ciò che sta per accadere, per Lei le cose dette o quelle non dette hanno la medesima efficacia. La mancanza di vino ad un banchetto nuziale diventerebbe una umiliazione per gli sposi ma Lei fa in modo che tutto possa risolversi senza clamore. “Non hanno vino” rivolgendosi al Figlio ed ai servitori: “Qualunque cosa vi dica fatela”. A volte pensiamo che aiutare le persone sia complicato, altre volte che è in fondo è semplice, la verità è che siamo sempre noi ad avere la responsabilità di fare la differenza e decidere di intervenire o girare lo sguardo altrove. Fare il bene è uno stile di vita non intermittente, ci potrà capitare di sbagliare esagerando, facendo troppo o troppo poco ma quello che conta è mettere l’altro davanti a sé, solo così potremo accorgerci che “al banchetto sta per mancare qualcosa” e ciò che manca toccherà a noi procurarlo, il resto non conta!
Gesù sembra rimproverare la madre: “Donna che vuoi da me, non è ancora giunto il mio momento”. Quando leggo questo passo ed in particolare come Gesù si rivolse alla Madre ricordo tutte le volte che nel corso della mia vita ho pensato “mannaggia, proprio ora doveva capitarmi, non è il momento opportuno”. Probabilmente non c’è mai un momento giusto quando dobbiamo fare una scelta impegnativa ma certamente l’obbedienza di Gesù rende possibile il miracolo; più segno di così!
Il vino buono viene portato a tavola alla fine del pranzo, quando tutti sono un po’ brilli e non fanno tanto caso alla qualità della bevanda. Per Gesù non è così, Lui non profitta della situazione che si è venuta a creare: non usa, cura. Questo Dio fatto uomo, per farsi riconoscere ci fa conoscere una umanità che a volte smarriamo. Mi piace pensare che l’educazione ricevuta dal padre falegname gli abbia insegnato che per trasformare un pezzo di legno in un’opera d’arte bisogna dedicargli del tempo.
ERA IL FIGLIO DEL FALEGNAME?
Dal Vangelo di Luca (1,1-4;4,14-21).
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù torna a casa, in quella Nazareth dove era cresciuto. Molti nazareni vantavano ricordi del figlio del falegname, del bel ragazzo, di quando era in bottega col padre o a passeggio con la madre. Nulla a che vedere con l’uomo che si mise ad insegnare nella sinagoga, un posto che Gesù non ha mai preferito rispetto ai crocicchi delle strade, alle periferie o ai tuguri dove vivono gli scarti..
“Lo Spirito del Signore è sopra di me”; poi iniziò a parlare di quella speranza che noi dovremmo incarnare, a volte così distante da come siamo. Certo, potremmo non essere preparati ad ascoltare chi ci ricorda che “ora è il nostro turno”; la consapevolezza di non poter accampare più scuse potrebbe minare le sicurezze accumulate. Non è mai semplice rendersi conto che è compito nostro aiutare i poveri, incoraggiare chi è prigioniero delle sue schiavitù, prendere per mano chi si è smarrito, curare i trascurati.
Da domani sarà tutto diverso? Riuscirò a diventare “speranza”? Ogni giorno sarà possibile, le occasioni spesso si presentano senza avvisarci e sorprendentemente ci coinvolgono se noi saremo pronti a dire di “si”. Dovette essere proprio una sorpresa quella che vissero i nazareni; si aspettavano un bravo ragazzo, trovarono un uomo che li mise innanzi le loro responsabilità. Spesso, il destino delle persone che raccontano e vivono la speranza è quello di essere derisi e probabilmente anche Gesù non sfuggì a quella sorte quando disse: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che avete ascoltato”.
Poveri nazareni e poveri noi quando incontriamo qualcuno che potrebbe avvicinarci all’uomo della croce e non ce ne accorgiamo; Gesù pone sulla nostra strada persone che con la loro testimonianza graffiano i nostri cuori che a volte preferiamo preservare dai battiti inqueti, i soli che ci permetteranno di riconoscerLo.
LA FORTUNA DI SIMEONE
Dal Vangelo di Luca (2,22-32).
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Se volessimo dividere tra persone sfortunate e persone fortunate gli abitanti del globo, non avremmo nessun dubbio a collocare Simeone tra queste ultime. Trovarsi proprio lì al Tempio, mentre Gesù stava per essere presentato a Dio fu evidentemente una coincidenza molto favorevole: non vi pare?
Il brano evangelico ci parla di Simeone definendolo un “uomo giusto, pio e lo Spirito Santo era su di lui”. Egli era tra quelli che avevano deciso di trascorrere la loro vita nell’attesa della venuta di Cristo provando a tenere sempre accesa la luce della speranza a qualsiasi costo. Simeone visse nell’aspettativa e nel desiderio di incontrare Gesù e a tutti quelli che lo apostrofavano sfigato o visionario non cercava di imporre i suoi pensieri ma diceva che non si poteva vivere con rassegnazione in balia di traguardi e obiettivi da raggiungere.
Gesù si lasciò abbracciare da Simeone; un Dio che si lascia abbracciare dagli uomini è un Dio che si prende cura di noi ma è anche un Dio che ha bisogno del nostro amore.
Un rapporto d’amore per funzionare ha bisogno che l’uno si prenda cura dell’altro. Le nostre vite a volte trascorrono cercando dove fosse Dio che, una volta trovato, dovremmo fare di
tutto per tenercelo stretto. Simeone volle fidarsi di Dio e probabilmente visse i nostri stessi tormenti quando incontrò il male, il dolore, la paura di essere abbandonato. Spesso ci chiediamo se seguire Gesù ne valga veramente la pena.
Simeone non cedette mai alla rassegnazione e non ascoltò quelli che lo invitavano a lasciar perdere perché un uomo da solo non potrà mai cambiare nulla, perché il mondo è sempre andato alla rovescia e sporcarsi le mani costa tanto ma non ne vale la pena. Simeone visse ogni istante della sua vita per quel Dio che tenne tra le braccia.
DIVENTARONO PESCATORI DI UOMINI
Dal Vangelo di Luca (5,1-11).
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Non sono un pescatore, credo però che per quegli uomini il peggio che possa capitare sia tornare a riva senza aver pescato nulla. Gestire un fallimento è un’esperienza complicata per tutti; con gli altri si cercheranno le attenuanti del caso ma con se stessi non è possibile mentire.
Presso il lago di Gennesaret c’era un uomo, forse strabico, che con un occhio guardava la folla che lo ascoltava e con l’altro osservava cosa stesse accadendo a dei malcapitati pescatori. “Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Quelle parole furono per Pietro e i suoi soci l’occasione per passare dalla frustrazione dell’insuccesso alla speranza di potercela ancora fare, dalla paura allo slancio, dalla rassegnazione al sogno.
“Simone rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Anche io ho pronunciato le stesse parole di Pietro tutte le volte che ho preferito adagiarmi sull’insuccesso invece di sfidare il mare e salpare: non è mai facile ma avere la possibilità di ricominciare è l’occasione tanto
desiderata per rialzarsi.
“Sulla tua parola getterò le reti”. I pescatori ascoltarono Gesù e passarono dal dubbio alla fiducia, dalla figuraccia di essere ritornati a riva senza aver pescato nulla a dover chiedere aiuto ad altri compagni perché da soli non riuscivano a svuotare le reti tanto erano piene.
Gesù non chiederà mai a qualcuno di noi di fare miracoli ma offrire un’altra possibilità al prossimo è compito nostro. Da quel momento lasciarono le loro barche e seguirono Gesù diventando pescatori di uomini. Cominciare e ricominciare sono i verbi che procurano le gioie vere, dobbiamo scegliere se viverli nelle
nostre storie oppure osservarli da lontano.
LA VIA DELLA BETATITUDINE
Dal Vangelo di Luca (6,17.20-26).
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
La predicazione delle beatitudini fatta dalla piana prospiciente al lago di Tiberiade creò le premesse per l’ultimo viaggio di Gesù sulla collina del Calvario. Sono oltre duemila anni che ascoltiamo, leggiamo e riflettiamo su questo brano evangelico ed allora, come ora, seguire il Suo insegnamento vuol dire porsi dall’altra parte del pensiero del mondo ed è bene che ciascuno di noi lo sappia.
Quando incontriamo una persona sola, povera d’affetti e senza nessuno che l’ascolta, proponiamoci e chiediamole se ha voglia di vederci.
Se realmente desideriamo che chi ha fame possa avere uno o più pasti giornalieri, organizziamo una mensa o invitiamo il fratello a casa nostra.
I dolori sono da sempre la cosa più semplice da trovare se decidiamo di cercarli. Nessuno di noi può guarire le ferite degli altri e neppure le proprie né Gesù Cristo ci ha fornito una pozione magica per non soffrire ma ognuno di noi può aiutare chi vive nel dolore standogli vicino.
E’ giunto il momento di smetterla di lamentarsi e giustificarsi perché non abbiamo ricevuto le vocazioni giuste che ci permettono di sporcarci le mani. Cristo, durante il Suo pellegrinaggio terreno ha frequentato soprattutto peccatori, ultimi, scarti, malati, ladroni. Se nessuno parla male di noi o ci deride a causa loro forse abbiamo imboccato la strada sbagliata. Ricchi e sazi! Non c’è nulla di male, però ognuno di noi deve sapere quando e perché pensiamo che Il Signore si è allontanato da noi. Se scegliamo di vivere in modo frenetico, riempendo il tempo ricevuto in dono da eventi e da cose da fare difficilmente nel nostro cuore troverà spazio la Parola di Dio. Dobbiamo provare a percepire e gustare la differenza che c’è tra la stanchezza che ci rende felici e quella che ci abbatte avvicinandoci al peccato.
“Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Il consenso, l’applauso, il palco, l’esibizione, il riconoscimento della folla rappresentano i nostri desideri? Se così fosse, Gesù anche questa volta ribalta le nostre convinzioni; non è questa la via della beatitudine, non saranno mai queste cose che ci renderanno felici ma ognuno di noi scelga da quale parte stare ed il volto che vorrà mostrare o nascondere.
LA DIFFERENZA
Dal Vangelo di Luca (6, 27-38).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta?
Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e
sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Domenica scorsa Gesù, dalla collina prospiciente al Lago di Genezareth, ci proponeva una prospettiva di vita complicata che capovolgeva le logiche di pensiero mondane. I poveri, le persone sole, gli addolorati, gli scartati diventavano beati inoltre, ci avvertiva che dovremmo preoccuparci se nessuno ci perseguita a causa Sua. Insomma, non è stato per nulla semplice convincerci che per vivere una dimensione di “stanchezza felice” avremmo dovuto ascoltare parole così provocatorie che imponevano un forte cambiamento di rotta nelle nostre vite.
Oggi Gesù rincara la dose in modo che ognuno di noi possa comprendere il vero significato di cosa voglia dire “fare la differenza”. Anche in questo discorso, come quello delle Beatitudini, viene ci proposto un capovolgimento del pensiero dominante che, mai come ora, propone modelli violenti, invasivi, autoritari e soprattutto le modalità del “dare solo per avere” oppure “con i soldi si può comprare tutto”.
Mi risulta veramente complicato leggere e riflettere su questo passo evangelico, ogni volta che lo faccio penso che devo iniziare nuovamente a riannodare diversamente la mia tela e che è giunto il momento di non pensare più che fare la differenza è possibile ma c’è bisogno che io riesco a viverla ora più che raccontarla agli altri, perché il tempo è un dono di Dio.
LA RICERCA DELL’ALBERO BUONO
Dal Vangelo di Luca (6, 39-45).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Scusa Gesù: ma non è esagerato dire: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”. Forse ci vuoi far riflettere sul fatto che certe volte la pagliuzza nell’occhio dell’altro non è altro che la trave che abbiamo nel nostro? Ogni tanto anche tu perdi la pazienza con noi e hai tutte le ragioni per farlo.
L’uomo della Croce ci invita a ricordare tutte le volte che giudichiamo il prossimo attribuendo agli altri le colpe dei nostri insuccessi; l’ascolto della Parola è sempre propizio per fermarci e riflettere su quello che siamo diventati.
Gesù ci mette in guardia dal condannare agli altri ciò che non ci piace di noi. Spesso queste convinzioni rappresentano le premesse per mettere in scena “la recita del lamento” che da sempre è una delle opere a cui viene riconosciuta una grande utilità e pertanto molto praticata. A questo proposito (non me ne vorrete) riterrei terapeutico trascorrere una mezza giornata in un reparto oncologico, meglio se pediatrico o magari preparare un pasto alla mensa dei poveri o raccogliere gli indumenti sudici di un senza tetto o bussare alla porta del vicino che non parla con nessuno. Sono tutte esperienze che ci aiutano a guardare negli occhi la sofferenza, la sorella che nessuno di noi vorrebbe frequentare ma che ci permette di trasformare la speranza in bene.
Gli altri sono peggio di me e nessuno può comprendere le mie sofferenze; sono dei rifugi di cui Gesù non ci parla mai e soprattutto non vuole che frequentiamo, sono posti bui, senza luce dove possiamo incontrare solo altre cecità e “Forse un cieco può aiutare un altro cieco?”.
“Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”. Scegliere i maestri di vita è fondamentale, vuol dire individuare un progetto di vita che ci piace, come vorremmo diventare, vorrà dire avere fiducia incondizionata in un’altra persona.
“L’uomo buono, dal buon tesoro trae dal suo cuore il bene”. Noi non dobbiamo avere paura di diventare testimoni del bene e temere gli sberleffi e le burle degli altri che inevitabilmente ci colpiranno e soprattutto le sofferenze che ne scaturiranno.
Dobbiamo essere capaci di capire qual è l’albero buono, perché solo l’albero buono genera il bene e ci proteggerà sempre con la sua ombra anche se noi ci dovessimo allontanare da lui.
E’ LA PROSPETTIVA A FARE LA DIFFERENZA
Dal Vangelo di Luca (4, 1-13).
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
A Santana non piace che si parli di lui e delle sue opere. L’angelo del male preferisce agire nell’oscurità provocandola, in modo da confonderci le idee, farci dubitare, per poi impossessarsi della nostra anima. “La vita del cristiano, sulle orme del Signore, è un combattimento contro lo spirito del male” – Papa Francesco. Non possiamo non essere consapevoli della presenza nella nostra vita del tentatore e delle sue lusinghe, egli è interessato esclusivamente ad allontanarci da Dio e alla nostra condanna eterna: è il nostro principale nemico!
Uno degli errori più ricorrenti che mi capita di fare è quello di provare a dialogare con la tentazione cadendo nella trappola della curiosità, promettendomi che quella volta sarà l’ultima e poi non mi capiterà più. Fateci caso, nel brano evangelico di Luca non c’è dialogo tra Gesù e Satana: l’uomo della Croce non risponde alle parole del tentatore ma solo a quelle di Dio.
Per fare la differenza bisogna imparare a vivere la dimensione della “stanchezza felice” la sola che ci permette di non allontanarci da Gesù. Non è mai semplice comprendere se siamo stanchi per aver fatto la volontà di Dio o perché stufi di aspettare, desiderare o continuare a sperare. Spesso diventiamo vittime della confusione che Satana ci procura; la stanchezza non ha mai connotati precisi, per questa ragione bisogna rispettarla.
Le Quaresime, come gli Avventi sono delle possibilità, dei periodi propizi che spesso si risolvono nelle ennesime occasioni sprecate. Cadere nella tentazione di lasciar perdere, tanto non cambierà mai nulla, è darla vinta a Satana. Essere stanchi dopo aver dato tutto il possibile non è una resa ma darsi un appuntamento, una prospettiva, promettersi che domani si ricomincerà, magari stupendosi di se stesso.
Stanchezza e stupore appaiono sensazioni opposte che difficilmente potranno far parte di uno stesso progetto. Se la nostra anima è esausta perché si è data da fare bisogna curarla, farla riposare, proporle silenzi, preghiera, raccoglimento, ascolti, non possiamo pretendere che sia sempre pronta ad accogliere, abbracciare, sorridere. Se il nostro progetto è “fare la differenza in nome di Dio” non possiamo pensare che anche questa volta sarà la delusione ad avere la meglio ma dobbiamo credere in una prospettiva che preveda la voglia di ricominciare senza temere di poter ricadere nel peccato.
Satana tenta in tutti i modi di distrarci offrendoci i frutti più succulenti, di anestetizzarci proponendoci una vita tranquilla, senza preoccupazioni tra divani e pantofole. Gesù nel deserto andò da solo, non ebbe timore di affrontare la tentazione, fu la scelta di andarci a fare la differenza.
Restando vicini a Dio, saremo sempre liberi di scegliere cosa fare e decidere dove andare.
SPERANZA O PAURA?
Dal Vangelo di Luca (9,28-36).
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Da sempre provo ad essere pellegrino nell’ascolto della Parola, in questo viaggio l’atteggiamento degli Apostoli mi ha sempre rincuorato. Essi spesso non hanno compreso gli insegnamenti di Gesù, a volte lo hanno abbandonato, uno di loro addirittura lo ha tradito ma se oggi la Chiesa è viva lo dobbiamo anche a loro che seppero diventare pellegrini nel mondo.
Pietro, Giovanni e Giacomo scelti da Gesù per pregare insieme sul monte Tabor questa volta si addormentarono vittime di quello stesso torpore che a volte rapisce ognuno di noi quando decidiamo di lasciar perdere o di girare il viso dall’altra parte. La contemporanea presenza di Elia, Mosè e Gesù, ispirò Pietro che propose di costruire tre capanne. Egli desiderava restare sul monte per godere di quella condizione di benessere ma anche questa volta, l’apostolo preferito “non sapeva quello che diceva”: povero Pietro!
Gli Apostoli erano persone come noi, con le loro storie, debolezze, paure, virtù e dubbi su quale fosse il Cristo a cui credere: il trasfigurato splendente apparso sul Tabor o l’uomo sofferente, apparentemente sconfitto inchiodato da altri uomini sulla croce? Anche noi a volte ci specchiamo in quel corpo morente nel quale ci riconosciamo quando la nostra vita diventa buia o il peccato ha la meglio su di noi. La croce è stata per Gesù uno strumento di Resurrezione e lo deve essere anche per noi, è un passaggio sofferente che ogni uomo o donna percorre senza volerlo; un periodo della propria vita per alcuni, gran parte della vita per altri. Grazie a quella croce, il terzo giorno Gesù tornò dal Padre, unico amore della sua vita di figlio. A volte sembra veramente difficile crederci.
In questo mondo dove la speranza viene trattata come se fosse una terapia, Gesù ci propone la Sua speranza e noi non possiamo avere paura di restare delusi.
FORZA O PAZIENZA?
Dal Vangelo di Luca (13,1-9).
In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici.
Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non
vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi
dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al
vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello
gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se
no, lo taglierai”».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Io vi dico, se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Questo brano ci da l’occasione per riflettere su uno degli argomenti più complessi della nostra esistenza terrena: la morte.
Nessuno di noi è padrone del tempo che trascorreremo su questa terra, magari non ci piace molto ammetterlo, ma è così. Non pensare alla morte è scegliere di volare senza battere le ali, come certi uccelli che dormono in volo, è attendere che il tempo trascorra senza credere nella speranza.
“Troverò certamente il tempo di farlo domani” è un pensiero che spesso accogliamo nel nostro intimo ma sia chiaro: la morte si presenterà sempre all’improvviso! Assecondando il presunto diritto di dover vivere anche domani, il rischio che corriamo è quello di poter essere colti di sorpresa e non esser pronti ad affrontare quel grande momento che rende giustizia a tutti i viventi.
Da quel giorno in avanti non potremo neppure rammaricarci di non aver saputo cogliere quell’altra occasione per convertirci che Gesù ci aveva proposto. In fondo, le nostre vite sono percorsi scanditi da continui momenti in cui possiamo decidere se andare da una parte o dall’altra, ogni istante può essere propizio per scegliere di camminare dietro Gesù.
“Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime”. Quanti saranno per me i giorni della pazienza di Dio? A volte penso che sia proprio inspiegabile quanta pazienza Dio ha avuto ed avrà ancora con me anche se non saprò mai quando terminerà.
Io gli chiedo la forza per fare bene le cose, Lui mi offre la pazienza di cui, un giorno, dell’uso fatto mi chiederà conto.
PADRE, FIGLIO E…..
Dal Vangelo di Luca (15,11-32).
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo
patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gli scribi e i farisei non sono mai mancati nella vita di ciascuno di noi figuriamoci in quella di Gesù. Giudicati e condannati dai loro contemporanei, i peccatori diventano lo scarto, l’impurità che va evitata, la vergogna ma Gesù non perde mai l’occasione per mostrare a tutti che essi sono la categoria di persone preferita. La parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso è una di quelle che genera nel nostro cuore e nei nostri pensieri delle riflessioni particolarmente divisive, è un campo di battaglia dove giustizia e misericordia si affrontano da sempre.
Ho la fortuna e la gioia di essere padre e perennemente convivo con la meravigliosa e complicata sensazione di sbagliare o di far bene nell’educare i miei figli che quotidianamente mi rendono interprete del ruolo del padre che non deve mai smettere di esser tale. “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Quanto è complicato dire. “Ecco, fai pure!”.
Come dicevamo, quell’uomo non dovrà mai smettere di esser padre neppure quando il sospetto di aver commesso un errore inizierà a rodergli il cuore e la mente. Lui resterà lì, non scapperà, non cambierà casa per non sentire vergogna, ostinatamente non arretrerà! Egli diventerà il padre che non s’aspettava; non giudicherà le dissolutezze del figlio ma inizierà ad aspettarlo, sperando che torni. La speranza non è la convinzione che ciò che siamo facendo si realizzerà, la speranza è la certezza che quello che stiamo facendo avrà un significato.
Il Padre che dedica ai figli tutta la sua esistenza restando in piedi sull’uscio della porta di casa non s’arrabbia, non grida, non è deluso, si stanca, spesso non viene compreso ma tace e prega.
Il figlio che ritorna ha compreso che tutti quelli che lui aveva cercato lo hanno abbandonato e scopre che l’esperienza di libertà che ha vissuto col padre è: “camminare con qualcuno che ti aiuta a diventare chi tu potrai essere”. Il padre che asseconda i desideri del figlio ambisce a diventare il suo migliore amico.
Il padre che, soffrendo per il distacco, accetta la sfida di educare il figliolo, gli propone la speranza di una vita che possa essere all’altezza dei suoi sogni.
CHI E’ SENZA PECCATO?
Dal Vangelo di Giovanni (8, 1-11).
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
A volte, magari senza volerlo, preferiamo inseguire la felicità molesta; da sempre, una delle modalità più intriganti per ricercare la soddisfazione dello spirito è festeggiare lo scandalo altrui. In fondo, per realizzare questo progetto non ci vuole molto, basta individuare una vittima e fare in modo che la notizia della inconfutabile colpa di cui la persona si è resa protagonista si diffonda con toni indelicati, viziosi, perniciosi, il resto viene da sé.
Nel testo evangelico, la persona prescelta è una donna condannata perché adultera ed il caso viene proposto a Gesù dai soliti scribi e farisei a mo’ di sfottò: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” A nulla valse il silenzio di Gesù chinato a scrivere sulla sabbia; i dottori ed i frequentatori del tempio non desistevano, l’occasione era troppo ghiotta per attaccare Gesù anche perché la condannata era una donna!
Gesù, non cacciò via i suoi persecutori, lasciando a ciascuno la voglia di esprimere la propria malvagità; ognuno di noi ha ricevuto in dono la libertà di scegliere cosa fare e potrà usarla sempre come meglio crede. Solo chi è puro potrà giudicare: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Gesù perfeziona la legge attribuendole una dimensione eterna: solo chi non ha colpe potrà giudicare senza essere colpevole davanti a Dio. Tanto bastò per sconfiggere la durezza di quegli uomini che abbandonarono ad una ad una le loro pietre.
“Neanche io ti condanno, va e non peccare più”. Quella donna non poteva sapere che il suo debito con la giustizia, da lì a poco, lo avrebbe pagato Gesù con la Sua vita in modo che nessuno potrà avere nulla da ridire. Gesù sarà mai amico di chi usa i fratelli per soddisfare le proprie voglie. Ammettere di essere
nel peccato è il primo passo che ci avvicina a Dio è l’inizio delle tante possibilità di redenzione che Gesù ci offre, coglierle o restare indifferenti dipende solo da noi.
QUALE DIO CI PIACE?
Dal Vangelo di Luca (22,14-23,56).
In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”».
Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».
Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
«Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».
Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Tutto stava per compiersi! Gerusalemme era in fermento per accogliere il Nazareno, il bambino figlio del falegname ora diventato uomo che per tre anni aveva predicato al mondo la buona novella. Tutti coloro che lo hanno incontrato in questi duemila e più anni di storia, sono restati fissati nel Suo sguardo e dalla Sua dolcezza, dopo nulla sarà come prima, Lui è l’unico che può cambiarci la vita.
Saranno forse stati quegli sguardi, quelle Parole a farlo condannare a morte? Ognuno di noi ha fatto o farà i conti con la Sua diversità, c’è da decidere se andargli
incontro o restare comodamente sul divano. Probabilmente il nostro vero problema è convincerci se realmente vogliamo entrare in sintonia con un Dio
povero, bisognoso che ci offre una vita a dir poco disagiata secondo i nostri standard.
Il nostro Re non è proprietario di nulla, non possiede niente ed allora chiede! “Andate nel villaggio di fronte; entrando troverete un puledro legato, sul quale
nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui”. Che scena bizzarra! Un Re che entra in Gerusalemme in groppa ad un puledro, animale mansueto, per tanti stupido e testardo ma andò così. Chiese ai pescatori la barca per salirci su per predicare, domandò cinque pani e due pesci per moltiplicarli, ebbe bisogno dell’acqua per trasformarla in vino. Tra poco chiederà una stanza per offrirsi in sacrificio ed una spalla per essere aiutato a portare la croce, un lenzuolo per sciugare il sangue provocato della corona di spine indossata.
Un Dio fatto uomo che chiede agli uomini! Un Dio che non teme di mostrarsi bisognoso, né ha paura di tendere la mano alla folla che lo accompagnerà sulla
strada della croce. Dio chiede l’essenziale, non ha bisogno né di sfarzi, né di eserciti. “E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete? direte: “Il Signore ne ha
bisogno”. Quell’asino è Suo, noi uomini lo abbiamo ricevuto in prestito da Lui ed ora lo chiede a noi per insegnarci la gratuità: “Gratuitamente avete ricevuto,
gratuitamente date” (Mc 10,8). Dio che ha bisogno degli uomini perché li ama è una dimensione che mancava a Pilato e probabilmente anche noi abbiamo
qualche difficoltà a convincercene. Gli eventi contemporanei ci mostrano che i potenti della terra calpestano gli avversari, i ricchi diventati ultimamente sempre più ricchi comprano tutto, i più forti impongono la loro volontà ai deboli. Cristo bisognoso oggi ci chiede da che parte stare: con Lui, con Pilato, con gli anziani, o con la folla? Spesso crediamo che Dio si allontana da noi quando le nostre cose non girano nel verso giusto, il Dio che ci piace è quello che vorremmo a nostra immagine. Il Dio che ci ama e che spesso abbiamo timore di seguire ci ha insegnato che debolezze, bisogni, fragilità, umiltà, povertà devono diventare le caratteristiche del nostro stile di vita ma, a queste condizioni, dirgli di “si” fa paura a tutti. Questo è il Dio che si è rivelato, liberi di restare indifferenti, di ucciderlo, di credere che sia salito sul Calvario solo per finta. Ma l’amore che Dio prova per noi non è mai stato e non sarà mai uno scherzo.
ORA E’ L’ALBA DI UN NUOVO GIORNO
Dal Vangelo di Giovanni (20,1-9).
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non
sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro
e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là
con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù, il Maestro è morto in croce ed è stato posto in un sepolcro nuovo: fine della storia, tutti a casa, anzi a nascondersi ma non per tutti fu così.
Il primo ad avere dei dubbi su ciò che accadde fu Ponzio Pilato, noto alla storia per essersi lavato le mani con l’acqua per poi sporcarsele poco dopo con sangue d’uomo. “Come mai, due navigati come loro, Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, andarono a chiedere il corpo di Gesù? Entrambi avevano vissuto di nascosto il loro rapporto con il Crocifisso ma proprio ora, nel momento forse meno opportuno, scelsero di uscire dal buio. Il coraggio di Giuseppe e Nicodemo contribuì a rendere ancora più agitate le notti di Pilato che poco prima aveva provato ad usare il legno della croce per mettere a tacere lo scomodo predicatore.
Quell’uomo, torturato dagli uomini, era diventato per Nicodemo e Giuseppe, l’amico che, mentre tutti si dileguavano, non poteva restare da solo con Sua
Madre e con Giovanni. Forse, anche per Maria, vederli così innamorati del figlio morto in croce fu una sorpresa, un istante di sollievo. In quella notte di
dolore Nicodemo e Giuseppe aiutarono Maria a sperare e credere nell’attesa che le parole del Figlio si sarebbero realizzate.
Ed ecco l’alba del primo giorno della settimana.
Giovanni ci racconta di un altro personaggio che viveva per necessità nell’ombra. Per Maria di Magdala, l’alba era il momento della fuga dei mariti verso le mogli, il calore di letti scompigliati e dei vestiti gettati lì, in disordine ma lei sapeva di essere ben altro di quel mestiere che la gente le aveva appiccicato addosso.
“Una peccatrice di quella città, venne con un vaso di olio profumato; fermandosi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di Lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato” (Lc 7, 37-38). Gesù mai dimenticò quel gesto, prima di lasciarci, lo rifece con il catino ed il grembiule alla faccia di tutti quelli che ancora oggi ricordano questa donna come una prostituta. E’ inutile illudersi: nessuno di noi potrà mai conoscere nel battito dei cuori degli altri cosa accade.
Un uomo, solo Gesù l’aveva guardata come nessun altro e quello sguardo era rimasto fisso nei suoi occhi. Quella donna perseverò nel suo amore, non si fermò neppure difronte all’evidenza di una vita che sembrava finita, di una storia apparentemente senza speranza. Quella donnaccia dovette pensare:
“Chi perseverà, sino alla fine, verrà salvato” (Mc 10,22), molti altri trassero e continuano a trarre conclusioni diverse!
Fu lei a dare al mondo l’annunzio della Resurrezione di Cristo! Con la sua voce ridestò i cuori degli amici di un tempo in quell’ora delusi ed impauriti.
In quel momento di solitudine, chi aveva realmente incontrato Gesù fece un passo avanti e non ebbe paura di mostrare al mondo il suo amore perché
innamorato di Lui.
Solo un innamorato è capace di sostare con il cuore innanzi all’amato e saper attendere con la lampada della fede accesa l’alba di un nuovo giorno.
RESTARE DA SOLI? E’ UNA SCELTA!
Dal Vangelo di Giovanni (20,19-31).
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Fidati di me, fidatevi di me! Passare dal dubbio alla fiducia, dal timore allo slancio, dalla solitudine allo stare insieme, dal fallimento alla ripresa, dalla rassegnazione al sogno è vivere ogni giorno la Pasqua!
Gesù, ancora una volta ci chiede di abbandonare l’idea che in fondo tutto tornerà come prima, che cambiare il nostro stile di vita è la strada giusta ma è troppo faticoso, che rischiare sarà anche meraviglioso ma è meglio lasciarlo fare agli altri.
Per gli apostoli non ci volle molto a trasformare l’incredulità nella speranza che il Maestro non li aveva delusi, traditi, a loro bastò ascoltare: “Pace a voi”. Lo riconobbero subito perché il grande amore, l’unico che ti fa battere realmente il cuore, era lì, tornato in mezzo a loro. Gesù non permise a nessuno di riempire i loro cuori di altre presenze ed essi “gioirono di vedere di Signore”.
Quando siamo innamorati sul serio, non abbiamo bisogno di molte parole per riconoscere la persona amata, basta un gesto, uno sguardo. Chi ama non riesce ad abituarsi all’assenza ma riconosce immediatamente quell’amore ritornato.
“Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Smettiamola di specchiarci nelle nostre cicatrici, di trattare il passato come una zavorra che ci impedirà di metterci in cammino: da questo momento si parte, insieme, guidati dalla Sua Parola e dallo Spirito Santo!
“Abbiamo visto il Signore. Se non vedo nelle Sue mani i segni dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel Suo fianco, non credo!”. Somigliamo a Tommaso tutte le volte che preferiamo scegliere di non fidarci restando comodamente seduti sui nostri divani, quando pensiamo che sporcarsi le mani non è compito nostro perché possediamo altri talenti, o tutte le volte che vogliamo impegnarci nelle imprese che ci riescono meglio.
Nessuno di noi potrà salvarsi da solo, ci toccherà capire quale sarà la strada da percorrere, con chi e soprattutto cosa fare. Se non impareremo a fidarci, neppure Gesù potrà impedirci di scegliere di vivere in solitudine lontano da Lui.
AVER PAURA? SIAMO PERSONE!
Dal (Vangelo di Giovanni 21,1-19).
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove
volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Il primo incontro non si scorda mai? Tra innamorati è così e forse Gesù scelse la riva del lago proprio per questo motivo. Per gli Apostoli era un momento complicato dopo tutto quello che era capitato: paura, sgomento, incertezza del futuro erano i sentimenti prevalenti. Pietro decise che fosse cosa buona, per smaltire le delusioni, ritornare al lavoro: “Io vado a pescare” e gli altri lo seguirono. Nessuno di loro immaginava che stavano per vivere l’ennesimo fallimento perché non riuscirono a pescare nulla. Gesù era lì tra quel mucchio di reti vuote ed uomini delusi, Lui non abbandona mai nessuno e propose una via d’uscita, una speranza: “Gettate la rete dalla parte destra e troverete”. Il Risorto, ancora una volta, ci indica la strada; non bisogna profittare dei disagi dei fratelli per adescarli ai propri fini. Non si possono abbandonare le persone in difficoltà in balia del proprio destino. Dare a tutti una nuova possibilità è il nostro compito, aiutare gli altri a rialzarsi, riconsegnare la libertà al prossimo per permettere di scegliere cosa fare della propria vita senza condizionamenti né costrizioni.
A nessuno venne in mente di chiedere chi fosse quell’uomo che propose a quei pescatori delusi di organizzare una nuova pesca: tutti sapevano che era Gesù a parlare. Quegli uomini erano a pezzi ma si fidarono ed il pescato fu abbondante.
Dopo aver mangiato, Gesù si rivolse a Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro? Quella domanda era l’ennesima prova dell’immenso amore che Gesù provava verso Simone e che nessun tradimento avrebbe potuto scalfire. Pietro, come a volte capita a noi, ebbe paura e non fu capace di seguire Gesù sul Golgota, anche lui fu uomo. Ed ora, innanzi a quell’amore immenso, inarrivabile, si mostrò ferito, timoroso ma gli disse: “Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene”. Ed è vero: a Lui non possiamo mentire! “Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le
tua mani e, un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Caro Pietro, se questa volta ti lascerai amare completamente da me, riuscirai a fare cose incredibili, è ciò che Gesù volle dire a Simone ed oggi a ciascuno di noi.
SUPERARE SEMPRE
Dal (Vangelo di Giovanni 10,27-30).
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Ci sono dei periodi della nostra vita in cui l’appartenenza a Cristo, come le pecore al pastore, ci appare complicato. La sensazione che il male possa prevalere, che le tentazioni condizioneranno sempre i nostri comportamenti e che ci possano condurre lontani da Lui è spesso presente nei nostri pensieri.
Le nostre imperfezioni potrebbero renderci infelici ma non potranno mai permettere al cuore di non vivere quel senso di appartenenza al pastore, cioè incamminarci dietro Gesù Cristo ascoltando tutto ciò che Egli ci propone: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”.
Ascoltare, seguire, attendere, fidarsi sono tutti tempi del verbo appartenere. Cadere, fallire, allontanarsi è quando la pecora si sentirà sola, smarrita, le mancherà quel senso di orientamento e non saprà dove andare ma soprattutto le mancherà il pastore ma: “Il male alla fine non vincerà!” (Papa Leone XIV).
Vivere appartenendosi sta diventando sempre più difficile soprattutto perché per appartenersi bisogna essere almeno in due e questa dimensione dello stare insieme va nella direzione opposta al credo dell’io che prevale sull’altro, alla stratificazione sociale, allo scarto.
Appartenere è un’attività che gestisce esclusivamente il cuore di ciascuno di noi, è comprendersi senza parlare, è donarsi senza chiedere nulla, è la certezza di possedere un’ancora, è superare sempre senza contare quante volte lo hai fatto.
L’AMORE VERO E’ UN TAGLIO SUL VIVO
(dal Vangelo di Giovanni 13,31-35).
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui,
anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Amare dovrebbe essere il verbo più bello e coniugato al mondo, l’unico che può renderci realmente felici. Eppure, da sempre, spesso continuiamo a confondere
l’amore con il desiderio di possedere. Credo che non ci sia nulla di male ad avere una dichiarazione dei redditi composta da più zeri, il problema è quando i tanti zeri diventano la ragione principale della nostra vita che riesce a trasformare anche i nostri sentimenti.
Peggio ancora è quando le persone pensano che sia normale impossessarsi di altre persone come se l’amore diventasse la modalità per giustificare l’auspicio, il
desiderio di avere a disposizione qualcuno faccia quello che a noi piace. Gesù ci ha insegnato che si può dare senza amare ma amare senza dare gratuitamente non è possibile; aspettarsi qualcosa in cambio diventa una operazione molto simile al baratto. Veniamo da un periodo liturgico dove abbiamo potuto osservare e vivere numerosi gesti d’amore: piedi da lavare, lacrime da asciugare, persone cadute da aiutare a rialzarsi, ferite che diventano segni appartenenza. Eppure, a volte a me capita di chiedere a Gesù di darmi un segno, di farmi un esempio d’amore vero; evidentemente non mi accorgo che il mio vero problema è che non ho ancora imparato a riconoscere la presenza di Cristo nella mia vita.
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amate gli uni gli altri. Come o ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Se non diventiamo testimoni del suo
amore nessuno potrà mai riconoscerci. Come è scritto in una antica e bella canzone: “tante volte crediamo di dare e diamo il di più, invece l’amore vero è un taglio sul vivo, è dare la vita”.
STAMPA UN SORRISO
(dal Vangelo di Giovanni 14, 23-29).
In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro
cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate» .
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Chi di noi guardando due persone che stanno insieme non ha mai pensato o detto: “si vede proprio che quei due si amano”. Credo che la gioia vera non si possa camuffare: per poter amare e perdonare dobbiamo essere consapevoli di essere amati e guariti. La gioia non potrà mai essere soltanto gestualità, magari anche piacevole a vedersi.
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola”. Chi s’innamora sa bene che l’amore non è un fermo immagine ma un fiore da innaffiare continuamente. Chi s’innamora non pensa che ogni giorno deve impegnarsi a fare necessariamente qualcosa per mantenere vivo un sentimento ma lo vive con gioia perché diventa
un’esigenza! Osservare la Parola di Dio non dovrà diventare mai un obbligo, una tradizione, una terapia, un rito che ci possa condurre alla conquista della vita eterna ma una scelta d’amore di cui non possiamo fare a meno in ogni istate della nostra vita. Non sapremo mai distinguere tra amore ricevuto e amore donato, sono due momenti che fanno parte dell’unico progetto che il Signore Dio pensato ha per noi ed ognuno ha il compito di comprenderne l’essenza.
Gesù sa bene che da soli non sempre riusciamo a percorrere la strada giusta e, in alcuni momenti, potremo aver bisogno di essere aiutati; ed ecco: “lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Insomma, lo Spirito Santo sarà il nostro suggeritore quando non sapremo cosa dire o fare e quando avremo consapevolezza di esserci allontanati dalla luce, ascoltandolo usciremo dalle tenebre.
Riceveremo in dono, come sempre, la libertà di scegliere se vivere intensamente questa proposta d’amore oppure stampare sorrisi sui nostri volti in modo da “accontentare” tutti.
DA VICINO A NOI A DENTRO DI NOI
(dal Vangelo di Luca 24,46-53).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Le partenze spesso ci agitano perché, forse più di ogni altro evento, contengono una dose notevole di incertezze che provocano ansie, preoccupazioni: in ogni partenza sono presenti tracce di dolori. L’amore vero non sa costringere, lascia partire. “Resta con me, non andare via” è la triste ed inquietante recita dell’amore possessivo, malvagio. L’amore che pensa solo a se stesso: che amore è? Le partenze sono le modalità più straordinarie per vivere la libertà. Partire non vuol dire
necessariamente trasferirsi da un posto all’altro ma anche liberarsi da una dipendenza, da un qualcosa che ti opprime e che non permette di diventare protagonista della propria vita.
Tutte le partenze provocano dolore? Probabilmente si, partire spesso vuol dire rinunciare ad una parte di sé che, a torto o a ragione, abbiamo ritenuto importante o abbandonare una dimensione che ci è appartenuta e che ci ha appagava; non è mai semplice decidere di interrompere una relazione o
trasferirsi da dove si è vissuto.
Per proteggere gli apostoli dalle incertezze ed i dubbi della vita che da lì a poco avrebbero vissuta: “li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani li benedisse”. Le mani di Cristo hanno delle cicatrici ben visibili; osservando quelle ferite impareremo a riconoscere l’amore vero ed a distinguerlo dalle illusioni che ci propone il demonio; un amore senza cicatrici è una provocazione attraente la ma è sola cosa che Satana può offrirci.
Con l’ascensione di Betania termina la storia iniziata con il presepe a Betlemme. Gesù lascerà nel cuore degli apostoli un vuoto incolmabile. Nelle esperienze del distacco il tempo non sarà mai amico, il trascorrere dei giorni potrà solo farci rendere ancora più conto di quanto fosse forte l’amore che provavamo per la persona amata! La partenza di Gesù cambiò completamente la vita degli apostoli ed oggi anche la nostra: siamo stati destinati a credere senza aver visto, per questa ragione ogni giorno dobbiamo conquistarci la nostra parte di beatitudine.
Come tutti quelli che fanno dell’amore l’unica ragione di vita Gesù, prima di andare via organizzò la vita di chi coloro che sarebbero restati istituendo la Chiesa e concedendo a Pietro la sua titolarità. La Sua partenza lasciò spazio allo Spirito Santo che da quel momento ha ispirato le vite di chi ha voluto ascoltarlo.
Da vicino a noi a dentro di noi: Gesù non ci abbandonerà mai.
APRIRE LE VELE AL VENTO DELLO SPIRITO
(dal Vangelo di Giovanni, 14,15-16.23-26).
.In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Restare da soli è doloroso. Immagino che una delle cose peggiori che possa capitare a ciascuno di noi è non avere nessuno che la sera attenda il nostro ritorno a casa. Gesù questo lo sapeva bene, anche perché l’esperienza dell’abbandono da parte di chi gli aveva giurato amore eterno, l’aveva vissuta da poco. Forse, anche per questa ragione si diede da fare per organizzare la Sua Chiesa ed il futuro dei suoi amici ancora impauriti dagli ultimi eventi vissuti. Il compito che Gesù affidò agli “undici” fu quello di “andare a due a due” e parlare al mondo del Dio Risorto che sarebbe vissuto dentro di noi ma non più presente tra di noi: “beati quelli che crederanno senza aver visto”. La Chiesa nascente non avrebbe potuto più contare sulla presenza terrena di Gesù Cristo ed avrebbe dovuto diffondersi grazie all’annuncio della Parola inizialmente affidata ad un manipolo di uomini; un cambiamento epocale. Realizzare questa missione presentava dei rischi ancora maggiori rispetto a quelli che furono vissuti durante gli anni della predicazione. Da quel momento, uomini e donne di buona volontà si sarebbero chiesti sempre più spesso se la Chiesa contemporanea fosse quella che realmente Cristo voleva, sarebbero state numerose le interpretazioni della Parola di Dio, le incomprensioni tra religiosi, le dispute teologiche. Questo è stato, e lo è tuttora, lo scenario irrequieto che ha caratterizzato la storia della Chiesa oramai più che bimillenaria ma durante tutto questo tempo, il Padre ed il Figlio hanno continuato e non smetteranno mai di far soffiare sul mondo il vento dello Spirito: “Lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.
Il vento di Dio non sceglie su chi stare, non è discriminante, Egli soffia per tutti ma da solo non basta. Noi, come gli “undici” dobbiamo decidere se issare o no le nostre vele per farle gonfiare, se accogliere la spinta del soffio invisibile per renderlo visibile nelle nostre vite ed in quelle degli altri. Aprendo le vele ed il nostro cuore significherà mettere in conto di intraprendere percorsi in direzioni inesplorate, improbabili ed impensabili fino a quel momento, poter finire impalati, carcerati, o arrostiti su qualche graticola per amor Suo. Lo Spirito Santo è il vento che non deciderà mai su chi soffiare e ci donerà, se vorremo, la meravigliosa
occasione di poter abbandonare le nostre solitudini.
LA FESTA DI DIO
(dal Vangelo di Giovanni 16,12-15).
.
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Oggi è la festa di Dio che si è rivelato in persona attraverso Suo figlio Gesù Cristo. Ascoltando il Figlio, noi uomini e donne di ogni tempo, abbiamo conosciuto il Padre e lo Spirito Santo e siamo diventati partecipi di quella vita divina che dovrebbe diventare la nostra vita. Gesù Cristo è l’invisibile diventato
visibile è Dio che parla al mondo e ci invita a frequentare la Sua casa, dobbiamo solo decidere se entrarvi o no.
Il Mistero della Santissima Trinità è centrale per la nostra fede cristiana, è il gesto del Figlio che apre la porta della casa di Dio Padre ed invita tutti ad entrare, senza distinzioni o discriminazioni: questa è la bella notizia!
“Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncierà”. Ciò che possiede il Padre, Il Figlio lo donerà a noi, senza misura, senza indugi, senza distingui e soprattutto ci insegnerà che non possiamo più vivere da soli. Nessuno potrà bastare a se se stesso, ognuno di noi avrà bisogno dell’altro per camminare lungo le Sue vie..
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
“Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.” Gesù è sempre premuroso ed attento con noi e non vuole addossarci la responsabilità di affrontare tutto e subito. Ogni cosa la conosceremo
al momento giusto, nel corso del cammino che percorreremo dietro di Lui ed insieme ai fratelli, frequentando le loro case, le loro famiglie, dove ciascuno resterà se stesso e nessuno si annullerà per fare piacere all’altro/a.
Credo che di questi tempi, a rendere complicata l’esperienza dell’amore cristiano spesso è l’idea di dovercela fare da soli ad ogni costo. A volte pensiamo che sia un segno di debolezza ricevere l’aiuto di qualcuno che ci tende la mano. Da soli non potremo mai salvarci ma soprattutto non potremo aiutare nessun altro a salvarsi.
VOI STESSI DATE LORO DA MANGIARE
(dal Vangelo di Luca 9,11-17).
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
In ogni relazione tra persone si vive un intreccio di bisogni, i nostri e quelli degli altri si riconcorrono, si susseguono, questo aspetto rappresenta la vita di un rapporto. A volte, la tentazione di attribuire una gradualità d’importanza alle necessità che condividiamo ci può portare fuori strada. Ritenere che “noi
veniamo prima degli altri” può condurre una relazione ad esaurirsi.
Anche l’esperienza che i dodici tra di loro e con Gesù hanno vissuto negli anni della predicazione non poteva sottrarsi a questa dimensione ed in questo brano evangelico la presenza della proposta fatta dagli Apostoli di “congedare la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni” appare un atteggiamento in cui essi ritengono che tutto quello che era stato fatto potesse bastare; ora la gente aveva fame ma dovevano pensarci loro anche perché erano in tanti mentre Gesù e i dodici possedevano solamente cinque pani e due pesci.
Il Signore Gesù, ancora una volta ci fa capire che i bisogni dei fratelli non possiamo solo osservarli o raccontarli ma vanno accolti e risolti con quello che possediamo, poco o tanto che sia. Inoltre, il nostro cammino non potrà mai essere percorso in solitudine ma insieme agli altri: “voi stessi date loro da
mangiare”.
Credo che una delle cose peggiori che possiamo fare è credere di non avere nulla da donare e che il nostro contributo non potrà mai essere tale da incidere sugli eventi. Queste convinzioni ci potranno indurre a decidere che il posto migliore dove trascorrere il nostro tempo è seduti sul divano di casa, davanti al televisore o al PC nell’attesa che lo smartphone ci avvisi che qualcuno si è ricordato di noi. Il rapporto con gli atri dipende dalla relazione che abbiamo con Dio; è Lui il moltiplicatore del nostro poco come lo è stato per i pani e per i pesci. Ognuno di noi ha la possibilità ed il privilegio di diventare “Suo tabernacolo” e di mostrare al mondo questa appartenenza. Se la presenza di Dio è totale nella nostra vita allora per noi non rappresenterà mai un problema “quanto” donare rispetto a quello che possediamo.
Il Signore non misura la grandezza delle nostre opere ma gioisce se il nostro cuore accoglie i desideri dei fratelli facendoli diventare nostri.
CHE NE DITE, ENTRIAMO IN CHIESA ?
(dal Vangelo di Matteo 16,13-19).
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
In ogni relazione tra persone si vive un intreccio di bisogni, i nostri e quelli degli altri si riconcorrono, si susseguono, questo aspetto rappresenta la vita di un rapporto. A volte, la tentazione di attribuire una gradualità d’importanza alle necessità che condividiamo ci può portare fuori strada. Ritenere che “noi
veniamo prima degli altri” può condurre una relazione ad esaurirsi.
Anche l’esperienza che i dodici tra di loro e con Gesù hanno vissuto negli anni della predicazione non poteva sottrarsi a questa dimensione ed in questo brano evangelico la presenza della proposta fatta dagli Apostoli di “congedare la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni” appare un atteggiamento in cui essi ritengono che tutto quello che era stato fatto potesse bastare; ora la gente aveva fame ma dovevano pensarci loro anche perché erano in tanti mentre Gesù e i dodici possedevano solamente cinque pani e due pesci.
Il Signore Gesù, ancora una volta ci fa capire che i bisogni dei fratelli non possiamo solo osservarli o raccontarli ma vanno accolti e risolti con quello che possediamo, poco o tanto che sia. Inoltre, il nostro cammino non potrà mai essere percorso in solitudine ma insieme agli altri: “voi stessi date loro da
mangiare”.
Credo che una delle cose peggiori che possiamo fare è credere di non avere nulla da donare e che il nostro contributo non potrà mai essere tale da incidere sugli eventi. Queste convinzioni ci potranno indurre a decidere che il posto migliore dove trascorrere il nostro tempo è seduti sul divano di casa, davanti al televisore o al PC nell’attesa che lo smartphone ci avvisi che qualcuno si è ricordato di noi. Il rapporto con gli atri dipende dalla relazione che abbiamo con Dio; è Lui il moltiplicatore del nostro poco come lo è stato per i pani e per i pesci. Ognuno di noi ha la possibilità ed il privilegio di diventare “Suo tabernacolo” e di mostrare al mondo questa appartenenza. Se la presenza di Dio è totale nella nostra vita allora per noi non rappresenterà mai un problema “quanto” donare rispetto a quello che possediamo.
Il Signore non misura la grandezza delle nostre opere ma gioisce se il nostro cuore accoglie i desideri dei fratelli facendoli diventare nostri.
Ma tu, chi dici che io sia? Questa domanda risuona nelle nostre menti e nei nostri cuori continuamente. La risposta che diamo a Gesù Cristo è sempre la stessa ed è molto simile a quella che diede a suo tempo Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Che dubbio c’è!
Se fosse vero che Gesù Cristo è tutto per noi, come pensiamo che sia, la nostra vita sarebbe quella che abbiamo vissuto ieri, che stiamo vivendo oggi e che auspichiamo di vivere domani?
Nessuno di noi può prescindere da questa constatazione, nessuno di noi può far finta che tra le nostre convinzioni e ciò che testimoniamo ci sono delle differenze che proviamo a giustificare con gli alibi che abbiamo imparato a trovare. Nel vivere queste situazioni, dove abbiamo consapevolezza che la coerenza a volte viene a mancare, ci aiuteranno a fare chiarezza due personaggi fondamentali nella storia della Chiesa di Cristo: Pietro il pescatore e Paolo di Tarso. A loro due Gesù ha affidato il compito di accogliere chiunque volesse decidere di entrare a far parte della Sua Chiesa non per fregiarsi del titolo di “cristiani”, nè per accumulare meriti per la conquista della vita eterna ma per vivere ogni giorno la dimensione di quell’amore gratuito predicato e vissuto dal Figlio di Dio qui in terra. Pietro e Paolo sono stati posti l’uno a destra, l’altro a sinistra della Basilica di San Pietro. Nella mano sinistra di Pietro ci sono due grosse chiavi, nella sinistra un cartiglio con una scritta: “A te darò le chiavi del Regno dei Cieli”. Vero è che Pietro non ritenne di esser degno neppure di essere crocifisso come Cristo chiedendo di venire inchiodato sulla croce a testa in giù ma egli fu anche colui che “non riconobbe l’amico, si girò dall’altra parte” mentre Gesù stava vivendo il
Suo momento più triste e complicato. Anche Paolo ha le mani occupate, nell’una la spada in ricordo della sua indole di guerrafondaio, nell’altra una scritta: “In Dio, mia forza, tutto posso”. Conosciamo tutti la storia di Paolo, inizialmente persecutore dei cristiani, dopo la sua conversione fu un esempio di dedizione all’amore senza limiti.
Nella loro nuova vita, il pescatore ed il guerriero mostrano al mondo che peccare può far parte delle vite di ciascuno di noi ma se, in qualunque momento dovessimo decidere di entrare nella porta della casa di Dio, troveremo Gesù che ci aspetta. Forse questo sarà il nostro merito: quello di scegliere se vivere per sempre in quella casa o uscirne ogni volta che le cose non girano come piace a noi.
SEMPLICITA’
(dal Vangelo di Luca 10,1-12.17-20).
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi.
Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Il nostro Gesù, invia la Sua gente nel mondo per diffondere la “buna novella” chiedendo, ancora una volta ostinatamente che il cammino avvenga insieme agli altri, a due a due almeno, per ribadire che da soli non si va da nessuna parte. Anche questa volta la proposta che ci viene rivolta non è di tendenza e non è semplice né da ascoltare, né da testimoniare: “non portate borsa, né sacca, né sandali”, insomma, essere felici con poco, magari provandoci prima di dichiararci
sconfitti.
Bisogna dire che questo brano evangelico Gesù alza molto l’asticella delle qualità che i Suoi discepoli, da sempre pochi, dovranno possedere per diventare costruttori del Regno: “vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, in effetti non è una prospettiva rassicurante se le nostre uniche armi saranno una borsa, dei sandali, una sacca. Saremo disponibili a vivere con la prospettiva del poco che deve bastare e la preoccupazione dell’incombenza dei pericoli per diventare creatori di bellezze in terra? Troveremo la forza per rialzarci dopo tutte le cadute provocate dalle spinte che riceveremo o dalle nostre debolezze?
“I settantadue tornarono piedi di gioia” e questa è certamente una buona notizia. Se dovessimo decidere di incamminarci come Gesù ci dice di fare, non avremo garanzie di successo, come non ne ebbero i nostri predecessori. La Grazia, quella sì, non ci mancherà e ci aiuterà a presentarci agli altri in modo semplice,
trasparente, senza lussi o maschere in modo da renderci chiari, trasparenti e leggibili come tutte le cose belle ed attraenti. In fondo, l’unica cosa che nessuno potrà mai né copiarci, né rubarci è la semplicità con cui ci rapporteremo agli altri.
HAI TEMPO?
(dal Vangelo di Luca 10,25-37).
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”.
Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“E chi è il mio prossimo?” E’ una domanda che spesso ci facciamo ed alla quale non sempre riusciamo a dare risposta adeguata. Non è mai semplice discernere chi dovranno essere i destinatari del nostro amore, delle nostre cure ed attenzioni come Gesù ci ha insegnato. Per dare senso a quello che dovremmo e vorremmo fare, avremmo bisogno di tempo per riflettere e noi non ne abbiamo o non riusciamo a trovarlo, l’agenda che scandisce i nostri giorni è sempre piena di appuntamenti!
Il sacerdote, sempre impegnato a profetizzare la correttezza e la legge e quello che gli atri devono fare per ottenere la vita eterna ed il levita, che dedica la sua esistenza a curare e conservare la bellezza del tempio, entrambi sono protagonisti di una vita frenetica sempre piena prescrizioni da osservare:
avrebbero potuto accorgersi di quel povero Cristo?
In fondo, questo è il destino di chi preferisce trascorrere il proprio tempo a riempire la botte di vino di pessima qualità pur di evitare di scoprire cosa c’è in fondo. Gli eventi però hanno una durata breve e soprattutto stancano chi li organizza. Sia il sacerdote che il levita, testimoni per il mondo di correttezza e di perbenismo non potevano accorgersi che sulla loro strada era comparso Gesù: l’imprevisto. Infatti, entrambi passarono oltre.
Per la verità anche il samaritano “brutto, sporco e cattivo” probabilmente aveva le sue faccende da svolgere, credo sia un errore pensare che fosse un nullafacente chi seppe curare le ferite di uno sconosciuto, lo montò sul suo cavallo, lo condusse in una locanda e, affidandolo all’oste, chiese di curarlo a sue spese! Forse il samaritano attendeva da tempo l’incontro con Dio e quell’uomo, calpestato da altri uomini, era Dio. Ogni giorno, il sacerdote, dopo l’omelia, riceve sempre la sua dose di applausi, così come tutti si congratulano con il levita per la bellezza del tempio e del tabernacolo ma quel giorno, nessuno tranne l’oste, seppe che l’unico ad essersi accorto del suo prossimo fu il samaritano.
“Per vedere il debole, tu hai bisogno di una forza inaudita” – Christian Bobin.
L’ESSENZIALE
(dal Vangelo di Luca 10,38-42).
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale,
seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose:
«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Quando leggo questo brano mi pongo sempre la stessa domanda: perché rimproverare Marta? Sempre attenta, pronta, efficace. Marta aveva scelto di
anteporre il dovere al piacere e lo dimostrò anche al cospetto di Gesù, infatti “era distolta dai molti servizi”.
Quanto somigliamo a Marta quando scegliamo la strada del fare compulsivo, quando preferiamo riempirci la vita di eventi in modo da non riuscire a regalarci
neppure un istante di silenzio per riflettere, riposarci, ascoltare.
Marta non solo continua a fare quello che stava facendo ma tira in ballo Gesù: “Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?”.
Marta evidentemente non comprende perché Maria si era fermata ad ascoltare Gesù.
“Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta”. Gesù vorrebbe che Marta, come Maria imparasse a comprendere la differenza tra l’urgente e l’essenziale, tra ciò che resta e ciò che va via.
Fermarsi, riposare, ascoltare, restare con Gesù è l’essenziale.
PADRE NOSTRO, PADRE MIO.
(dal Vangelo di Luca 11,1-13).
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Gesù si trovava in un luogo a pregare”. I discepoli dovettero pensare che l’occasione era propizia per proporgli quella domanda che da tempo ognuno di loro avrebbe voluto fare al Maestro: “Signore, insegnaci a pregare”.
Poter chiamare Dio “Padre nostro” esprime la nostra identità di figli e rappresenta per noi la certezza che quando decideremo di ritornare a casa, Lui sarà sempre lì, sulla porta ad attenderci per farci festa. Dipenderà solo da noi decidere se dedicare la nostra vita a costruire il Suo regno che, immaginato nei cieli, dovremo impegnarci a realizzarlo qui ed ora.
Promettere a Dio di accogliere la Sua volontà è la parte più impegnativa della preghiera; significa affidargli tutto di noi aderendo totalmente alla Sua progettualità che non conosceremo mai ma che sappiamo essere un percorso fatto solo d’amore.
“Chiedete e vi sarà dato” ma, se il pane quotidiano viene a mancare, se le persone ci ignorano e le poche volte che sbagliamo invece di perdonarci non ci guardano più in faccia, se non abbiamo più la forza di resistere alle tentazioni, di liberaci dalle dipendenze e non sappiamo più distinguere il bene dal male? La conclusione più semplice e convincente che maturiamo è che il Signore Dio si è scordato di noi, non ci ama più!
Ho imparato che per chiedere bisogna prima dare ma soprattutto che è sbagliato convincersi che i miei progetti debbano coincidere con quelli di Dio Padre e che il Suo amore per me si manifesta solo quando mi accontenta.
Il Padre mio non mi darà mai una serpe quando gli chiederò un pesce, io devo imparare a fare come Lui.
QUALE RICCHEZZA?
(dal Vangelo di Luca 12,13-21).
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me vverti stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai
preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
La ricchezza accumulata da quell’uomo era frutto del suo lavoro. Lui “si era fatto da sé”, come dargli torto per essere orgoglioso dei beni posseduti? Ora però, aveva un altro problema: non sapeva dove conservare i suoi raccolti tanto erano stati abbondanti. Insomma, il nostro uomo le aveva azzeccate tutte, era stato un eccellente imprenditore ed ora si preparava ad affrontare una nuova sfida: costruire nuovi e più capienti magazzini dove custodire il suo grano e gli altri beni che possedeva. Egli poteva e doveva essere soddisfatto di quanto aveva realizzato in molti anni per cui era arrivato il momento di riposarsi, di mangiare, bere e divertirsi. Nulla da eccepire è il racconto della storia di una persona di successo.
Il nostro eroe probabilmente, nel compiere la scalata finalizzata all’accumulo di beni & servizi si era ammalato, senza accorgersene, di una malattia non riportata nei sacri testi della medicina ma che esiste: “la sindrome di onnipotenza”, convincendosi che i suoi possedimenti lo potessero seguire nell’aldilà garantendogli le stesse agiatezze vissute in terra. Purtroppo, come spesso capita, un giorno ti svegli e avverti un fastidio da qualche parte nel tuo corpo, all’inizio provi a non farci caso pensando che prima o poi passerà ma non sarà così. Sia chiaro, il nostro uomo non credeva che morte non avrebbe mai bussato alla sua porta ma quella malattia inebriante a cui abbiamo accennato prima lo aveva convinto che per lui sarebbe fatta una eccezione. Quell’uomo aveva fatto tutto bene ma non aveva dato un significato alla sua ricchezza e quando Dio lo interrogò dicendogli: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”, non seppe rispondere. Le uniche ricchezze che ci appartengono sono le cose che abbiamo dentro di noi che nessuno potrà mai portarci via e tutto quello che abbiamo seminato ed altri provvederanno a raccogliere.
DISTRAZIONI
(dal Vangelo di Luca 12,32-48).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Se avessimo ancora quale dubbio su dove si possa conservare la vera ricchezza accumulata nella nostra esperienza di vita terrena, il passo evangelico di questa domenica ci fa scoprire che: “dov’è il nostro tesoro, là sarà anche il nostro cuore”.
Attenuata la difficoltà tutta umana di separarsi dopo la morte dai nostri beni, oggi Gesù ci aiuta ad affrontare e comprendere le difficoltà che abbiamo nel relazionarci con la grande incognita della nostra vita: la morte; intanto mi sembra utile pensare che non sarà un nostro problema decidere quando e come lasceremo questa terra.
“Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito”. Ecco: siate pronti!
Per prepararci a vivere l’incontro con la scomoda “sorella” abbiamo ricevuto in dono la libertà di scegliere come comportarci e quanto tempo dedicare alla creazione del Regno di Dio sulla terra, tutto questo non mi sembra poco. L’insegnamento che Gesù ci dona oggi è “siate pronti”, cioè, imparare a vivere tutte le cose che facciamo con una intensità unica. Abbracciare, accarezzare, baciare, curare come se non si potesse più fare, vorrà dire tirare fuori tutto quello che abbiamo dentro di noi, cioè “svuotandosi” ed andare a dormire esausti ma ricchi di quella felicità che ti dona la speranza di non aver lasciato nulla d’intentato.
“Ma se il servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”. Se noi dovessimo scegliere di seguire strade diverse da quelle che Gesù ci ha indicato, se decidessimo di fare domani ciò che è giusto fare oggi, le nostre distrazioni non sarebbero sufficienti ad ottenere misericordia; il nostro momento è già scritto.
Sentirsi amato è straordinario e Gesù non perde occasione per farmi vivere questa bellezza sono le mie distrazioni che mi trascinano lontano da Lui.
FUOCO DENTRO
(dal Vangelo di Luca 12,49-53).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!
Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» .
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Quante volte abbiamo ascoltato ed ascolteremo queste parole. Come è mai possibile che il Dio della pace, colui che più di ogni altro profeta vissuto in mezzo a noi testimoniando e morendo in croce per la pace, oggi ci dice che proprio Lui “E’ venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso”.
Gesù sta parlando di noi quando abbiamo vissuto e vivremo la solitudine delle nostre scelte, quando tra la folla fummo quelli che gridando avrebbero voluto liberare Gesù e non Barabba, oppure quando preferimmo essere insultati e perdere il nostro prestigio ma non avremmo mai condannato un innocente come fece Pilato, o magari quando rischiammo di mettere in gioco la nostra serenità e quella della nostra famiglia costruita con tanti sacrifici esponendoci e schierandoci dalla parte del più debole, del picchiato, del trascurato, del povero, dello scarto.
Si scrive solitudine, si legge coerenza ed è tanto dura fare in modo che si stampi negli occhi del nostro viso affinché tutti possano osservarla e leggere che non sarà mai il racconto di una favola. Decidere di vivere con Cristo diventerà il nostro essere; chiaro, trasparente, inequivocabile, senza ombra di dubbio, indicherà la direzione, sarà l’unico sentiero che potremo percorrere scegliendo di restare accanto a Lui.
Dalle nostre parti, quando finalmente assumiamo consapevolezza di qualcosa che ci sfuggiva, diciamo che: “ci siamo svegliati dal sonno”. Ecco, facciamo in modo che quel sonno smetta di essere il torpore che ci impedisce di abbandonare le nostre scelte opportunistiche; che possa trasformarsi in forza e ci permetta di accendere quel fuoco che divide ma che fa capire a tutti inequivocabilmente da quale parte stiamo.
LA BELLEZZA DI ESSERE ULTIMI
(dal Vangelo di Luca 13,22-30).
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”.
Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Ed ecco, vi sono ultimi che saranno i primi, e vi sono primi che saranno ultimi”. Quanto ci piace Gesù quando dice queste cose. Questa giustizia che riscatta gli uomini scartati da altri uomini perché saranno salvati da Dio; ci convince.
“Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Sembra una domanda complicata ma credo che sia invece molto semplice e soprattutto rivolta all’uomo giusto, quel Gesù di Nazareth che aveva dedicato tutta la Sua vita terrena a proporci l’avventura della salvezza. Innanzitutto, la salvezza sarà possibile per tutti quelli che vorranno conquistarla, nessuno potrà costringere un’altra persona a doversi salvare. Inoltre, non ci sarà mai un decalogo da seguire né un esame da superare anche perché la salvezza di cui ci ha parlato Gesù non sarà un trofeo da conservare in bacheca.
“Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. In ogni caso, la porta resterà sempre aperta per ognuno di noi e ciascuno deciderà se entrarvi o no, liberamente, come sempre. Insomma, non basterà amare, bisognerà diventare sempre più simili a chi ci ama; questa sarà la grande sfida, questa è la grande novità!
Non bisognerà sindacare come si ama, ognuno di noi potrà amare come meglio crede con il suo cuore unico e diverso da ogni altro, nessuno potrà chiedere in prestito “modalità giuste per amare” che non siano le sue. Non ci si potrà vantare della numerosità delle cose fatte; partecipare alla Messa ogni domenica, contribuire alle finanze della comunità, ricordarsi di fare gli auguri agli altri parrocchiani (ed al parroco) nelle feste comandate, recitare un numero prestabilito di preghiere e/o di rosari. Se pensiamo di salvarci in questo modo “cristianamente corretto” allora dovremo aspettarci che quando sarà il nostro momento Gesù non ci riconoscerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me. Voi tutti operatori di ingiustizia”.
La salvezza da raggiungere con l’osservanza dei precetti non esiste più, per la verità Gesù non ne ha mai parlato. Probabilmente è stata una delle tante interpretazioni umane della Sua Parola, particolarmente incline alla salvaguardia della persona, al conseguimento di un risultato, a qualcosa da possedere già qui sulla terra.
Forse non è più il caso di vivere ambendo ad essere i “primi della classe” anche perché Gesù ci ha detto ancora una volta che quei primi potrebbero diventare gli ultimi.
VERA GIOIA
(dal Vangelo di Luca 14,1.7-14)
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché
chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti»
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La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Caro Gesù, domenica scorsa ci dicevi che gli ultimi diventeranno i primi, oggi ci dici che non dobbiamo ambire ai primi posti ma agli ultimi e che “chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”; non è così facile!
Credo che non sia semplice per nessuno di noi vivere queste dimensioni ma è che qui il Vangelo inizia e diventa vita!
Le nostre storie sono ricche di episodi dove assistiamo a gare con in palio i primi posti, quelli “riservati” per intenderci ed a volte probabilmente partecipiamo anche noi a questi concorsi magari anche solo invidiando in silenzio chi, senza alcun merito, occupa quelle postazioni.
Recentemente, Papa Francesco ci ha spiegato la psicologia di quelle persone che vanno in Chiesa ed occupano le prime file: “Le persone che vanno in Chiesa, vanno lì tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri e parlando male della gente sono uno scandalo”.
Sono gioie vere gli applausi, il prestigio, i palchi? Per indirizzare la nostra vita dobbiamo fare chiarezza dentro di noi e capire se siamo interessati a raggiungere questi traguardi, altrimenti corriamo il rischio di intraprendere percorsi sbagliati. Solo accogliendo quelli che non potranno mai ricambiare sarà vera gioia.
ALLA RICERCA DELLA FELICITA’
(dal Vangelo di Luca 14,25-33)
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Meglio progettare o affidare alla Provvidenza il buon esito di quello che vorremmo realizzare? Il discrimine non è l’ampiezza del progetto ma la nostra capacità di guardarci dentro per capire, calcolare quali sono le risorse a nostra disposizione e poi cominciare, consapevoli che durante il cammino potranno sorgere imprevisti. Atteggiamento differente è avere fretta di iniziare, smania di partire nella convinzione che il parto della sola idea possa bastare per realizzare un’opera ma non è così.
Programmare, prevedere, progettare è fare i conti innanzitutto con se stessi, operazione che non sempre siamo disposti a compiere perché ci costa tanto; spesso preferiamo “iniziare a fare” per poi trovare al di fuori di noi le risorse e le motivazioni per risolvere i problemi che si presenteranno, anche perché in questo modo sarà più semplice incolpare qualcuno di un possibile fallimento. Niente paura, Gesù Cristo ci lascerà sbagliare perché la libertà ricevuta è un dono irreversibile, assisterà insieme a noi al crollo dei nostri progetti mentre noi penseremo che ci avrà abbandonato. Costruire non è semplice, farsi bene i conti prima di iniziare spesso vuol dire prevedere privazioni, rinunce, sacrifici che inevitabilmente faranno parte della nostra vita. “Portare la croce” implicherà anche farsi carico di tutte quelle difficoltà che si verificheranno nel corso della realizzazione di un’impresa; un progetto che prevede esclusivamente il conseguimento di risultati brillanti non è credibile.
Con questo passo evangelico, Gesù ci invita a riflettere sulla differenza tra la voglia di iniziare, i buoni propositi e la nostra capacità di costruire. Gesù vorrebbe che ciascuno di noi s’impegnasse a realizzare il proprio grande progetto dl raggiungere la felicità, a tutto il resto penserà Lui.
FINO A DOVE
(dal Vangelo di Giovanni 3,13-17)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Io per te ci sarò sempre”. Chi di noi non ha pronunciato o ascoltato questa bellissima ed impegnativa promessa. Proporsi come “salvatori” del prossimo vorrà significare essere sempre pronti e disponibili se qualcuno ci chiederà aiuto. A questo proposito Il Signore Gesù ci ha insegnato che se vorremo diventare “uno di quelli condannati al posto Suo” non dovrà importarci quale prezzo dovremo pagare.
Credo che per ognuno di noi, prima di fare promesse, varrà la pena di chiedersi fino a dove saremo disposti a spingerci prima che qualcuno busserà alla nostra porta per chiederci aiuto, in questo modo eviteremo illusioni e delusioni.
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto ma abbia la vita eterna” confidò Gesù a Nicodemo. Insomma, ciò che conta non è il peccato come per secoli ci hanno voluto far credere ma per Lui valgo “io” al punto che Gesù ha preferito morire in croce pur di donarmi la salvezza e liberarmi dalla schiavitù di Satana. L’uomo della croce, come ognuno di noi, non voleva soffrire ma scelse di farlo. Non è il racconto di una favola iniziata male e finita bene ma una scelta d’amore, non credere alla dolorosa bellezza di quella decisione significa rinnegare la nostra fede.
Non è mai facile capire come ragiona Dio: possibile che per salvare me, un uomo qualunque, Lui sia stato disposto a lasciare che Suo Figlio morisse in croce? Che il mio Dio fosse arrivato a tanto è un pensiero che mi tormenta. A questa proposta di amore divino, per me irraggiungibile, sconfinato, resto confuso; come mi comporterò e basterà amare qualcuno per riuscire a salvarlo?
Non so rispondere, forse perché penso che l’amore di Dio è così diverso da quello che vivo io così imbrigliato e condizionato dal timore di andare oltre dove “non si tocca”.
PERDONARE TOCCA ANCHE A NOI
(dal Vangelo di Luca 16,1-13)
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo:
“Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”.
Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Quale sia la maniera per capire il comportamento dell’amministratore di fronte ai debitori del padrone non è mai semplice. In ogni caso, egli rimette loro una parte notevole dei loro debiti. Forse si limita a ristabilire la giustizia rinunciando a un margine del suo profitto?
Forse intende mettere il padrone alle strette? Comunque sia, l’amministratore ha trovato il punto debole del padrone. Giocando sulla misericordia verso gli uomini, egli si attira la lode del signore, e forse, il suo perdono. Forse quello che dobbiamo comprendere e che non c’è nulla da perdere, anzi c’è tutto da guadagnare nel rimettere ai suoi fratelli, debitori come lui, i loro debiti.
Ogni volta che recitiamo il Padre nostro chiediamo di “poter ricevere il perdono dei nostri peccati come noi perdoniamo chi ci fa del male”. La parte più difficile è quando tocca a noi interpretare il ruolo di chi deve perdonare mentre il perdono ricevuto ci appare dovuto e rientra nella gestualità della misericordia di Dio.
Il brano evangelico sembra esaltare la disonestà di un uomo che, in difficoltà agisce con scaltrezza inoltre, restiamo perplessi quando il padrone truffato loda l’amministratore disonesto. Queste riflessioni non ci permettono di comprendere né il perdono del padrone né l’astuzia dell’amministratore che riesce a risolvere una situazione di difficoltà. “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.
E noi, da che parte stiamo? Liberi come sempre di scegliere, non possiamo continuare a pensare che la partecipazione ai Sacramenti, la quantità di preghiere recitate, i ceri accesi, le offerte fatte siano i mattoni del regno di Dio che dobbiamo costruire quaggiù. La ricchezza di cui Gesù parla è il prossimo caduto ed afflitto che noi aiutiamo a rialzarsi, sono gli occhi delle persone a cui riusciamo a promettere che potranno contare su di noi, sono le persecuzioni a cui andremo incontro quando incarneremo la Sua Parola. Se queste ultime non dovessero far parte della nostra vita, forse è arrivato il momento di chiederci il perché.
L’INFERNO? È QUI!
(dal Vangelo di Luca 16,19-31)
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora
gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo e ogni giorno si dava a lauti banchetti”. Quest’uomo non aveva bisogno di un nome, per costui non contava l’essere ma l’avere. Quante volte abbiamo ascoltato presentazioni ricche di: “Salve, sono il Dottore, sono il Presidente, sono il Giudice”, per queste persone l’importante è solamente lo “status sociale”! Per Lazzaro no; egli era inequivocabilmente il povero ricoperto di piaghe che si cibava delle briciole del ricco, lo scarto
costruito da altri. Questi due uomini stavano vivendo sulla terra delle esistenze tanto diverse, così distanti tra di loro eppure per entrambi giunse il momento in cui avrebbero perso tutto quello che possedevano. Il loro tempo era scaduto, da quell’istante non sarebbe più contato ciò che avevano accumulato in questa vita; il ricco innominato non avrebbe potuto portare con sé tutti i suoi beni mentre il povero Lazzaro non si sarebbe separato dall’essenza di essere, dall’esistere.
Quando leggiamo questo brano siamo tentati di pensare che l’inferno esite ed è nei cieli e rappresenta, dopo la morte, ciò che spetta a chi si comporta male. L’inferno non si raggiunge, nell’inferno si vive ora ed adesso su questa terra, mentre parliamo, leggiamo, mangiamo, ogni volta che scegliamo da vivere lontani da Dio. Quello che ci aspetta nell’eternità rappresenterà solamente la prosecuzione della nostra vita terrena, nulla cambierà. Nessuno, come sempre, sarà obbligato a seguire Gesù Cristo che, innamorato com’è di ognuno di noi proverà a restarci vicino. Avremo sempre noi l’ultima parola, saremo noi a scegliere il posto dove ci piacerà vivere.
QUANTO E’ GRANDE UN GRANELLO DI SENAPE?
(dal Vangelo di Luca 17,5-10).
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso:
“Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Di questi tempi veniamo educati ad imparare a ordinare le cose da fare in base all’utilità che avranno nella nostra vita. Fin dalla tenera età, viene fatto in modo che le future generazioni diventino maestri nel disprezzo dell’inutile. Tutti i nostri sforzi dovranno essere indirizzati al raggiungimento di quei risultati che ci permetteranno di primeggiare nelle realtà che vivremo e che diventeranno le nostre uniche ancore di salvezza, nella vita, a scuola, sul lavoro ed a volte anche in famiglia.
Pertanto, i Vangeli, dove vengono narrati gli insegnamenti dell’amore gratuito, rappresentano gli unici libri dove vengono celebrate le inutilità! Inutile è l’aggettivo destinato ad identificare quelle persone o cose che non producono i risultati attesi.
Il disprezzo dell’inutile rende scarto tutto quello che facciamo senza interesse, cioè per amore. I sogni, i propositi, le speranze sono inutili come i sorrisi, gli abbracci, l’accoglienza. Ogni volta che decidiamo di aiutare il prossimo finiamo per perdere del tempo perché non abbiamo nessuna garanzia di tornaconto.
L’unico guadagno sarà la felicità, la gioia vera potremo viverla solo facendo cose a prescindere dal risultato.
In questo brano evangelico, Gesù ci insegna che: “quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Purtroppo, correndo e rincorrendo traguardi e risultati che ci saranno continuamente proposti ci esponiamo al rischio di trascorrere la vita a realizzare solo quello che ci sarà chiesto di fare.
Per tutte quelle volte che abbiamo chiesto a Gesù: “Accresci in noi la fede!”, oggi riceviamo la risposta.
Il piccolo granello deve diventare una grandezza di riferimento nella nostra relazione con il Signore.
Ancora una volta Dio Padre ci ha tracciato la strada da fare, dobbiamo avere la costanza e la forza di percorrerla.
SOLO GRAZIE
(dal Vangelo di Luca 17,11-19).
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Quei dieci lebbrosi, senza nome e senza volto ma ricchi di fede si rivolsero all’uomo della croce chiedendogli la guarigione. Le sofferenze di solito ci allontanano dagli altri, complicano le relazioni, essi invece avevano deciso di proseguire insieme pensando che restando uniti ed accanto agli altri fratelli con cui condividevano il dolore, sarebbero diventati una forza.
Nei Vangeli non troveremo nessun passo che ci parlerà di un uomo o una donna lasciati soli da Dio; piuttosto saremo noi che, incapaci di restare svegli a pregare, abbandoneremo Gesù Cristo nel momento più difficile della Sua vita.
Il Signore Gesù osservò e benedisse quella meravigliosa complicità tutta umana; a ciascuno di loro non interessava soltanto di guarire ma che tutti guarissero.
“Andate a presentarvi ai sacerdoti” ed essi s’incamminarono prima ancora della guarigione. Erano malati ma ognuno di loro era fiducioso che solo Gesù avrebbe potuto guarirli e così avvenne. Tutti furono sanati nel corpo ma solo ad uno di loro Il Signore concesse anche la salvezza dell’anima. Il prescelto fu un uomo doppiamente scartato dagli altri uomini, perché lebbroso e samaritano. Egli fu l’unico a tornare indietro e prostrandosi davanti a Gesù lo ringraziò.
Non è vero che chi si accontenta gode, Il samaritano non si limitò ad essere felice per la sua guarigione ma volle essere grato a Dio per quello che gli aveva donato. “Grazie” è una parola che vale moltissimo non tanto per chi la ascolta ma soprattutto per chi la pronunzia. Ringraziare è rendersi conto di quanto il Signore ci ama e ci permette di conquistare la salvezza: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato”.
PREGA, PREGA, TANTO……
(dal Vangelo di Luca 18,1-8).
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Prega, prega, anche io ho pregato tanto ma Dio non mi ha mai ascoltato”. Chi di noi non si è imbattuto in un’affermazione come questa? Essere supporter dell’inutilità della preghiera è una delle attività più gradite ed efficaci che Satana mette in campo.
In questo passo evangelico Gesù ci parla della necessità “di pregare sempre, senza stancarsi mai”. Ma come si fa a non stancarsi? In certi giorni ci stanchiamo di noi, per come siamo fatti, figuriamoci della preghiera.
La narrazione dell’insistenza della vedova che chiede giustizia e del giudice infastidito che a un certo punto cede, ci deve far riflettere. Sembra che Gesù apprezzi più le ostinate richieste singhiozzanti di una povera vedova che, ricordiamo a quell’epoca faceva parte a pieno titolo del gruppo degli scartati, rispetto alle preghiere innalzate tra i comodi banchi dei templi. Per trovare la forza di insistere, per non arrendersi mai bisogna cercare nel cuore, solo da lì può sorgere la preghiera che non smette mai di vivere, essa non ha nulla a che fare con la recitazione delle pie pratiche. Un ultimo dubbio: “Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” Oppure ci troverà stanchi, oramai delusi da una preghiera inefficace perché indirizzata ad un Dio che non si ricorda più dei suoi figli e che ha voltato la faccia da un’altra parte? Ognuno di noi conosce la sua verità; saremo liberi come sempre di smettere o di continuare ostinatamente ogni giorno a chiedergli ciò in cui speriamo.
LA FEDE E’ UNA GRANDE STORIA D’AMORE
(dal Vangelo di Luca 18,9-14).
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli
altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
La fede è la grande storia d’amore della nostra vita e, come in ogni storia d’amore che si rispetti c’è un rivale: “il proprio io”!
“O Dio, ti ringrazio perché non sono come glia altri uomini”. Certo, perché io vado a Messa, recito le preghiere, accendo ceri, faccio l’offerta al Parroco e, quando posso, dico anche qualche buona parola a chi ne ha bisogno. Questa è la storia d’amore che vive e ci propone il fariseo che, convinto di agire nel pieno rispetto delle regole, ritiene di essere nel giusto.
Innamorarsi di sé e di tutto quello che facciamo ci pone su un piedistallo provocandoci disprezzo per i pubblicani; il modo migliore per esaltarsi è convincersi che gli altri sono degli scarti.
Se volessimo cercare i due personaggi evangelici nel mondo contemporaneo, anche per conoscerli meglio, non avremmo difficoltà a trovarli; l’uno sui palchi a ricevere i plausi e l’altro seduto negli ultimi posti oppure, con i tempi che corrono, ad ingrossare le file delle mense dei poveri.
I peccatori vivono di speranze. Il senso del pudore e la vergogna sono i segni di quelle creature che si sentono miserie. L’unica certezza che possiedono è la consapevolezza di essere sempre amati. Percepire l’amore di Dio soprattutto quando le cose della nostra vita non vanno come dovrebbero vuol significare che siamo sulla strada giusta e che camminiamo dietro di Lui.
“Questi, a differenza dell’altro, tornò a casa giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. Il peccatore non reagisce all’affronto del fariseo ed essendo sottoposto al giudizio di questo mondo, entrerà di diritto nel girone degli “sfigati”, di quelli che non sanno lottare, di coloro che sono solo vittime dei loro errori e, per questa ragione è giusto che ne sopportino le conseguenze. E noi, vicino a chi decideremo di stare? Ci arrampicheremo per ottenere i posti accanto ai
potenti, a quelli che contano, o sceglieremo la solitudine degli ultimi posti ed il pessimo odore dei disperati?
Per nessuno di noi sarà semplice rispondere ma è importante sapere che l’umiliazione che Gesù ci propone è ben diversa da quella che tutti vorremmo scansare. Dovremo scegliere tra i meriti e la misericordia, dipenderà come sempre solo da noi.
SIGNORE, PERCHE’ NON IO?
(dal Vangelo di Matteo 5,1-12).
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi
discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Santo/a: no grazie, non fa per me! Quante volte ci abbiamo pensato e altrettante volte ci siamo detti che noi santi non potremo mai diventare convinti come siamo di non avere né la coerenza né la forza per percorrere la strada che conduce alla santità e che probabilmente ci spaventa.
Sarebbe interessante conoscere la vita dei santi ma soprattutto del percorso che hanno fatto prima di “essere elevati agli onori degli altari” dalla Chiesa di Dio. Potremmo conoscere cosa facevano e come vivevano uomini e donne quando santi non erano e somigliavano a quelli come noi. “Vorrei che si scrivesse dei difetti dei santi e di tutto quello che hanno fatto per correggersi” disse Santa Bernardette Soubirous.
La santità del cuore è alla portata di tutti, come il discorso della montagna. In quella folla ad ascoltare Gesù oggi, ci siamo anche noi con i nostri difetti, le ferite, gli errori ma senza dover aver paura di confrontarci con quello che ci viene detto perché troppo lontano da noi. Non è mai semplice credere che il “regno dei cieli” appartiene già qui ed ora ai poveri, ai miti, a coloro che vivono nel pianto, a chi subisce ingiustizie, ai misericordiosi, ai puri di cuore, ai perseguitati; gente inserita a pieno titolo dal mondo contemporaneo nei gironi degli sfigati, tutte persone vittime dei loro errori e per questo condannati giustamente a pagarne le conseguenze.
Eppure, Gesù continua a ripeterci che è e sarà così! Se fino ad ora siamo vissuti nella convinzione che la strada verso la santità è la ricerca della perfezione allora stiamo percorrendo la via sbagliata. L’uomo della croce che ben conosce il dolore ci chiede di trasformare il pianto in speranza, la persecuzione in riscatto, la povertà in solidarietà, la rabbia in purezza del cuore, gli scartati in eletti. Gesù ci indica come rispondere alla domanda: “Signore, perché non io?” (Sant’Agostino).
QUANTO COSTA?
(dal Vangelo di Giovanni 2,13-22).
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù .
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Avremmo mai immaginato di vedere Gesù Cristo arrabbiato? Eppure così avvenne ed a renderlo irascibile ed irriconoscibile non poteva che essere l’amato più di ogni altra cosa: l’uomo, cioè noi.
“Fuori tutti, portate via da qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato”. Se donare vuol dire aspettarsi sempre qualcosa in cambio, allora non è amore, è baratto! Rendere l’amore una forma di mercimonio è una tentazioni preferite da Satana: Io ti do ma tu mi darai, ricordate i “fioretti”.
Gesù prende la frusta perché questa volta l’abbiamo fatto veramente grossa; abbiamo messo in discussione la cosa più importante che Lui ci ha insegnato, abbiamo trasformato in una transazione commerciale ciò che non può avere prezzo: l’amore per gli altri! Meglio rifiutare liberamente la gratuità dell’amore piuttosto che renderlo prezzolato: la grazia di Dio non rappresenta il premio per come ci si comporta! La grazia di Dio è un dono d’amore infinito.
Probabilmente è il nostro modo di pensare e di essere che ci fa cadere nel grande equivoco, allora meglio convincerci che anche l’amore che Gesù prova per noi ha dei limiti; è impossibile che Lui continui ad amarci, ad aspettarci, ad abbracciarci nonostante i nostri tradimenti. E’ molto più semplice immaginare che anche il rapporto con l’uomo della croce sia basato sul dare e sull’avere, è più facile e realistico pensare che quando non gira come vogliamo è perché non andiamo a Messa, non accendiamo i ceri, non recitiamo i Rosari mentre se va tutto bene è merito nostro perché nessuno regala nulla.
Non riusciamo a capire neppure a cosa si riferisce Gesù quando parla della distruzione del Tempio: “Distruggete questo Tempio ed in tre giorni lo farò risorgere”. Abbiamo pensato alle mura, alla casa, alle opere preziose in essa contenute, alle ricchezze, alle statue, tutte cose che da un momento all’altro possono andare irrimediabilmente perdute. Continuiamo a credere che il nostro cristianesimo sia fatto di forme, di formalità, di possedimenti, di cose da fare per averne delle altre. Siamo diventati vittime del soldo, unico mezzo che permette di ottenere quello che vogliamo.
Cancellare dal nostro modo di essere la parola “gratuità” è rischiare grosso, è dare a tutto un prezzo, anche all’amore..
COSA RESTERA’
(dal Vangelo di Luca 21,5-19)
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi;
sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» .
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. Mentre leggo questa parabola, scorrono davanti ai miei occhi le ripetute, consuete e tristemente familiari immagini che ogni giorno i mezzi di comunicazione ci propongono. Intere città, villaggi, territori ridotti a cumuli di macerie; restano solo pietre su pietre. Tanti nel mondo sono i posti dove tutto è stato distrutto e che restano impressi nelle nostre memorie per circostanze, a volte causate dagli uomini oppure, altre volte è stata la natura che si è ribellata manifestandosi con terremoti, maremoti, tempeste.
Quando tutto crollerà, anche nella nostra esistenza, cosa resterà? Dio è presente in ciò, che quando tutto crolla, mostra di avere fondamenta altrove!
“Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?”. Nessuno di noi sa quanto tempo durerà la propria vita e cosa capiterà tra un istante. L’uomo della Croce ci chiede di essere vigili, di non ascoltare i falsi profeti e tutti quelli che dicono di parlare a nome Suo volendo farci credere di conoscere il futuro. “Ma prima di tutto questo, metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza”. E noi, cosa faremo quanto le tempeste invaderanno la nostra vita? Costanza, perseveranza, coraggio, fede saranno le sole armi che dovremo usare e che nessuno potrà mai portarci via; ed anche quando verremo traditi dagli affetti più cari, nulla di noi andrà perduto.
Chi vuol seguire l’uomo della croce non dovrà fare calcoli né potrà temere la fatica, credere in Cristo Gesù non è una modalità per vivere a rimorchio. Stargli dietro, al contrario è mettere in conto terremoti, tempeste, persecuzioni. Seguirlo non sarà mai un obbligo ma una scelta non da tutti e che non potrà essere mai per tutti.
MI PORTI CON TE?
(dal Vangelo di Luca 23,35-43).
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena?
Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Anche i soldati lo deridevano”. Nel momento del dolore ci può capitare di tutto; perdiamo la lucidità, molti ci abbandonano o, addirittura ci deridono e ci giudicano dicendo che ce la siamo cercata e che, in fondo, la brutta fine ce la meritiamo come logica conseguenza di tutti gli errori che abbiamo commessi. A questa tristissima sorte in tanti sono stati condannati ed anche all’Uomo della croce, sebbene Figlio dell’Altissimo, non fu risparmiato nulla: umiliazioni, scherni, giudizi.
“Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. Il ladrone invece non cercò alibi, confessò che era stata tutta sua la colpa se era diventato un buono a nulla. Ora però era lì, accanto a quell’uomo con cui stava condividendo il triste destino della condanna a morte, per lui giusta, per il Figlio di Dio no.
Il ladrone seppe riconoscere l’occasione, la possibilità di vivere quella Grazia che tante volte gli era stata raccontata ma a cui non aveva mai voluto credere.
Non sapremo mai quante volte, nel corso della nostra vita, la Grazia ci è stata proposta e noi non l’abbiamo riconosciuta; il nostro compito è capire quando l’opportunità per cambiare vita ci viene presentata e coglierla, proprio come fece il ladrone a cui Gesù promise il Paradiso.
POSSO SALIRE ANCH’IO SULL’ARCA?
(dal Vangelo di Matteo 24,37-44).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Oggi 30 novembre è la prima domenica d’Avvento ed il passo evangelico, tra l’altro, ci parla dell’attenzione che dovremmo prestare ai segni dei tempi ed a tutto ciò che consegue a seguito delle nostre scelte. Domenica e lunedì scorso, noi cittadini campani siamo stati chiamati ad esprimere il nostro voto per rinnovare il Consiglio Regionale. Questi due appuntamenti vissuti a così poca distanza, sembra che in apparenza non abbiano nulla in comune ma non credo così.
Purtroppo, da diversi anni assistiamo inermi al fenomeno dell’astensionismo nelle competizioni elettorali e più in generale al disinteresse per la politica e non solo. Sono lontani anni luce i tempi in cui le piazze, le sale, i luoghi di aggregazione erano colmi di gente; da tempo il divano, le pantofole e la compagnia di TV, smartphone, internet stanno recitano la parte del leone.
Noè, mentre preparava l’arca non era ben visto anzi, molti lo ignoravano, lo schernivano e continuavano a fare la loro vita: “mangiavano, bevevano, prendevano marito”, insomma come se nulla fosse. Disinteresse, indifferenza, egoismo, non sono atteggiamenti esclusivamente di questo tempo come a volte ci convinciamo che siano.
“Poi arrivò il diluvio e travolse tutti”.
Come si fa a non rendersi conto che non partecipare alla vita sociale, politica vuol dire affidare a “pochi” altri il nostro destino e quello di tutti? Continuare ad ignorare le conseguenze che “la scelta di restare fuori per non sporcarsi le mani” dalle opportunità che la democrazia (almeno per ora) ci mette a disposizione vuol dire rinunciare ai diritti, alle possibilità che i nostri padri ci hanno lasciato in dote. Il tempo che abbiamo a disposizione non dipenderà mai da noi ed è un incredibile dono che il Signore
Dio ci ha fatto e come tale non può essere trattenuto ma va restituito al prossimo. Gesù Cristo, nella sua esperienza terrena ci ha testimoniato l’importanza di restare noi stessi sempre, senza mai tirarci indietro; per questo è stato ucciso!
“Perciò anche voi tenetevi pronti”. Aspettare che arrivi il diluvio proprio non si può! Bisogna scegliere di investire le proprie capacità rendendole disponibili per il bene degli altri, imparare a sopportare la fatica da spendere affinché le idee diventino realtà, convivere con l’ansia degli insuccessi, non farsi coinvolgere dalla derisione di chi ci rema contro, affrontare e superare il timore di restare soli e la paura di mettere a repentaglio i propri affetti. Tutte queste sensazioni, emozioni, difficoltà, spesso ci
appaiono come tappe di una strada irta che conduce ad una vetta a volte invisibile. “Così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata”.
Oggi, sia l’inizio di un’attesa, la nostra. Buon Avvento a tutti.
GIOVANNI, L’INSOPPORTABILE!
(dal Vangelo di Matteo 3,1-12).
In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione;
ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. E’ una frase che ascoltata farebbe tremare i polsi a chiunque. Nessuna tolleranza, nessun alibi sono previsti per chi non si converte, per chi non inverte la rotta della propria esistenza! A dire queste cose fu Giovanni il Battista, l’uomo che fece dell’essenza la sua ragione di vita perché solo chi riesce a liberarsi da tutte le cose inutili, superflue potrà seguire Gesù Cristo.
“Voce di uno che grida nel deserto”. Giovanni gridava, allertava ed infastidiva chi lo ascoltava e soprattutto non appariva mai stanco. Egli scelse una vita grama, da un uomo libero, innamorato solamente di quel Figlio divino che stava per giungere: “Colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
Gli incontri cambiano la vita di chiunque ed imbattersi con uno come Giovanni può spaventare. Trovarsi al cospetto di chi prende continuamente botte ed insulti da tutti ma non arretra di un millimetro rispetto a ciò che conta veramente, ci costringe a riflettere, a fermarci ed a constatare che la strada della conversione che porta a Cristo non è un racconto, una favola ma c’è chi decide di percorrerla realmente.
Questo genere di persone ti sbattono in faccia una realtà a cui cerchiamo di sfuggire: se non cambia nulla nella nostra vita è perché vogliamo sia così.
GIOVANNI PROFETA NEL DESERTO
(dal Vangelo di Matteo 11, 2-11)..
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Giovanni è in carcere, vive e pensa nel posto che lo condurrà alla morte ma non per questo ha rinunciato ad ascoltare e a sapere delle gesta di Gesù Cristo. L’omonimo evangelista disse di lui che “Tra i nati di donna non è sorto alcuno più grande”. Soprattutto per gli innocenti, essere costretti ad osservare per tanto tempo il cielo inquadrato dalle grate procura dolore, mette alla prova, genera dubbi, confonde le idee, alcuni decidono di farla finita.
“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” mandò a dirgli. Giovanni forse si aspettava un Re che finalmente mettesse le cose a posto, che facesse piazza pulita delle schifezze e degli schifosi nel mondo! Invece, l’uomo della Croce parlava di conversione a tutti sedendosi al tavolo e mangiando con i peccatori.
“I ciechi riacquistano la vista, i zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”. Come dire: basta tutto questo o state pensando che vivrete l’ennesima illusione?
Poi iniziò a parlare di Giovanni. “Cosa siete andati a vedere nel deserto?”. Noi, chi vogliamo ascoltare, a chi ci piace dare retta? Ancora noi, spesso insoddisfatti della vita che viviamo e di come vanno le cose, chi preferiamo cercare? Mercanti di parole, urlatori radical chic, voltafaccia; è così facile trovarli in giro; i profeti no! Quelli veri li fanno durare poco, se va bene li emarginano, quando sono molto ostinati li uccidono. Giovanni il profeta fu ucciso.
Forse il vero problema è che ci siamo talmente abituati a correre dietro i cantastorie che la testimonianza del Figlio di Dio diventato “servo” ci interessa sempre di meno.
UNA CRISI CONUIGALE O QUASI
(dal Vangelo di Matteo 1, 18-24)..
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Questa domenica, il passo evangelico ci propone una delle più note crisi coniugali di tutti i tempi, quella vissuta tra Maria e Giuseppe. I due non erano ancora sposati quando il promesso sposo venne a sapere che la sua amata era incinta per opera dello Spirito Santo, tra l’altro, prima che i futuri sposi andassero a vivere insieme; insomma, uno scandalo! Per esigenze teologiche e presepistiche figura di Giuseppe ci è sempre stata rappresentata come un uomo barbuto, avanti negli anni che, per sorreggersi ha spesso bisogno di poggiarsi ad un bastone in cima al quale viene posto un giglio simbolo di purezza e lontananza dal peccato. Noi sappiamo con certezza che Giuseppe era un falegname ma soprattutto che era innamorato di Maria con la quale stava costruendo il suo sogno d’amore ed improvvisamente gli eventi misero tutto in discussione.
Giuseppe aveva tutto dalla sua parte per ripudiare pubblicamente Maria; la legge prevedeva la lapidazione, l’evidenza di una gravidanza che non aveva concepito, la fallibilità della sua amata. Mentre le speranze, i desideri, i sogni di Giuseppe stavano litigando con una realtà inattesa e difficile da spiegare, l’innamorato volle affidare in silenzio a Dio, le attese e i progetti di una vita; rivolse il suo ascolto all’Angelo che nella bufera dei suoi pensieri gli rivelò quello che sarebbe accaduto. Giuseppe, in profonda crisi, seppe leggere i segni del tempo che stava vivendo ed è quello che Gesù ci chiede di fare. Giuseppe e Maria vivevano con i loro sguardi rivolti verso Dio a cui avevano affidato il loro futuro. Quando i loro cuori apparvero distanti per un destino che non avevano scelto, seppero pronunciare in momenti diversi lo stesso “si” alla chiamata del Signore. Nulla capita per caso quando ci si fida di Dio.
DIO O IO
(dal Vangelo di Luca 2,1-14).
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio
primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Maria e Giuseppe, promessi sposi avevano programmato il loro futuro con il cuore ricco di sogni e speranze e lo sguardo rivolto a Dio, mai avrebbero immaginato di dover rispondere di “si” a quelle richieste così improvvise ed impegnative. L’Angelo messaggero aveva proposto ad entrambi di fidarsi ciecamente di Dio, di affidargli la loro vita.
“Un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra”. Il tempo di reperire l’asina e poche altre cose destinate al nascituro ed ebbe inizio il viaggio che tanto somiglia agli infiniti viaggi di terra e di mare intrapresi da uomini e donne che cercano solamente un posto per vivere la loro vita in maniera dignitosa. Essi non immaginano che per il mondo dell’accoglienza siano già diventati degli indesiderabili, condannati ad essere scarti senza avere neppure la possibilità di
testimoniare le proprie ragioni. Anche Maria e Giuseppe non furono riconosciuti, anche a loro furono sbattute in faccia le porte dei rifugi; altro che favola di Natale! Quei locandieri se avessero saputo che quella donna portava nel grembo il “Re dei Re” avrebbero certamente ospitato i due forestieri.
Gesù si stava presentando agli uomini mimetizzandosi, sarebbe nato bambino come ognuno di noi, in una notte silenziosa illuminata dalle stelle in una grotta riscaldata solamente dall’alito di un bue e di un’asina. Nessun clamore, nessun rumore, solo silenzio. Forse abbiamo preferito immaginare che il Figlio di Dio una volta giunto sulla terra avrebbe potuto conquistarla con la prepotenza, avvalendosi di un imbattibile esercito e prospettando ai suoi seguaci la conquista un posto privilegiato nel Suo regno. Siamo troppo abituati a queste logiche, ci riesce difficile credere ad un Dio che per far nascere suo figlio preferisce una grotta ad un palazzo reale! Le difficoltà affrontate da Maria e Giuseppe fanno parte di un racconto che ci disturba, molto meglio non farci troppo caso e concederci alla simpatica e leggera “magia del Natale” che però dura solo qualche giorno, poi tutto torna come prima.
Maria e Giuseppe seppero trasformare gli imprevisti, gli ostacoli in punti di partenza. Gesù bambino fece subito intendere che avrebbe frequentato posti disagiati, dove vivono le persone che nessuno ha voglia di accogliere e che per accorgersi di Lui bisogna appropriarsi di quel silenzio che ci aiuta a liberarci dalle dipendenze che ci impediscono di diventare i protagonisti della nostra vita. Questa volta riusciremo ad esserci anche noi tra quei pastori che seguendo la stella che indica la strada della fede in Dio Padre s’incamminarono con i loro greggi, sfidando freddo e gelo, per accogliere il Figlio di Dio fatto uomo e seguirlo? Natale è un’occasione, un’altra che il Signore Gesù ci propone, saremo noi a decidere se continuare credere ad una favola o a quel Dio che non dovremo mai far diventare io.
VINCERA’ SEMPRE LA LUCE
(dal Vangelo di Giovanni 1,1-18).
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
L’evangelista Giovanni in questo brano mette le cose in ordine: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio” insomma, nessuna favola natalizia, siamo di fronte ad una realtà inequivocabile, ad un Dio che ha deciso di farsi uomo e ha mantenuto l’impegno. Prima di proseguire con qualsiasi altra considerazione c’è bisogno che ognuno di noi si convinca che tutto è cominciato da Dio. I recenti avvenimenti contemporanei che ci lasciano sempre più sgomenti sono sempre avvenuti e continueranno ad accadere ma nulla potrà mettere in discussione che Dio si è fatto uomo solo per amor nostro.
Da sempre, noi uomini e donne abbiamo avuto difficoltà a credere che una scelta d’amore potesse essere così grande da sacrificare l’unico figlio proprio per noi; verso questa incomprensibile verità ancora oggi preferiamo restare neutrali immaginando che fosse soltanto una storia in fondo a lieto fine o, peggio ancora sostituendoci a Dio nelle nostre vite.
“La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”. Il Figlio di Dio ha acceso la luce; è Lui la speranza che aspettavamo ma noi non l’abbiamo riconosciuta continuando a confondere le luci degli uomini con quella di Dio. Ogni volta che ci sostituiamo al Creatore inondando le nostre vite di egoismi, ambizioni, esibizioni, invidie, accidie accechiamo il prossimo e soprattutto rischiamo di smarrire la retta via allontanandoci da Lui.
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Questa è l’unica vera grande notizia: Gesù, il Figlio di Dio è venuto a vivere in mezzo a noi, non sopra o lontano da noi ma nelle nostre case, ci toccherà come sempre liberamente decidere se aprirgli la porta. Lui ha mantenuto la Sua promessa: le tenebre non l’avranno mai vinta!
LONTANI DAL PECCATO
(dal Vangelo di Matteo 3,13-17)
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» .
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
E’ nato in una grotta, bambino come nascono tutti gli uomini, è cresciuto a Nazareth figlio di genitori che hanno profuso tutto l’amore possibile per poterlo crescere ed ora eccolo in riva al fiume Giordano nell’anonimato più totale, in fila con tutti gli altri peccatori, uomini come Lui.
“Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?” Il nostro Gesù Non cedette neppure alla proposta che gli avanzò Giovanni battista di venire avanti, di non fare la fila per evitare il contagio con gli altri peccatori.
“Questi è il Figlio mio, l’amato: in Lui ho posto il mio compiacimento”. La forza di Cristo è sentirsi amato così tanto dal Padre, da non avere alcun timore di combattere il peccato. Inizia in questo modo la vita pubblica di Gesù, senza clamori, palchi, squilli, il Re dei Re ci indica da subito la strada da percorrere che ancora oggi non riusciamo proprio a capire! La Sua storia d’amore con noi comincia in questo modo, standoci accanto, senza impegno da parte nostra, perché stare lontano dal peccato dovrà essere sempre una scelta.
DOV’E’ GIOVANNI?
(dal Vangelo di Giovanni 1,29-34).
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie
il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me,
perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli
fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e
rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi
disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E
io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Se qualcuno ci chiedesse chi fosse Giovanni il Battista, noi potremmo rispondere facilmente che era un
Profeta senza timore di sbagliare. Egli, come molti altri profeti fece una brutta fine, fu ucciso da Erode
perché aveva parlato alla gente della venuta di un Re diverso da lui. Giovanni, figlio del Sacerdote
Zaccaria e di Elisabetta apparteneva alla casta, a chi gode di privilegi e preferisce i piedistalli ma non
era mai stato tra quelli.
Giovanni era un uomo di fuoco, nessun compromesso, un’unica strada da percorrere, una sola profezia:
“Dopo di me viene un uomo che è davanti a me perché era prima di me”. Vorremmo tutti incontrare
uno come lui, senza sbavature, coerente, coraggioso, probabilmente il suo sguardo aveva qualcosa di
speciale come le sue Parole. Più di ogni altra cosa amava ripetere: “E ho visto e testimoniato che questi
è il Figlio di Dio”.
Giovanni seppe farsi da parte, il suo dito non giudicava, né condannava ma indicava chi fosse l’Agnello
di Dio che toglie i peccati del mondo, il Figlio di Dio che tutti stavano aspettando. Il Battista trovò la
forza, non da tutti, di allontanare da sé coloro che credevano fosse lui il Figlio di Dio. Egli non aveva
bisogno di seguaci, di notorietà, di like, di followers, la sua missione fu quella di preparare i cuori a
Gesù raccontando che la speranza avrebbe avuto il volto di un uomo e che non sarebbe stato il suo.
Egli fu felice nel vedere gli amici che avendo creduto alle sue parole erano diventati seguaci di Cristo
Gesù. Come dicevo, sarebbe bello incontrare uno come Giovanni e contagiarsi alla sua forza, al suo
coraggio, magari è lì da qualche parte accanto a noi ma non riusciamo a riconoscerlo.
DIVERSAMENTE PESCATORI
(dal Vangelo di Matteo 4, 12-23).
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro:
«Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò.
Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Pietro ed Andrea, Giacomo e Giovanni. Nicola, Rosa, Adriana, Francesco, siamo uomini e donne del nostro tempo chiamati da Gesù Cristo a seguirlo. Agli apostoli ed a noi viene fatta la stessa proposta: volete diventare pescatori di uomini, pescatori di anime? Gesù ci conosce bene, non ci chiederebbe mai di fare cose al di là delle nostre possibilità. Ai quattro propose di essere “diversamente pescatori” a noi di diventare “uomini e donne diversi” da come siamo.
I quattro apostoli lasciarono la barca, la famiglia e lo seguirono, e noi? Qual è la nostra risposta al Suo invito? Gesù non ci propone una speranza evanescente ma di prendere sul serio la vita di ogni giorno; ogni istante donatoci può diventare speciale se lo vogliamo. Il campo di gioco sarà la nostra casa, la nostra famiglia, gli amici, la scuola o la professione, lo sport praticato, le nostre passioni, insomma bisognerà partire da tutto ciò che ci appartiene.
“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”, vorrà dire accogliere nelle nostre storie le pagine del Vangelo che ascoltiamo affinché diventino la nostra vita. Per essere tabernacolo di Cristo ci sarà bisogno di un cuore nuovo e di occhi che sappiano guardare dove non abbiamo mai rivolto lo sguardo.
Non dobbiamo aspettarci che il desiderio di convertirci abbia su di noi effetti sconvolgenti e che la nostra vita cambierà radicalmente da un momento all’altro come in una favola; nessuna certezza né immediatezza; dipenderà solo da noi perché Lui c’è e ci sarà sempre.
Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni e gli altri decisero di seguire Gesù senza avere nessuna garanzia, vollero credere alla bellezza del Suo sguardo e alle Sue parole. Loro, capirono solo molto tempo dopo che valse la pena di seguirlo, quando lo videro risorgere. Noi, uomini e donne del nostro tempo siamo molto più fortunati perché sappiamo che la speranza di cui Gesù ci ha parlato è la certezza della Resurrezione e della vita eterna; dobbiamo solo crederci.
DA CHE PARTE STIAMO?
(dal Vangelo di Matteo 5, 1-12).
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a
lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù vide le folle e non esitò a pronunciare il discorso della montagna che poi gli varrà la salita sul Golgota e tutto ciò che ne conseguì. Tutto questo Gesù Cristo già lo sapeva e volle avvertire uomini e donne di ieri e di oggi che chi vorrà provare a vivere nella propria vita le Beatitudini verrà schernito e perseguitato anticipando quale sarà il destino di chi prova a mettersi di traverso o contro il mondo.
Le Beatitudini, già allora, incitavano al contrario di tutto, evidentemente anche i contemporanei di Gesù vivevano una condizione simile alla nostra.
Diciamocela tutta: credere alle Beatitudini è assai complicato, viverle ancora di più. Esse appaiono come un inno alla debolezza, un’ancora per sfigati che, incapaci ad essere egoisti, ad accumulare ricchezza, a fare carriera, a scalare posizioni in abito sociale, si consolano sperando in una ricompensa dopo la morte.
Ma non è così! Gesù ci chiede innanzitutto di non conformarci al tempo che viviamo ma di diventare testimoni della diversità del Suo amore per il quale è morto e Risorto.
Siamo proprio certi che i soldi sono realmente sinonimo di felicità? La gentilezza e la mitezza possono essere lo stile di vita di chi rispetta ed ama il prossimo o rappresentano soltanto una scappatoia per chi non è capace di imporre le proprie idee? La misericordia; si perde solo del tempo a spiegare di cosa si tratta, meglio attrezzarsi per vivere in maniera misericordiosa; molti se ne accorgeranno ma nessuno ti loderà! Gesù ci fa anche una promessa: “i puri di cuori vedranno Dio”; è molto più di una speranza, proviamo a non sprecare altro tempo a braccetto con le malizie e gli spintoni. La pace di cui parla Gesù
appartiene al nostro cuore, è quella che dobbiamo adottare nella nostra vita. Ciascuno faccia in modo da vivere in pace con se stesso e con il prossimo ed eviti di dare lezioni su come fare per risolvere le guerre degli altri. Nessuno di noi vorrebbe essere oggetto di persecuzioni, molto meglio immaginarci una
vita ricca di successi, di applausi e di palcoscenici. Nessun problema ma le Beatitudini ancora una volta ci interrogano facendoci capire da che parte stiamo.
ILLUMINARE E INSAPORIRE
(dal Vangelo di Matteo 5,13-16).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro
serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende
una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella
casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano
gloria al Padre vostro che è nei cieli»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Provate ad osservare da lontano un piccolo mucchio di sale ed un altro di zucchero; sareste in grado di
distinguerli? E’ un compito difficile per chiunque perché a guardarli sembrano identici ma hanno un
sapore completamente diverso tra loro. Insomma, non possiamo fermarci alle apparenze per
comprendere l’essenza delle cose; l’abito non fa il monaco. Bisognerà assaggiarli entrambi per evitare
confusioni.
Altra caratteristica del sale è quella di insaporire diversamente i cibi dove viene riposto; con un piccolo
gesto si potrà fare la differenza. Infine, Gesù non ha mai parlato di quantità o di grandezze, ci ha
chiesto di diventare il sale della terra non di conquistarla né di possederla.
Quindi, non zucchero ma sale perché solo essendo sale saremo suoi testimoni. A volte ci convinciamo
che la nostra missione su questa terra è quella di mettere tutti d’accordo, salvo poi a lamentarci per
non esserci riusciti naturalmente per colpe a noi non imputabili. Se siamo stati apparentemente
invisibili, se gli altri non si sono accorti di noi bisognerà avere il coraggio di riconoscerlo, non è corretto
riversare questa responsabilità sul prossimo. Non riuscire a diventare tabernacoli di Cristo renderà per
sempre inquieto il nostro cuore anche se dovessimo diventare bravi nel non darlo a vedere. Certo si
fatica di meno decidendo di vivere a rimorchio o trascorrendo la vita a contare le presenze nei banchi
delle Chiese ma Gesù non ci ha mai chiesto di diventare delle belle statuine.
Luce di un mondo che adora il buio e sale per un prossimo che fa di tutto per evitare le bruciature
potranno essere delle scelte complicate ma noi dobbiamo provare a diventare sia l’uno che l’altro; sarà
compito di quelli che incontreremo sulla nostra strada di decidere se farsi illuminare e insaporire.
IL MONDO DICE MA IO VI DICO
(dal Vangelo di Matteo 5,17-37).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a
dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà
un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà
uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo
nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei
cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel
regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al
giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà
destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di
te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire
il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario
non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico:
non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna
per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere
una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua
mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle
tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque
ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque
sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i
tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la
terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re.
Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo
capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Il mondo “dice” ma “Io vi dico”. Gesù Cristo non parla male dei profeti che lo hanno preceduto e di
quelli che verranno dopo di Lui ma mette le cose in chiaro affinché chi vorrà ascoltarlo possa
essere libero e consapevole delle sue scelte. Due domeniche or sono con le beatitudini ed oggi
con i contenuti di questa pagina evangelica, Gesù attacca frontalmente tutti i palatini dei
compromessi e dei cosiddetti pannicelli caldi. Per camminare dietro di lui il primo passo da
compiere è la convinzione che i dettami dei contemporanei passeranno; i Suoi no!
Pertanto, è necessario rimuovere il possibile equivoco che potrebbe indirizzare le nostre vite da
cristiani: “faccio quello che posso”. A volerla dire tutta, “quello che posso” potrebbe coincidere con
“ciò che mi fa piacere fare” ed è proprio il contrario di quanto l’Uomo della croce si aspetta da noi.
Resta inteso che il nostro perimetro di gioco resterà sempre il mondo con tutte le persone che
incontreremo e le scelte che decideremo di fare. L’errore che più facilmente potremo commettere,
tenuto conto dei tempi che corrono, è convincerci che tutto è brutto, che tutti sono cattivi e che
sarebbe cosa buona ripartire da zero; in questo modo ci risulterà più semplice giustificare la nostra
preferenza verso l’adorato e comodo duo “pantofole & divano”: non è colpa nostra, sono stati gli
altri che ci hanno spinti lì.
Non è male soltanto fare una determinata cosa, è male anche non farla oppure solo immaginarla.
Dobbiamo diventare bravi a liberarci da tutto quello che ci allontana da Cristo perché rappresenta
l’anticamera delle nostre dipendenze. Giustificarci i peccati è un esercizio gratificante perché da
soli riusciamo sempre a trovare una ragione che ci induca ad assolverci: “facciamo anche tante
cose buone”.
Il gioco della compensazione che tante volte ci piace fare, oggi Gesù ci avverte che con Lui non
può funzionare!
LA SCORCIATOIA
(dal Vangelo di Matteo 4,1-11).
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver
digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse:
«Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo
pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei
Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti
porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta
scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro
gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli
rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù ancora una volta, uomo dalla testa ai piedi, volle andare nel deserto dove abitò con le fiere, lì
digiunò per quaranta giorni. Non saprei dire dopo aver vissuto un periodo in quelle condizioni quanti
di noi avrebbero avuto soltanto “fame”. Il Figlio di Dio è venuto al mondo per combattere e
sconfiggere il male ed aveva bisogno di testimoniare a tutti che per riuscire in quest’impresa non si
possono percorrere scorciatoie; la via maestra si chiama dignità, che è una complicatissima compagna.
“Se tu sei Figlio di Dio, dì a queste pietre che diventino pane”, “Gettati giù” ed ancora: “Tutte queste
cose io ti darò se mi adorerai”. Così Satana si rivolse all’Uomo della Croce ma Egli non cadde nel
tranello del tentatore e fu capace di respingerlo!
Quando la stanchezza s’impossessa del nostro corpo e lo sconforto, la delusione penetrano le nostre
parti più intime, ecco che il tentatore viene a farci visita proponendoci sempre la stessa terapia: fare
esperienza delle nostre miserie. Chi di noi non ha chiesto al Signore Gesù di essere esentato dal
richiamo delle tentazioni che, nella gran parte dei casi, finiscono per trovare le porte aperte nelle
nostre anime? Eppure, questo legittimo desiderio è scegliere la “scorciatoia”, la strada più semplice;
meglio non essere tentati, si fa meno fatica, non si cadrà e non bisognerà rialzarsi.
Nella preghiera (l’unica che Gesù ci ha insegnato) invece, chiediamo di non essere abbandonati
quando giungeranno le tentazioni, di non essere lasciati soli quando si farà sera, perché il buio nelle
nostre vite nessuno di noi potrà evitare di conoscerlo ma ognuno dovrà imparare a camminarci dentro.
QUI NON POSSIAMO RESTARE
(dal Vangelo di Matteo 17,1-9).
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in
disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le
sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che
conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui
tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una
nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il
Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù
si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se
non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione,
prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Li condusse in disparte, su un alto monte”. Quante volte abbiamo desiderato che la persona
amata ci chiedesse di appartarci, di restare insieme da soli, di avere la possibilità di ascoltarci
senza interferenze. Gesù lo fece con Pietro, Giacomo e Giovanni forse perché avevano
bisogno di “vedere” chi fosse realmente quell’uomo che voleva diventassero pescatori di
uomini.
Sballottati tra dubbi ed incertezze, i tre prescelti hanno molti tratti in comune con noi uomini
e donne del nostro tempo che trascorriamo troppo tempo immersi nella confusione che
generano messaggi, post, reels, storie, attratti dalle richieste di “like” oramai diventati la
principale unità di misura della notorietà.
Gesù che ad insegnare cosa sia l’amore sarà sempre il primo, scelse per gli amici la solitudine e
l’abbraccio dei silenzi che solo a quelle altezze si percepiscono, il posto migliore per
avvicinarsi a Dio per dissipare ogni dubbio su chi fosse Suo Figlio.
Quando giunsero in cima al Tabor avvenne che il Padre dichiarò: “”Questi è il Figlio mio,
l’amato: in Lui ho posto il mio compiacimento: ascoltatelo”. Gesù, per la prima volta si mostrò
per quello che era realmente: il Figlio di Dio. Quella immagine dovette essere così bella ed
affascinante da indurre Pietro a chiedergli di fermare il tempo, di rendere quell’immagine
immutabile ma, non si poteva e non si può fare: “Alzatevi, non temete”. Non possiamo restare
chiusi nei templi, seduti nei banchi a batterci il petto, bisogna andare a pescare. In questi posti
potremo tornare tutte le volte che vorremo ma non per piantare una tenda e restare lì.
Quando le cose non girano per il verso giusto e pensiamo che Gesù si sia scordato di noi
potremo ricordare quei momenti d’intimità per risalire la china e rialzarci. La disperazione sarà
sempre presente nelle nostre vite ma la consapevolezza di essere sempre amati ci permetterà
di cacciarla via.
ABBANDONIAMO BROCCA ACCANTO A QUEL POZZO
(dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 4,5-15.19b-26.39a.40-42 ).
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In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che
Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù, dunque,
affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna
samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in
città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo,
chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei, infatti non hanno rapporti con i
Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da
bere, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non
hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più
grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo
bestiame?».
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che
io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente
d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché
io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I
nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui
bisogna adorare».
Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete
il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza
viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e
verità: così; infatti, il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo
adorano devono adorare in spirito e verità».
Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci
annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere
da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano:
«Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo
che questi è veramente il salvatore del mondo».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù era stanco per il viaggio e si sedette accanto ad un pozzo. Lui, lo sposo cercava
incessantemente la sposa ma non è mai semplice trovarla. Il Figlio di Dio non vorrebbe separarsi
mai da noi per poter condividere ogni momento della nostra vita ma evidentemente è un’impresa
faticosa anche per Lui.
Era circa mezzogiorno e faceva caldo, la samaritana scelse un orario inusuale per andare a
prendere l’acqua, forse non voleva essere osservata. Gesù era solo perché i suoi discepoli si
erano allontanati per procurarsi delle provviste e le rivolse la parola: “Dammi da bere”. Lui giudeo,
iniziò a parlare alla donna samaritana di un’acqua che disseta, di quell’acqua che non ha bisogno
di essere continuamente attinta.
“Dammi quest’acqua – gli chiese la donna – affinché io non abbia più sete e non continui a venire
qui ad attingere acqua”. I nostri padri hanno adorato Dio su questo monte; voi invece dite che è
Gerusalemme il luogo dove bisogna adorare”. Gesù rispose alla donna che non è importante il
posto dove si prega purché lo si faccia con sincerità e se il nostro cuore è pronto basterà uno
sguardo o una Parola del Figlio di Dio per accendersi.
Avremo voglia di bere alla Sua sorgente? Riusciremo a desiderare solo la Sua acqua per
dissetarci o preferiremo diventare frequentatori di quei pozzi che illudono la nostra sete? Gesù ci
chiede di essere sempre i protagonisti della nostra vita, di non delegare mai agli altri le nostre
scelte e di abbandonare la brocca vicino al pozzo proprio
L’ESSENZA E’ OLTRE LE APPARENZE
(dal Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 9, 1-41).
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le
opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti
gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve
l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che
io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il
vostro peccato rimane».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Il passo evangelico di oggi narra di un processo ad un uomo cieco e sarà il preludio al grande processo a cui sarà sottoposto Gesù. Si inizia a respirare l’ostilità dei giudei che verrà utilizzata dai capi del Sinedrio per farlo condannare a morte a furor di popolo.
Il reo è un uomo nato cieco che dopo aver incontrato Gesù riacquista la vista. Una persona non vedente che risolve il suo problema dovrebbe suscitare una gioia immensa in chi lo incontra ma allora, come ora, la felicità degli altri può rappresentare una occasione dove l’invidia nascosta nei cuori si manifesta.
I primi “pubblici ministeri” in ordine di comparsa furono proprio i discepoli di Gesù che chiesero al Maestro le ragioni di quella cecità, di quella diversità e soprattutto di chi potesse essere stata la colpa che aveva generato quel difetto fisico. In fondo anche oggi il pensiero dominante è che il povero vive la sua condizione perché ha commesso degli errori mentre le disabilità degli altri fanno parte di un disegno che non ci appartiene quindi non ci riguarda.
Questo è solo l’inizio, il vero processo cominciò quando il cieco non fu più cieco: “Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”.
I primi ad accorgersi del miracolo furono i vicini che lo conoscevano sin dalla nascita: “Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?”, “E’ lui”, “No, è uno che gli assomiglia”, “In che modo ti sono stati aperti gli occhi?” Il cieco, oramai vedente, rispose che era stato Gesù.
Poi fu il turno dei farisei imbeccati dai vicini: “Quest’uomo (Gesù) non viene da Dio perché non rispetta il sabato”, “Come può un peccatore compiere segni di questo genere?”, “Tu, cosa dici di lui dal momento che ti ha aperto gli occhi?” L’uomo disse che Gesù era un Profeta ma questa risposta indispettì ancora di
più i farisei che, non soddisfatti, andarono ad interrogare i genitori del cieco che emularono il gesto che farà Ponzio Pilato: “Ha l’età: chiedetelo a lui”. Allora essi iniziarono ad inveire contro di lui e ad accusarlo: “Da che mondo è mondo non si è mai sentito che uno abbia aperto gli occhi ad un cieco nato”, “Sei nato
tutto nei peccati ed insegni a noi?”, e lo cacciarono via! Gesù seppe dell’accaduto ed incontrando nuovamente il cieco si rivelò: “Il Figlio di Dio è colui che parla con te, ci credi? Io sono venuto in questo mondo affinché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono diventino ciechi”.
Ascoltando queste parole i farisei si resero conto che si rivolgeva a loro. Quella guarigione fatta di sabato scatenò un putiferio; non solo era stata violata la legge ma erano state create le condizioni per gioire della felicità di un altro grazie ad un gesto d’amore gratuito. Il vero bene, la gestualità che non chiede nulla in cambio è molto indigesta da vivere perché appare incomprensibile in un mondo in cui troppo spesso si misura il dare per avere.
Il povero cieco, involontario protagonista di questa parabola mise tutti a tacere: “So che ero cieco ed ora ci vedo” mostrando a tutti un’evidenza che nessuno avrebbe voluto cogliere. Ed è questo che ancora oggi non finisce mai di stupire: solo l’amore vero non chiedendo nulla in cambio ci permette di aprire gli occhi e di comprendere l’essenza oltre le apparenze.
LAZZARO E’ RISORTO
(dal Vangelo di Giovanni 11,1-45).
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami
è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la
gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e
sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si
trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì
che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù:
«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che
qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà».
Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io
sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in
me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il
Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli
dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda
come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva
anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e
contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la
sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù:
«Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù
allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi
dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi
hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le
mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo
andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto,
credettero in lui .
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”. In effetti,
tutto apparve come se la morte avesse fatto già il suo corso e si fosse impadronita di Lazzaro,
inoltre le parole che Marta rivolse a Gesù suonarono come un po’ come un rimprovero per
essere giunto in ritardo al capezzale dell’amico. Quando Gesù invitò a togliere la pietra posta
innanzi al sepolcro di Lazzaro, ancora una volta Marta ebbe a dirgli: “Signore, manda già
cattivo odore: è lì da quattro giorni”.
Tutto sembrava irrimediabilmente compiuto, da lì non si può tornare più indietro Lazzaro
oramai faceva parte di un altro mondo ai presenti restavano solo le lacrime ed il rammarico
per il comportamento dell’amico più caro che se avesse voluto avrebbe potuto evitare quella
morte.
Gesù si commosse quando seppe di Lazzaro, scoppiò in lacrime ma volle dare alla morte
l’illusione di avercela fatta ed al sepolcro la certezza di poter custodire per sempre quel corpo.
Questa storia, fateci caso, ha molti punti in comune con quello che capiterà tra breve, come
se Gesù volesse prepararci alla Sua fine: “Morirò, ma dopo tre giorni risusciterò”.
Quella che parve a tutti un comportamento indolente fu invece una grande manifestazione
d’amicizia. Gesù, ancora una volta, non risparmiò ai parenti, agli amici la sofferenza ma non
scappò, rimase vicino a loro facendo in modo che la morte non l’avesse vinta. Spesso i nostri
desideri, i sogni e tutto ciò che chiediamo al Signore sembra che faccia parte di una sterile
ritualità, di un modo per chiedere aiuto da parte di chi non riesce da solo a risolvere i propri
problemi invece, dovremmo imparare a comprendere i progetti e i percorsi che Gesù
immagina per noi.
Gesù c’è sempre; Lazzaro è risorto nonostante i due giorni di ritardo.
DOMENICA DELLE PALME
(dal Vangelo di Matteo 26,14-75.27,1-66.).
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti
e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento.
Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?».
Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli».
I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.
Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà».
Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».
Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.
Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».
Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo».
Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati.
Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».
E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Allora Gesù disse loro: «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge, ma dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea».
E Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai».
Gli disse Gesù: «In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte».
E Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli.
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare».
E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia.
Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me».
E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».
Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?
Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà».
E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti.
E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole.
Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite ormai e riposate! Ecco, è giunta l’ora nella quale il Figlio dell’uomo sarà consegnato in mano ai peccatori.
Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina».
Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo.
Il traditore aveva dato loro questo segnale dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!».
E subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò.
E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti e misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.
Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, messa mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio.
Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada.
Pensi forse che io non possa pregare il Padre mio, che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli?
Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?».
In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato.
Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono.
Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale gia si erano riuniti gli scribi e gli anziani.
Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione.
I sommi sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per condannarlo a morte; ma non riuscirono a trovarne alcuna, pur essendosi fatti avanti molti falsi testimoni.
Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni».
Alzatosi il sommo sacerdote gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».
Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio».
«Tu l’hai detto, gli rispose Gesù, anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia;
che ve ne pare?». E quelli risposero: «E’ reo di morte!».
Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano, dicendo: «Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?».
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!».
Ed egli negò davanti a tutti: «Non capisco che cosa tu voglia dire».
Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno».
Ma egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell’uomo».
Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!».
Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò.
E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: «Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte». E uscito all’aperto, pianse amaramente.
Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire.
Poi, messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani
dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!».
Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi.
Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: «Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue».
E tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri.
Perciò quel campo fu denominato “Campo di sanguè’fino al giorno d’oggi.
Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d’argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato,
e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore l’interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose «Tu lo dici».
E mentre lo accusavano i sommi sacerdoti e gli anziani, non rispondeva nulla.
Allora Pilato gli disse: «Non senti quante cose attestano contro di te?».
Ma Gesù non gli rispose neanche una parola, con grande meraviglia del governatore.
Il governatore era solito, per ciascuna festa di Pasqua, rilasciare al popolo un prigioniero, a loro scelta.
Avevano in quel tempo un prigioniero famoso, detto Barabba.
Mentre quindi si trovavano riuniti, Pilato disse loro: «Chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù chiamato il Cristo?».
Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto; perché oggi fui molto turbata in sogno, per causa sua».
Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a richiedere Barabba e a far morire Gesù.
Allora il governatore domandò: «Chi dei due volete che vi rilasci?». Quelli risposero: «Barabba!».
Disse loro Pilato: «Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?». Tutti gli risposero: «Sia crocifisso!».
Ed egli aggiunse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora urlarono: «Sia crocifisso!».
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre più, presa dell’acqua, si lavò le mani davanti alla folla: «Non sono responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!».
E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli».
Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la coorte.
Spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto
e, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, con una canna nella destra; poi mentre gli si inginocchiavano davanti, lo schernivano: «Salve, re dei Giudei!».
E sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo.
Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello, gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono via per crocifiggerlo.
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui.
Giunti a un luogo detto Gòlgota, che significa luogo del cranio,
gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiatolo, non ne volle bere.
Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte.
E sedutisi, gli facevano la guardia.
Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei».
Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
E quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo:
«Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!».
Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano:
«Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. E’ il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo.
Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!».
Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo.
Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra.
Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia».
E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere.
Gli altri dicevano: «Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!».
E Gesù, emesso un alto grido, spirò.
Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono,
i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono.
E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.
Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo.
Tra costoro Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.
Venuta la sera giunse un uomo ricco di Arimatèa, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui discepolo di Gesù.
Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato.
Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo avvolse in un candido lenzuolo
e lo depose nella sua tomba nuova, che si era fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del sepolcro, se ne andò.
Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Màgdala e l’altra Maria.
Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i sommi sacerdoti e i farisei, dicendo:
«Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore disse mentre era vivo: Dopo tre giorni risorgerò.
Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: E’ risuscitato dai morti. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!».
Pilato disse loro: «Avete la vostra guardia, andate e assicuratevi come credete».
Ed essi andarono e assicurarono il sepolcro, sigillando la pietra e mettendovi la guardia.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Tutti quelli che vivevano accanto a Lui lo avevano avvertito che sarebbe stata una follia andare a
Gerusalemme e che lì avrebbe trovato la morte! Che cosa avrebbe dovuto fare colui destinato a
diventare per la storia “l’uomo della croce”: rinnegare sé stesso? Niente da fare; chi decide di
scegliere che l’amore è la strada da percorrere sempre, non c’è nulla che lo possa fermare,
neppure la consapevolezza di andare incontro alla propria fine.
Per portare a termine la Sua missione il Figlio di Dio ebbe bisogno degli uomini e delle donne da
cui prese in prestito tutto, tranne il peccato. Per entrare in Gerusalemme volle essere aiutato da
un puledro, animale mansueto ma tenace, per nessuna ragione incline ai compromessi. E’
paradossale, ed a volte ci sfugge, come un Re per portare a termine la Sua missione di salvezza
abbia voluto chiedere il permesso alla libertà dell’uomo di concedergli le cose di cui ebbe bisogno,
ma così avvenne.
Nella città Santa fu accolto da Re da una folla entusiasta e plaudente; tappeti e petali rossi fecero
da cornice. Quella stessa gente che lo osannava, dopo pochi giorni lo condannò a morte. I potenti
lo indicarono come un sobillatore, un nemico di Cesare. Gesù, sin dal primo momento cercò di
convincere uomini e donne del tempo che il Suo regno non era di questo mondo. Ci provò fino a
quando non lo uccisero ed a volte penso che Cristo voglia da noi proprio questo.
Lui sapeva benissimo che quegli “osanna” si sarebbero trasformati in poco tempo in “crucifigge”
ma non volle sottrarsi al Suo percorso d’amore verso il Golgota dove incontrò tradimenti, sputi,
vigliaccherie, solitudine ma anche il cireneo, la veronica, le pie donne ma soprattutto chi ebbe la
forza ed il coraggio di non distaccarsi da Lui neppure per un momento seguendolo fino alla fine.
Gesù per salvarci ci ha chiesto in prestito la nostra umanità più intima, noi per avere la forza di
restare con Lui all’ombra della Sua Croce abbiamo bisogno del Suo coraggio. Oggi,
inginocchiandoci non possiamo tenere la testa bassa, bisogna alzare gli occhi per guardare che i
Cristi morti in croce sono tutti uguali, hanno tutti le stesse ferite, sgorgano sangue dal costato e i
chiodi sono posti sempre nei medesimi posti; non è un bello spettacolo!
Oggi, ancora una volta, potremo scegliere liberamente se arrivare in cima alla collina, se alzare lo
sguardo, se allontanarci da quel posto immaginando la tristissima solitudine ed il grande amore di
una Madre che ci ha insegnato cosa vuol dire non tirarsi mai indietro.
E NOI, DOVE ABBIAMO DECISO DI STARE?
(dal Vangelo di Matteo 28,1-10).
Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria
andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò,
rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito
bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero
come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui.
È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto,
andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo
vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare
l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli
abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad
annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Da quando ho iniziato a capirci qualcosa, due sono le cose che mi hanno sempre impressionato
della storia della Passione di nostro Signore Gesù Cristo: il fuggi fuggi generale di Pietro, Andrea,
Giacomo. Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Simine il cananeo e
la discesa in solitudine dal Calvario di Maria vedova del Figlio.
Sia Maria che i discepoli interpretarono due storie di tristezza e solitudine ma di profonda diversità
pur essendo accomunati da un’unica speranza rappresentata dalle parole pronunciate in vita da
Gesù: “Risorgerò il terzo giorno!”
Poi c’era la folla che lo aveva prima osannato e poi condannato e i capi del Sinedrio che avevano
fortemente voluto quella morte, quell’omicidio risolutore che, ora avvenuto li spaventava più di
prima al punto di far sorvegliare il sepolcro da un drappello di soldati: Gesù faceva più paura da
morto che da vivo!
E che dire di Pilato, da sempre ricordato come una figura pessima perché non seppe far altro che
rappresentare la sua ignavia. La veronica, Maria Maddalena, Simone di Cirene, i due ladroni,
Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea ed infine Giuda l’unico che pagò con la morte il suo peccato.
Tutti questi decisero di essere attori o spettatori nella storia della “speranza” che cambiò il
mondo. Tutti avrebbero voluto che quella speranza si trasformasse presto nella certezza che
quegli eventi avessero un senso e che la promessa fatta da Gesù si realizzasse.
Rispetto a quella speranza, ognuno di loro decise di viverla come meglio credette: chi scappò, chi
si nascose, chi tradì, chi asciugò le ferite, chi inconsapevolmente portò la croce, chi riuscì ad
ascoltare l’ultimo respiro di Gesù.
E noi, tra questi, chi vogliamo essere, dove pensiamo sia giusto stare? La Passione ci interroga e
continuerà ad interrogarci ogni giorno perché la risposta che ci daremo indirizzerà la storia della
nostra vita.
PACE A VOI!
(dal Vangelo di Giovanni 20,19-31).
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si
trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto
questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno
perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri
discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei
chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non
credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a
porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e
guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».
Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto;
beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma
questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate
la vita nel suo nome .
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
I discepoli di Gesù avvertivano un forte senso di solitudine. Gesù era stato condannato e morto in
croce e loro non avevano neppure la possibilità di piangere il suo corpo perché nel sepolcro avevano
trovato solo le bende ed il sudario. Inoltre, anche l’apostolo Giuda era morto suicida, a volte
dimentichiamo che egli prima di essere diventato “il traditore” per tre anni aveva condiviso con tutti
gli altri presenti il cammino della predicazione di Cristo.
I discepoli erano impauriti. I Giudei li conoscevano e sapevano bene chi fossero gli undici che avevano
accompagnato Gesù in quegli anni e poco contava che nel momento più doloroso della Sua vita non
erano stati capaci di seguirlo fono in fondo.
I discepoli non sapevano cosa fare, dove andare. Essi avevano lasciato le loro case, le loro famiglie, il
loro lavoro per seguire il Figlio di Dio; ora chi avrebbe dovuto parlare o fare miracoli, chi avrebbe
tracciato la strada da percorrere?
Ed eccoli lì, chiusi in quella stanza che tante volte aveva ospitato il loro cenacolo gioioso, mentre
erano in attesa di poter vivere quella promessa fatta da Gesù che, in quei momenti, appariva tanto
lontana. A parte Tommaso che forse aveva bisogno di alleggerire le sue pene, quando tutti poterono
udire il saluto “Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” tutte le loro ansie,
preoccupazioni, paure svanirono. Come sta scritto, Tommaso non era presente e quando gli riferirono
quello che era accaduto sollevò alcune perplessità del tipo: “se non metto, se non vedo, non credo”;
avvenne che a tutti regalò la pace e a Tommaso anche le Sue ferite. Tommaso, non deve essere
giudicato male, quando viviamo una delusione d’amore, non sempre riusciamo ad avere la forza per
ricominciare.
“Perché mi hai veduto, hai creduto, beati quelli che non hanno visto ed hanno creduto! Gesù volle dire
a tutti quelli che sarebbero venuti dopo gli Apostoli, quindi anche a noi, che avremmo dovuto
imparare a fidarci di Lui da quel momento in poi.
E’ impressionante come l’aria pesante vissuta in quel cenacolo prima dell’arrivo di Gesù, somigli tanto
ai tempi che stiamo vivendo. Chi di noi non desidererebbe che Gesù donasse nuovamente la pace a
noi, ai governanti, alle terre devastate dagli odi. Siamo tutti alla ricerca di qualcuno che sappia
insegnarci la strada che porti la pace nel mondo ma anche e soprattutto nella nostra vita. Forse, siamo
diventati superficiali ed indifferenti perché pensiamo che la mancanza di pace debba riguardare solo
gli altri e non sia un nostro problema; troppo preoccupati solo a valutare quanto gli effetti dei conflitti
possano cambiare le nostre esistenze.
Seduti in quel cenacolo ci saremo sempre anche noi, impauriti, delusi, soli perché non riusciamo più a
cogliere l’importanza e la bellezza della presenza di Gesù accanto a noi.
APRIAMO LE NOSTRE PORTE SENZA PAURA
(dal Vangelo di Giovanni 10,1-10).
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto
delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi
invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore
ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce
fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le
pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo
seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle
pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore
non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato;
entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e
distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
La Chiesa e l’ovile e Gesù è la porta da attraversare per andare verso il mondo.
L’uomo della croce ha abbandonato quei tristi legni ed è risorto. Noi, ogni giorno,
siamo chiamati ad uscire dalle nostre abitudini, comodità, comfort e raggiungere le
periferie delle nostre vite che conosciamo bene ma che spesso ci spaventano.
Gesù, il Buon Pastore, ci indica la strada, ci chiama per nome, ci chiede di aprire le
porte del nostro cuore e diventare “porte aperte” per i fratelli.
Ogni giorno incontriamo esempi di lontananze e chiusure che alimentano le nostre
paure e ci propongono di vivere delle solitudini che magari non ci rendono felici ma ci
faranno “vivere più tranquilli”. Senza rendercene conto imboccheremo la strada che ci
condurrà ad un lento assopirsi dei nostri desideri; un brutto giorno capiremo che nel
nostro cuore non c’è più spazio per sognare.
“E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo
seguono perché conoscono la sua voce”. Gesù è il pastore, non scappa mai, ci insegna
a non scappare e ci chiede di seguirlo. Se vorremo, potremo sempre ascoltare la Sua
voce, la Sua Parola ci indicherà la strada da percorrere.
Lungo la via incontreremo anche ladri e briganti, portatori di morte e dolore, dovremo
essere bravi a riconoscerli perché si presenteranno con garbo ed astuzia proponendoci
passioni e frivolezze che dureranno pochi istanti ma soprattutto rallenteranno i battiti
del nostro cuore.
“Ma essi non capirono di cosa parlasse”. L’Evangelista Giovanni si riferisce ai farisei e a
tutti quelli che non riescono proprio a capire cosa dice Gesù perché il loro mondo è
lontano e diverso da quello del Buon Pastore. Essi, per comprenderlo dovrebbero
essere così coraggiosi da abbandonare il loro modo di pensare rinunciando ad
interessi, privilegi, potere.
Solamente aprendo la nostra porta riusciremo a vedere cosa c’è fuori, potremo
incontrare, conoscere, abbracciare, camminare insieme ad altri, senza avere paura
perché Gesù non ci lascerà mai soli. Il dono della vita non è un privilegio ma un’offerta
ricca di gratitudine affinché tutti coloro che incontriamo possano avere una.
Non possiamo aspettare che siano gli altri ad aprile le loro porte: dobbiamo farlo noi
perché anche il tempo è un dono di Dio.
IO SONO LA VIA, LA VERITA’ E LA VITA
(dal Vangelo di Giovanni 14,1-12).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in
Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei
mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto,
verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io
vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli
disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete
veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo
sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi
tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che
io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne
compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Non sia turbato il vostro cuore”. Mi verrebbe da chiedere a Gesù: Signore, come si fa di questi
tempi a non avere il cuore turbato? Anche se, a pensarci bene, la storia ci ha insegnato che le
guerre e le violenze hanno sempre fatto parte della vita degli uomini.
Oggi Gesù ci chiede di fidarci di Lui e di non perdere la pace interiore qualsiasi cosa accada. E’
un avvertimento: finché c’è vita ci saranno sempre turbamenti che proveranno ad
impossessarsi delle nostre menti e dei nostri cuori. Noi non dobbiamo permettere che questo
accada!
“Io sono la via, la verità e la vita”. Domenica scorsa Gesù ci disse di essere la porta che se
attraversata ci condurrà al Padre. Innanzi a quella porta potremmo arrivarci provenendo da
tanti posti differenti ma, una volta giunti lì, solo Gesù potrà accompagnarci a contemplare il
volto del Padre, nessun altro potrà farlo. Filippo gli chiese di mostrargli il Padre! “Da tempo sono con voi e non avete visto il Padre?”
Come dire: se Dio esiste allora bisogna trovarlo quaggiù. Noi dovremo imparare a riconoscerlo e se non ci riusciremo, saremo tra quelli che negheremo la Sua esistenza lassù nei cieli e qui
sulla terra.
IL PARACLITO RESTERA’ CON NOI PER SEMPRE
(dal Vangelo di Giovanni 14,15-21).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io
pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della
verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché
egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete,
perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal
Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Non vi lascerò orfani: verrò da voi.” Dopo tutto quello che era accaduto non era semplicissimo credere
che Gesù potesse restare con gli Apostoli per sempre e soprattutto come. Lo stato d’animo di chi
aveva condiviso con Lui la strada percorsa somiglia un po’ al nostro quando ci sentiamo abbandonati
perché le cose non vanno come desidereremmo e quella presenza sovrannaturale rassicurante che
vorremmo accompagnasse i nostri passi invece, ci appare assente.
Probabilmente il nostro rapporto con l’Eterno è troppo condizionato dal “se non vedo non credo”.
Forse, per credere, abbiamo bisogno di prove certe altrimenti alla prima delusione rischiamo di
mettere tutto in discussione. Amare ad occhi chiusi e gratuitamente oramai è una modalità che
convince solo pochi. Troppo forte la paura di restare soli oppure riteniamo che nessuno “faccia niente
per senza niente”?
Oggi Gesù ci dice chiaramente che Lui non ci sarà più e che dovremo imparare ad accogliere un’altra
presenza: Il Paraclito che, resterà con noi per sempre. Il Signore vuole assicurarsi che ci sia una
continuità che non ci allarmi, che non ci faccia dubitare di Lui, che non permetta ad altri profeti di fare
breccia nel nostro cuore. Ma noi, siamo pronti ad accogliere questa nuova presenza?
“Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete”. Dovremo imparare a vivere diversamente, il
nostro sguardo resterà sempre addolorato quando i nostri occhi incontreranno quelli di Gesù morente
sulla croce ma noi sappiamo che quel viso non è l’ultima scena. Il Signore è Risorto e mostrandoci la
vittoria sulla morte ed oggi, ancora una volta, ci dice che non resteremo mai soli se impareremo a
cercarlo.
IL TEMPO DA SOLO NON CAMBIA MAI LE COSE
(dal Vangelo di Matteo 28,16-20).
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato
dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho
comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Non è semplice per chi ha vissuto un grande amore gestirne la mancanza. Bisogna affrontare un lavoro
interiore enorme per far fronte al timore di perdere i pezzi, i ricordi, i momenti importanti di una storia.
Per imparare a vivere un’assenza, una lontananza non si può attendere che avvenga un “miracolo”,
bisogna dedicarsi con passione e sofferenza. Le cose non si aggiustano da sole, non possiamo
immaginare che il tempo faccia la sua parte mentre noi restiamo immobili sui nostri davanzali ad
osservare le nuvole che si rincorrono.
Erano più di quaranta giorni che Gesù Risorto bussava continuamente ai loro cuori per aiutarli a vivere
diversamente il loro rapporto con Lui, doveva ricordare a ciascuno di loro che non sarebbe andato mai
via e che sarebbe bastato cercarlo per trovarlo anche se, Egli sapeva bene quanto fosse complicato
trasformare quei dubbi in speranze.
Ricordate al tempo della pandemia quando ci dicevamo che: “nulla sarebbe stato più come prima” e
che “questa batosta ci voleva: diventeremo più buoni”, oppure che “sarebbe andato tutto bene prima
o poi”? A parte l’esito della pandemia che ha esaurito la sua efficacia, per il resto non ho colto
miglioramenti nelle relazioni o slanci di generosità reciproca conseguenti a quel periodo che avrebbe
potuto ispirare reali atteggiamenti di vicinanza al prossimo anzi, cedo che a partire da quei giorni i
cuori si siano maggiormente induriti. Forse pensavamo che il compito di “cambiare” spettasse
esclusivamente agli altri e che le cose, soprattutto quelle d’amore, sarebbero migliorate magicamente
col trascorrere del tempo ma non poteva essere così.
Gesù, anche stavolta pur conoscendo le difficoltà e i dubbi che si erano impossessati degli “undici” non
promise felicità, gioia e comodità ma li rassicurò garantendo la Sua presenza a tempo indeterminato.
Insomma, ci sarà da lottare, da sudare, da combattere tante battaglie contro Satana i cui esiti saranno
incerti ma Lui sarà sempre accanto a noi.
“Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”. Soprattutto nei momenti di debolezza la tentazione di
vivere comodamente a rimorchio potrà fare breccia nelle nostre menti e nei nostri cuori. Oggi però,
Gesù ci chiede di prendere per mano le storie della nostra vita come se dipendessero solo da noi,
senza paura perché: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
SOCI?
(dal Vangelo di Giovanni 20,19-23).
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si
trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto
questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno
perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Siamo sinceri: quel Venerdì Santo ci ha sconvolti, ci ha cambiato la vita. Troppo pesante il legno di
quella croce, troppo lunga la sua ombra di morte. Le nostre convinzioni erano altre, a “modo nostro”
pensavamo che Gesù avrebbe finalmente seminato su questa terra giustizia ed amore.
Probabilmente l’errore di interpretazione che i dodici, poi diventati undici, fecero è il medesimo in cui
finiamo per incappare anche noi quando decidiamo di “amare a modo nostro”. In altre parole: “io prima
dell’altro”.
Gesù conosce bene i nostri cuori, le nostre paure, le nostre difficoltà ad intraprendere un cammino
senza la Sua presenza e soprattutto dopo aver immaginato altro ma il Suo amore è ostinato, non si
fermerà mai difronte a nulla, continuerà a bussare alla porta del nostro cuore ogni giorno.
Conosceremo persone, individueremo delle opportunità, visiteremo case e luoghi dove non ci
accoglieranno perché non conoscono la Sua Parola. Insomma, non ci sarà né tempo né spazio per
pantofole & divani, Gesù non ci ha mai promesso una esistenza tranquilla a rimorchio d’altri e
continuerà a chiederci di essere protagonisti e non spettatori della nostra vita.
Egli ha fatto la Sua parte, noi dobbiamo fare la nostra! Non più clienti o fornitori ma soci della stessa
impresa, da questo momento in avanti bisognerà dividere tutto a metà. La Pentecoste è una grande
occasione, è il vento che ci spinge fuori e ci dona la forza per lasciare vuota la stanza dove abbiamo
trascorso questo tempo a tormentarci credendo di aver vissuto l’ennesima illusione.
Pentecoste è decidere di lasciarsi coinvolgere, è avere coraggio, è lasciare in soffitta gli agi e quella
tranquillità figlia del non far nulla, è non credere che il bene debba finire necessariamente sempre
bene. Il Suo 50% è: resterò sempre con te! La nostra partecipazione tocca a noi sceglierla.
LA TRINITA’: UNA FAMIGLIA
(dal Vangelo di Giovanni 3,16-18).
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Nicodemo era un membro del Sinedrio, appassionato del mistero di Dio e di nascosto, di notte, va a parlare con Lui.
Gesù lo ascolta, capisce che è un uomo in ricerca e allora prima lo stupisce, rispondendogli che per entrare nel Regno di Dio bisogna rinascere; poi gli svela il cuore del mistero dicendo che Dio ha amato così tanto l’umanità da mandare il suo Figlio nel mondo. Gesù, dunque, il Figlio, ci parla del Padre e del suo amore immenso.
Il Padre e il Figlio sono un’immagine familiare che, se ci pensiamo, cambia ilnostro immaginario su Dio.
La parola stessa “Dio”, infatti, ci suggerisce una realtà singolare, maestosa e distante ed a volte incomprensibile, mentre sentir parlare di un Padre e di un Figlio insieme ci riporta a casa ispirandoci un’idea di famiglia.
Possiamo pensare Dio così, attraverso l’immagine di una famiglia riunita a tavola, dove si condivide la vita, dove si raccontano i pensieri, i sogni e si prendono le decisioni. Del resto, quella dell’ultima cena, che allo stesso tempo è un altare, è un simbolo con cui certe icone raffigurano la Trinità. È un’immagine che ci parla di un Dio comunione. Padre, Figlio e Spirito Santo: comunione, non giudizio. Ma non è solo un’immagine, è realtà!
È realtà perché lo Spirito Santo, lo Spirito che il Padre mediante Gesù ha effuso nei nostri cuori, ci fa vivere la presenza di Dio ogni istante: presenza sempre vicina, compassionevole e tenera. Ci dona la vicinanza di un Padre che perdona quando i suoi Figli si allontanano da Lui e non ci fa mai mancare la forza dello Spirito per rialzarci dopo le cadute.
IMPARIAMO A DISTRIBUIRE NOI STESSI QUESTO PANE
(dal Vangelo di Giovanni 6,51-58).
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in
eterno».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Oggi, la celebrazione del Corpus Domini ci offre l’opportunità, da una parte, di valorizzare e ringraziare il Signore Gesù per il grande dono che ci viene offerto nel Sacramento dell’Eucaristia e dall’altra per
riflettere sul rapporto che abbiamo con essa.
Nell’Eucarestia si realizza la promessa del Signore: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” ma, questa presenza sacramentale che ha inizio nell’Ultima Cena, quando Gesù “spezza e distribuisce” il suo Corpo e il suo Sangue, come impatta nella nostra vita? È diventata ritualità oppure rappresenta una necessità? San Giovanni, nel suo Vangelo, ci dice che ciascuno dei segni compiuti da Gesù aveva lo scopo di suscitare e rafforzare la fede in Lui. San Paolo, da parte sua, sottolinea la grande importanza della Risurrezione: “Se Cristo per noi non è risorto, vana è la nostra fede” Ma questa fede noi, come l’alimentiamo? Pensiamo che il modo migliore per farlo è nutrirsi sempre e comunque del Corpo stesso del Signore perché: “La mia carne è vero cibo”?
Questa solennità, ci ricorda anche la responsabilità che abbiamo non solo di essere ben preparati a riceverLo, ma anche di “mangiarLo davvero”.
Infatti, il suo Corpo ci darà vita nella misura in cui gli permetteremo di diventare parte di noi stessi. Per questo, secondo Leone XIV, “la partecipazione alla liturgia non termina nel tempio, ma trasforma la
vita quotidiana”. Ed è proprio questa la vera sfida: affinché Gesù possa vivere dentro di noi, dobbiamo farci da parte, bisogna fare in modo che le nostre aspettative di primeggiare, di visibilità, di progredire nelle scale sociali che altri hanno disegnato per noi, vengano abbandonate.
Detto in altre parole, la nostra Comunione con il Signore, la Santa Eucaristia, il Corpus Domini, sarà realmente efficace in noi se la nostra testimonianza di fede diventerà un vero segno affinché gli altri
credano in Lui. Lo stesso Signore ce lo ha suggerito con queste parole: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è
nei cieli” Oggi, l’intero messaggio da ascoltare e vivere è contenuto “nel pane”. Il sesto capitolo del Vangelo secondo San Giovanni riferisce il miracolo della moltiplicazione dei pani, seguito da un gran discorso di Gesù, del quale uno dei frammenti ascoltiamo oggi. Vi sono folle affamate che necessitano di pane. Vi è una intera umanità condannata alla morte e al vuoto, priva di speranza, che ha bisogno di conoscere Gesù Cristo. Vi è un Popolo di Dio credente e camminatore che vorrebbe incontrarlo visibilmente per continuare a credere vivendo di Lui. Tre classi di fame e tre esperienze di sazietà,
che corrispondono a tre forme di pane: il pane materiale, il pane che è la Persona di Gesù Cristo ed il pane eucaristico.
Per dare senso alla nostra vita di fede, noi dovremo imparare a spezzare questo pane e distribuirlo ai fratelli.
GLI OPERAI NELLA TERRA SONO SEMPRE STATI IN POCHI
(dal Vangelo di Matteo Mt 9,36 – 10,8).
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Chi di noi non si riconosce nella pecora stanca, sfinita e delusa che a un certo punto si perde e non riesce più a trovare il suo pastore? In alcune fasi della nostra vita, facciamo molta fatica a credere che “la messe è molta” a sperare che la nostra esistenza possa essere vissuta da protagonisti, affardellati come siamo dalle preoccupazioni, dalle speranze deluse, dalla stanchezza che ci opprime.
Oggi Gesù ci ricorda nuovamente la nostra missione di seminatori e soprattutto che gli operai che devono andare a lavorare nei campi siamo proprio noi. Tra i dodici apostoli non possiamo non leggere anche il nostro nome, uomini e donne del nostro tempo. Dobbiamo affrettarci ad individuare qual è il grano buono per la mietitura, cioè ad operare quel discernimento che ci convinca una volta per tutte che tocca innanzitutto a noi preparare il regno di Dio sulla terra e non pensare che sia compito degli altri.
“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Spesso dimentichiamo quello che abbiamo ricevuto in dono, senza meriti, senza sforzi, a tutte le bellezze che ci sono state affidate e che abbiamo il compito di donare gratuitamente ma anche a ciò che di noi ci piace di meno, anche queste nostre caratteristiche sono zolle di terreno da seminare.
“Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele”. E’ forse un cedimento ai pregiudizi ed alle preferenze coltivate dal pensiero di parte di noi credenti? Niente di tutto questo; la Chiesa (cioè noi) è chiamata a santificare il mondo; pertanto, deve innanzitutto santificare sé stessa; essa è stata inviata da Gesù a proclamare la libertà, l’uguaglianza, la pace, il rispetto per tutte le persone, la vicinanza, la cura, la gratuità. La Chiesa deve essere sempre faro, luce che illumina il mondo ed ha bisogno di lasciarsi illuminare per prima dalla Parola del Suo Signore. Oggi, la celebrazione del Corpus Domini ci offre l’opportunità, da una parte, di valorizzare e ringraziare il Signore Gesù per il grande dono che ci viene offerto nel Sacramento dell’Eucaristia e dall’altra per riflettere sul rapporto che abbiamo con essa.
Nell’Eucarestia si realizza la promessa del Signore: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” ma, questa presenza sacramentale che ha inizio nell’Ultima Cena, quando Gesù “spezza e distribuisce” il suo Corpo e il suo Sangue, come impatta nella nostra vita? È diventata ritualità oppure rappresenta una necessità? San Giovanni, nel suo Vangelo, ci dice che ciascuno dei segni compiuti da Gesù aveva lo scopo di suscitare e rafforzare la fede in Lui. San Paolo, da parte sua, sottolinea la grande importanza della Risurrezione: “Se Cristo per noi non è risorto, vana è la nostra fede” Ma questa fede noi, come l’alimentiamo? Pensiamo che il modo migliore per farlo è nutrirsi sempre e comunque del Corpo stesso del Signore perché: “La mia carne è vero cibo”?
IMPARIAMO A RICONOSCERE GESU’ NEGLI UOMINI
(dal Vangelo di Matteo Mt 10, 26 – 33).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.
Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Nel Vangelo di questa domenica risuona l’invito che Gesù rivolge ai suoi discepoli e a tutti noi a non avere paura, ad essere forti e fiduciosi di fronte alle sfide della vita, preavvisandoci delle avversità che ci attendono. Con brano di oggi inizia il discorso missionario con cui il Maestro prepara gli Apostoli alla prima esperienza di annuncio del Regno di Dio. Gesù li esorta e ci esorta con insistenza a “non avere paura”. La paura può diventare uno dei nemici più ostici della nostra vita cristiana.
Vi confesso che se da un lato sono meravigliato del significato profetico della esortazione di Gesù, dall’altro, se oggi potessi rivolgergli una domanda essa potrebbe essere:” Come si fa oggi a non avere paura del futuro?”. Come si può non inquietarsi ascoltando tutte le voci che ci confondono continuamente? Avere paura vuol dire che Satana con noi sta facendo un buon lavoro perché ci
sta convincendo che solo pensando “ai fatti nostri” abbiamo qualche possibilità di continuare a trattenere ciò che possediamo. Gesù descrive tre situazioni concrete che noi affrontiamo continuamente; esse
sono delle vere e proprie tentazioni: edulcorare il Vangelo, scansare le persecuzioni, e la sensazione di essere stai abbandonati da Dio. Anche Gesù ha sofferto questa prova nell’orto degli ulivi e sulla croce: “Padre, perché mi hai abbandonato?” A volte, magari anche inconsciamente, proviamo a negare che Gesù abbia potuto vivere le stesse sofferenze che ci affliggono, come se Lui non fosse stato un uomo come noi. Questa convinzione è spesso conseguente ai momenti di aridità spirituale che ubriacano il nostro cuore impedendogli di battere per Lui e, abbiamo paura. Ci stiamo rassegnando ed abituando tristemente alla cultura dei tradimenti ma con Gesù non è stato e non sarà mai così; il Padre si prende sempre cura di
noi, perché grande è il nostro valore ai suoi occhi. Ciò che importa è la franchezza, è trovare il coraggio della nostra testimonianza, della testimonianza di fede: “riconoscere Gesù negli uomini” è il gesto d’amore più grande.
ACCOGLIERE E’ UN’ATTENZIONE INVISIBILE
(dal Vangelo di Matteo 10,37-42).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» .
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Chi avrà tenuto per sé la proprie vita, la perderà”. Secondo voi, scorrendo nelle storie delle nostre vite, i verbi “possedere ed accogliere” ci hanno condotto nella medesima direzione?
Bisogna decidere, e possibilmente al più presto possibile, se la porta di casa nostra, del nostro cuore vogliamo tenerla aperta oppure no. Non credo che l’accoglienza debba riguardare esclusivamente gli “stranieri” cioè coloro che provengono da altri posti ma tutti coloro che incontriamo sulla nostra strada e che, incrociando i loro occhi, pensiamo possano avere bisogno di noi.
Essere accoglienti non vuol dire adoperarsi necessariamente in grandi gestualità di cui magari pensiamo di non essere capaci oppure di non avere i mezzi per realizzarle; mi sto riferendo al Vangelo vissuto nelle piccole cose, nei gesti nascosti, dal desiderio di mostrarsi accogliente sempre e comunque. A volte bisogna chiedersi cosa vuol dire per noi “offrire un bicchiere d’acqua fresca” perché Gesù questo ci ha
chiesto di fare. Per accogliere bisogna diventare docili, gentili, disponibili alla comprensione ma,
mostrarsi mansueti non sempre ci convince perché queste caratteristiche spesso vengono attribuite a coloro che non sanno farsi rispettare e noi non vogliamo appartenere a questa categoria di persone.
Accogliere è una gestualità invisibile che non prevede né ricompense né applausi ed è l’unica catechesi del Vangelo.
E SE IL GIOGO DIVENTASSE PESANTE?
(dal Vangelo di Matteo 11,25-30).
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il
Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù ci invita a portare il suo giogo e a imparare da Lui, che è “mite e umile di cuore”. Portare il giogo del Signore significa innanzitutto: imparare da Lui, essere sempre disposti a seguire i suoi passi. Da Lui dobbiamo apprendere la mitezza e l’umiltà; l’umiltà di Dio si mostra nel Suo essere stato uomo.
Ma noi, siamo realmente disponibili a credere in un Dio che si è fatto uomo in tutto e per di più umile e mite? O nutriamo sempre il dubbio che l’essere sempre e comunque “Figlio di Dio” gli ha permesso di vivere sulla terra con la “garanzia” che alla fine tutto si sarebbe risolto in un “happy end” ed anche le
sofferenze vissute, “in fondo in fondo” erano lenite dalla la Sua divinità che gli avrebbe permesso di mostrarle ma non di patirle realmente? Purtroppo, questi sono i nostri pensieri, i nostri dubbi che poco riguardano l’amore che Dio prova verso l’umanità intera.
Credo che la parte più vera della sua esperienza terrena sia: “Dio voleva rendersi conto di che cosa significa per noi l’obbedienza e voleva misurare il tutto in base alla propria sofferenza; solo così, Egli ha potuto conoscere direttamente su di se ciò che noi sperimentiamo realmente, cosa gli chiediamo
e quanta indulgenza eventualmente meritiamo.
Recitando la preghiera del “Padre nostro”, ci rivolgiamo a Lui chiedendogli che “sia fatta la sua volontà”, quanto è semplice ripeterlo ma è durissimo viverlo! A volte vorremmo dire a Gesù: Signore, il tuo giogo non è per niente leggero. È anzi tremendamente pesante in questo mondo. Ma guardando poi a Lui che
ha portato tutto, che su di sé ha provato l’obbedienza, la debolezza, il dolore, il buio, allora questi nostri lamenti si spengono. Il suo giogo è quello di amare insieme a Lui, è credere senza riserve a quell’amore senza interesse di cui ci ha parlato e che ha vissuto in prima persona. Più amiamo Lui, e con Lui diventiamo persone che amano, più leggero diventa per noi il suo giogo apparentemente pesante.
SEMINARE O RACCOGLIERE?
(dal Vangelo di Matteo 13,1-23).
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla
che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare.
Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.
Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito,
perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo
radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra
parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha
orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli
rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è
dato. Infatti, a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a colui che non ha,
sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando
non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi
dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo
videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del
Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo
cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno
sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici
ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della
Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma
la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa
non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la
comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Credo che ognuno di noi avrebbe bisogno di leggere questa parabola ogni giorno; è
un’iniezione di fiducia che ci aiuterebbe a cacciare via le delusioni e le tristezze che
accumuliamo.
Gesù ci parla del Suo Ministero, ma parla anche di noi, ci dice come dovremmo seminare
senza cadere nelle tristezze delle delusioni quando i risultati non sono pari alle nostre
aspettative.
Potrebbe sorprenderci la circostanza che il seme viene gettato anche dove, secondo noi,
avrà poche possibilità di crescere, ma la Parola è per tutti! Gesù, quando è vissuto in
mezzo a noi non ha lasciato indietro nessuno, né ha diviso il mondo in buoni e cattivi; a
questo ci abbiamo pensato noi. L’uomo della croce non ha parlato solo con chi certamente
lo avrebbe ascoltato e non ha temuto insuccessi e tradimenti; infatti, è morto in croce.
Delusioni ed incomprensioni hanno scandito l’esperienza umana del Figlio di Dio, ma non
si è arreso, non smettendo mai di credere nel Padre fino all’ultimo respiro.
La Parola dà frutto sempre e chi semina non deve pensare a raccogliere; è complicato
crederci ma questo è il senso della parabola di oggi. Probabilmente abbiamo paura di
seguire Gesù nell’idea di investire tutto quello che abbiamo in un qualcosa che neppure
vedremo noi, che spesso, senza “adeguate garanzie” temiamo di mettere in gioco la
nostra vita ed il nostro futuro.
Essere disposti a seminare vorrà dire scrollarci di dosso le ansie e le preoccupazioni dei
numeri, delle statistiche, dei risultati ad ogni costo, tutti aspetti che spesso si
impadroniscono delle nostre esistenze.
Gesù non ci ha chiesto di raccogliere. Solo chi dona gratuitamente preparerà il Suo Regno
quaggiù.
GRANO E ZIZZANIA INSIEME? CHE STRANO.
(dal Vangelo di Matteo 13,24-43).
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei
cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma,
mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al
grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la
zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore,
non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”.
Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi
che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che,
raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una
e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò
ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il
grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello
di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di
tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e
diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi
rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una
donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se
non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del
profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per
dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui
che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme
buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che
l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli
angeli. Come, dunque, si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così
avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali
raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono
iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di
denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha
orecchi, ascolti!».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù paragona il Regno dei cieli ad un campo di grano, per farci comprendere
che dentro di noi è seminato qualcosa di piccolo e nascosto, che, tuttavia,
possiede un’insopprimibile forza vitale. Malgrado tutti gli ostacoli, il seme del
bene si svilupperà e il frutto maturerà. Questo frutto sarà buono solo se il
terreno della nostra vita sarà alimentato dalla Parola di Dio.
Il Grano e la zizzania, il bene ed il male, vivono nello stesso appezzamento di
terra, non in due campi diversi. Questa convivenza, ad alcuni appare una
situazione poco chiara al punto di stimolare la domanda: “Non hai seminato del
buon seme nel tuo campo, Signore? Da dove viene la zizzania?” Se sei così
buono, come mai hai seminato il male in questa storia? “Un nemico ha fatto
questo!” La carità non deve cancellare la giustizia, ogniuno deve prendersi le
sue responsabilità!
“Vuoi che andiamo a raccoglierla?” Chiesero alcuni di loro forse sperando che il
Signore apprezzasse la loro intraprendenza. “No, non succeda che raccogliendo
la zizzania, sradichiate anche il grano”. Gesù fa chiarezza: che il male cresca
con il bene affinché ne venga contagiato, che Satana lavori nello stesso
appezzamento di terreno dove opera il Signore.
Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta nel
giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che
impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa
parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano”
e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con
pazienza, non giungerebbero al cambiamento”.
Se dunque siamo figli di un Padre così grande e buono, cerchiamo di
assomigliare a Lui! Il Dio in cui crediamo è premuroso; proteggere e far
crescere un po’ di bene nelle persone vale molto di più di estirpare tutto il
male.
NON FACCIAMOCI ILLUSIONI: DIPENDERA’ SEMPRE E SOLO DA NOI.
(dal Vangelo di Matteo 13,44-52).
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va,
pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di
grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci.
Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e
buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni
e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba,
divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose
nuove e cose antiche».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Questa volta Gesù usa il racconto della pesca rivolgendosi a coloro che avevano scelto di seguirlo,
immaginando che per loro sarebbe stato semplice comprenderlo, in quanto erano tutti figli o nipoti di
pescatori. Egli, cerca di spiegare cosa sia questo benedetto “Regno dei Cieli” partendo da quello che
gran parte di loro già conoscono, l’arte della pesca: “Il Regno dei cieli è simile ad una rete gettata nel
mare, che raccoglie ogni genere di pesci”.
A questo proposito, la prima rivelazione riguarda un aspetto di grande impatto: la salvezza è rivolta a
tutti e non una possibilità alla portata solo per alcuni privilegiati! La rete gettata nel mare catturerà
pesci di ogni genere e qualità, non solamente i pesci pregiati ma tutti quelli che si attaccheranno alle
sue maglie.
Soltanto: “Quando sarà piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni
nei canestri e buttano via i cattivi”. Per cui; il pescatore, avendo buttato la rete in mare ha fatto quello
che doveva fare ed anche la rete, avendo trattenuto i pesci che si sono lasciati catturare ha
completato la sua opera. Insomma, i pescatori e la rete hanno esaurito il loro compito. D’ora in avanti
la destinazione finale dei pesci, tra l’essere raccolti nei cesti o gettati via, dipenderà esclusivamente da
loro e dalla volontà di essere pesci buoni o cattivi.
Gesù ci presenta continuamente delle occasioni proponendo nelle nostre vite delle possibilità: manda
a largo i pescatori, li invita a gettare le reti e poi a raccogliere i pesci. Sarà sempre una nostra scelta
individuare chi conterà realmente nelle nostre esistenze, scegliere tra le persone che incontriamo
quelli con cui proseguire nel nostro cammino dietro di Lui, impegnarci, sporcarci le mani o restare
comodi sui nostri divani, guardare negli occhi il nostro prossimo o specchiarci negli schermi.
Diventare buoni & bravi, dipenderà sempre da noi solo da noi.
“Il Dio che ti ha creato senza di te, non potrà salvarti senza di te” – Sant’Agostino.
PER PAURA O PER AMORE?
(dal Vangelo di Matteo 14,22-33).
Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”.
Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: “Davvero tu sei Figlio di Dio!”.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Il passo evangelico di oggi ci ricorda che, nonostante la presenza viva e vera di Gesù nella loro vita, anche i discepoli vissero un’esperienza di paura; è la stessa difficoltà che ci condiziona quando viviamo le nostre vicende faticose.
Gesù costringe i discepoli a fare i conti con le loro paure per guardarsi dento, per comprendere realmente di che pasta sono fatti. Anche loro, appena inciampano in una difficoltà si lasciano prendere dallo spavento e la presenza di Dio nelle loro vite sembra scomparire; insomma, un po’ come capita a noi.
Attraversare il mare è l’immagine del viaggio della vita, in cui ogni giorno sfidiamo la paura di non farcela. Anche nelle vite dei discepoli, come nelle nostre, arriva improvvisamente la notte, con le sue onde tumultuose che fanno perdere l’equilibrio.
L’acqua comincia ad entrare nella barca. Il vento è contrario e tutto diventa difficile; le cose non vanno come ci saremmo aspettati. Gesù li aveva costretti a mettersi in viaggio e ora li fa aspettare prima di soccorrerli. A volte non riusciamo proprio a capire perché il Signore ci lascia nella prova più a lungo di
quanto vorremmo ma solo lui ne conosce la ragione. Gesù ci porta in mare per proteggerci, per insegnarci a nuotare e non farci annegare quando arriveranno le tempeste del cuore. Noi, come Pietro, vorremmo una vita sempre interessante, piena di cambiamenti e di emozioni. Poi, però, quando arrivano sembra che ci manchi la terra sotto i piedi e Gesù viene messo continuamente sotto processo: si è scordato di noi!
Quella notte, i cuori dei discepoli sono stati svelati: non sono pronti, non si fidano, non credono ancora in Gesù. Presi dalla paura, pensano che sia semplicemente un fantasma, ovvero una presenza inefficace. Così percepiamo Dio a volte nella nostra vita: pensiamo che ci sia, ma in modo del tutto irrilevante.
Abbiamo paura, proviamo a credere, per un po’ ci riusciamo, ma poi ritorniamo sui nostri dubbi e ci perdiamo: sembra proprio la storia di ciascuno di noi. Ma è proprio in quel momento che facciamo un’esperienza simile a quella di Pietro: mentre rischiamo di sprofondare nelle acque della morte, ci rivolgiamo al Signore ed Egli ci salva afferrandoci la mano e tirandoci su. Lui, non ci abbandona mai!
Per potergli chiedere: “Signore Salvami” dobbiamo aver fiducia di Lui, altrimenti il nostro sarà stato soltanto un grido senza senso, urlato per paura e non per amore.
A CHE PUNTO E’ LA NOSTRA FEDE?
(dal Vangelo di Matteo 15, 21-28).
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea,
che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia
figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene
dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della
casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli
rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore –
disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro
padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da
quell’istante sua figlia fu guarita.
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Gesù provoca la fede di questa donna pagana fino all’inverosimile con un linguaggio che ci
risulta difficile da capire.
Lo scopo di Gesù, quello che realmente voleva che i discepoli comprendessero, era fare
vedere a tutti che un pagano, poteva essere nella fede, più avanti di tanti Giudei. Insomma,
per Dio, nessuno è straniero: egli è Padre di tutti. La verità è che ancora una volta emergono
quelle divisioni che noi uomini e donne abbiamo creato e che ci allontanano dal nostro
prossimo.
Gesù oggi ci insegna, ancora una volta, che la salvezza è per chiunque: tutte le genti sono
salvate da lui. Allora, il nostro compito sarà quello di dover annunciare con le opere, con la
vita, che siamo tutti figli di Dio. Invece di creare le differenze ed avvicinarci soltanto a chi ci
piace, dovremmo chiederci a che punto è il nostro cammino di fede e se è simile a quello
della donna cananea che ebbe la forza di chiedere aiuto all’uomo della croce per una ragione
semplicissima: credeva in Lui senza condizioni.
Forse, è proprio quella fede ostinata della cananea che ci spaventa, facciamo difficoltà a
viverla perché ci spinge a credere e ad abbandonarci nelle Sue braccia senza il paracadute.
Questa è una modalità che ci fa paura! Meglio porre dei limiti, come nelle nostre relazioni.
Solamente immergendoci in Dio, creeremo finalmente il mondo dei figli di Dio dove non ci
saranno più stranieri.
“CHI DITE CHE IO SIA?”
(dal Vangelo di Matteo 16, 13-20).
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente,chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Fare domande, a volte, può diventare una modalità relazionale anche se “chiedere” dovrebbe nascere solo dall’esigenza di conoscere, sapere, capire, ma non sempre è sempre così. Poi ci sono alcune domande che ci vengono rivolte da quelle persone che contano nella nostra vita, sembrano richieste apparentemente innocue ma che, per essere realmente esitate, c’è bisogno di interrogare solamente il cuore. Gesù era solo con i suoi discepoli, con i suoi amici, con coloro che aveva scelto per fondare la Chiesa nascente, iniziò a parlare con loro prendendola alla lontana: “La gente, chi dice che sia il figlio dell’uomo?” quasi come se volesse prepararli alla successiva domanda che da lì a poco fece: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Fu un affondo spietato quello di Gesù ma Lui si stava rivolgendo ai suoi amici, a quelli con i quali aveva deciso di condividere il senso della Sua presenza su questa terra; con loro stava preparando il Regno di Suo Padre quaggiù, insomma quella domanda era giusto che venisse proposta proprio a loro. A quel punto Pietro, il capo dei pescatori, si fece avanti e, senza guardarsi intorno, senza alcun dubbio, svelò il “mistero della loro fede”: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”! Potrebbe capitare anche a noi di farci quella stessa domanda, o magari qualcuno ci chiederà ciò che Gesù domandò a Pietro; per rispondere, non baserà aver imparato i catechismi, conoscere i comandamenti, o aver partecipato ai riti prescritti, o fatto offerte, o essere stato/a una brava persona ma la conseguenza di un incontro che ci ha cambiato la vita. Avere fede non esonera dalle fatiche chi crede e soprattutto non regala nessuna garanzia di raggiungere il Paradiso. Credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio sarà molto importante ma nessuno di noi potrà illudersi di rifiutare di vivere il peso della Croce. Non dovremo aspettarci una vita fatta solo di soddisfazioni, di traguardi raggiunti, di applausi ma di vivere insieme a Lui la Sua volontà, qualunque essa sia.
PERDERE PER TROVARE
(dal Vangelo di Matteo 16, 21-27).
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
“Dio non voglia Signore, questo non ti accadrà mai” furono le parole pronunciate da Pietro dopo che Gesù rivelò ai discepoli del Suo viaggio a Gerusalemme dove verrà ucciso per poi risorgere. Nessuno di noi vorrebbe che un amico soffrisse e Pietro, all’udire il destino a cui sarebbe andato incontro Gesù, non poté che pronunciare quelle parole. Ma esse trasformarono l’amico in “scandalo” e non dovette essere semplice per Pietro ascoltarle; è evidente che per conoscere Gesù non basta aver fede, bisogna seguirlo con la precisa idea che la Sua compagnia implica avere spesso mani sporche, sudate e ferite. “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua” Il sogno di Gesù non è un corteo di persone che camminano sofferenti con la loro croce addosso. La croce nel Vangelo indica la follia di Dio: la Sua proposta agli uomini altro non è che il Suo progetto d’amore. Gesù detta le condizioni per seguirlo. Innanzitutto: rinnegare sé stesso. Il centro non potremo mai essere noi, se non riusciremo a liberarci dal nostro ego, non ci sarà mai spazio per Lui. Poi: ciascuno prenda la propria croce. Affermazione evangelica spesso fraintesa che sembra invitarci a subire passivamente le inevitabili croci della vita. Ma Gesù non dice “accetta”, dice “prendi”. Non chiede di subire ma di desiderare di cogliere attivamente ciò che incute timore. Croce, nel Vangelo, non è una malattia o una disgrazia ma la sintesi dell’intera vita di Gesù: La vocazione di chi sceglie di seguire Gesù non sarà mai il martirio ma vivere una vita di speranza, facendo del bene. Per restare con Lui dovremo mettere nella nostra bisaccia “soltanto” tutto l’amore che possediamo e partire, consapevoli che ogni amore ha il suo prezzo da pagare. Infine: seguirlo. Prendere su di sé la propria vita, solo così prepareremo il Regno di Dio sulla terra curando sé stessi, gli altri ed il creato. Prima o poi arriveranno i giorni del viaggio a Gerusalemme, Gesù li affronterà scegliendo di non assomigliare ai potenti del mondo: il potere vero è servire. Lui è venuto a portare la supremazia della tenerezza, e i poteri del mondo saranno impotenti contro di essa. Solo chi perderà la propria vita, la troverà. Ci hanno insegnato a pensare con preoccupazione alle cose che perderemo ma così non è. La sfida non sarà decidere cosa perdere ma cercare e trovare sé stessi. Perdere per trovare: solo se doni ti arricchisci e, se accumuli ti impoverisci. Diventeremo ricchi solo di quello che abbiamo donato.
MA IO, QUANTO CI GUADAGNO?
(dal Vangelo di Matteo 18, 15-20).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Oggi il Vangelo ci parla di ciò che è diventato il denominatore comune che principalmente ispira ed alimenta l’informazione, le relazioni e i rapporti tra le persone: l’errore; naturalmente quello che commettono gli altri. L’errore emerge a seguito di un giudizio (o di un pregiudizio). Diventerà decisivo per noi tutto quello che ci capiterà dopo, perché dovremo scegliere se comprendere o condannare per sempre colui che lo ha commesso. “Se un tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ ed ammoniscilo fra te e lui solo, se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano o il pubblicano”. Gesù, come sempre ci indica la strada, un percorso intriso di umanità, di vicinanza, di comprensione in cui la persona e la relazione diventano i protagonisti. Percorrere questi sentieri diventerà realmente complicato; credo di non essermi accorto che una delle principali mie occupazioni è diventata quella di attendere che gli altri sbagliano per poter scaricare su di loro le colpe, diffondendo notizie per poi mettere alla gogna coloro che ritengo colpevoli. Parliamone guardandoci negli occhi, magari sorseggiando un caffè o mangiando una pizza, riscoprendo la bellezza e la serenità di incontrarci da soli e se non dovesse risolversi, chiediamo aiuto ad altri amici, le loro parole ci potranno liberare dalle emotività di un incontro a due e soprattutto avremo la possibilità di ascoltare altri punti di vista. Poi la comunità, se essa è il posto che frequentiamo, dove parliamo, ascoltiamo, preghiamo, sarà il luogo dove naturalmente si creeranno le condizioni per ricominciare. Infine, se tutte queste attenzioni dovessero rivelarsi vane, allora il Vangelo ci indica la possibilità di prendere le distanze. La bellezza di questo cammino e che non saremo da soli a compierlo. Esso è ricco di possibilità, di speranza, di voglia di stare insieme: “Perché dove sono riuniti due o tre nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Prima di perdere qualcuno per strada, Gesù ci invita a provarle tutte con ostinazione e fermezza ma ci ricorda anche che ognuno di noi è protagonista del proprio destino: o decidiamo di camminare dietro di Lui o percorreremo altri sentieri; non per questo smetterà di amarci. Se vorremo costruire il Regno di Dio quaggiù non dovremo mai chiederci: ma io, quanto ci guadagno?
PERDONARE PER CHIEDERE PERDONO
(dal Vangelo di Matteo 18, 21-35).
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Nella parabola, troviamo due atteggiamenti differenti: quello di Dio che perdona sempre, e quello dei noi uomini e donne che perdoniamo quando ci pare. Nell’atteggiamento divino la misericordia ispira e guida la giustizia, mentre in quello umano permettiamo che prevalga la giustizia come ciascuno di noi la intende. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; c’è bisogno di quell’amore misericordioso, che probabilmente non riusciamo a decodificare ed a vivere. Forse, non ci convince l’amore incondizionato e “per sempre” di un Dio che ci perdona perché ci ama. A volte attribuiamo questa difficoltà alla lontananza di un Dio mai visto al quale bisogna credere per fede. Per concedere perdono non bisogna aver paura né di esporsi, né di soffrire, né di diventare gli zimbelli del villaggio. La parabola di oggi ci aiuta a cogliere in pienezza il significato di quella frase che recitiamo nella preghiera del Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Queste parole contengono una verità decisiva. Non possiamo pretendere per noi il perdono di Dio se non concediamo a nostra volta il perdono al prossimo. Per imparare a perdonare dovremo prendere come riferimento il Suo perdono, smetterla di odiare, cacciare via dalla nostra vita il rancore e l’invidia. Se non ci sforziamo di perdonare e di amare, come pensiamo di poter chiedere perdono a Dio delle nostre debolezze? Affidiamoci, ancora una volta alla materna intercessione della Madre di Dio: Lei ci aiuterà a renderci conto di quanto Dio ci ama, e a ricordarlo sempre, così da avere il cuore aperto alla misericordia e alla bontà.
MEGLIO PRIMO O ULTIMO
(dal Vangelo di Matteo 20, 1-16).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Mi piace identificare questa parabola come quella “delle misure”: c’è chi inizia a lavorare prima, chi dopo, ci sono quelli che ricevono di più e quelli che intascano di meno ed infine, i primi e gli ultimi. Questa modalità di interpretare le parole di Gesù inevitabilmente può condurre alla conclusione che il padrone della vigna abbia fatto un torto ad alcuni e favorito altri. Insomma, misurando ciò che accade abbiamo la possibilità di capire se stiamo andando nella direzione giusta ma, se ci limitiamo soltanto ad una fredda interpretazione dei “numeri” corriamo il rischio di non saperci più accorgere che deve essere l’umanità a caratterizzare la nostra vita. Quel giorno, alcuni operai erano rimasti sulla piazza del mercato ed avevano probabilmente perso ogni speranza di lavorare; la giornata era oramai stata persa ed invece qualcuno credette ancora in loro. Un imprenditore attento solo al guadagno non avrebbe mai assoldato operai solo per l’ultima ora della giornata di lavoro; che senso avrebbe avuto far lavorare operai solo per un’ora? Eppure, anche quando ci sembra di poter fare “poco”, ne vale sempre la pena. Abbiamo sempre la possibilità di trovare un senso se vogliamo, perché Dio ama la nostra vita. Infatti, l’originalità e la generosità di questo padrone si coglierà soprattutto alla fine della giornata, al momento della paga. Per il padrone della vigna, cioè per Dio, è giusto che ognuno abbia ciò che è necessario per vivere, non per sopravvivere. Lui chiamò i lavoratori personalmente, conosceva di ciascuno la dignità, i bisogni e in base ad essi li pagherà. E dà a tutti un denaro. Il racconto dice che gli operai della prima ora rimasero delusi: non riuscirono a cogliere la bellezza del gesto del padrone, che non fu ingiusto, ma semplicemente generoso, non guardò solo al merito, ma anche al bisogno. Dio vuole dare a tutti il suo Regno, cioè la vita piena, eterna e felice. E così fa Gesù con noi: non fa mai graduatorie a chi gli apre il cuore dona tutto sé stesso.
VERO O FALSO
(dal Vangelo di Matteo 21, 28-22).
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni, infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Forse ci stiamo convincendo che per ottenere successo bisogna soltanto saper “apparire” e che chi è bravo ad “apparire” ha una marcia in più di tutti; insomma, saper apparire è la strada che ci farà arrivare primi ai traguardi che ci interessano. Quando il padre chiese al secondo figlio di andare a lavorare nella vigna, egli non ebbe dubbi e gli rispose subito di “si” ma poi non lo fece. Quanta immediatezza, sicurezza, tranquillità c’era in quel “si” che apparentemente accontentò il padre e rese obbediente il figlio agli occhi del mondo. Di questi tempi i “si” piacciono tantissimo e finiscono per costituire l’essenza di una relazione, certificano la solidità di un’amicizia e la tranquillità di poter immaginare che “andiamo d’accordo su tutto”. La strada da percorrere insieme ad un altro è lunga soprattutto per chi crede nell’eternità degli affetti e non può ridursi soltanto al consenso che spesso si trasforma nel timore di dire dei “no”, atteggiamento che potrebbe diventare l’anticamera della tossicità in un rapporto affettivo. L’apparenza ci basta? A volte ci accontentiamo anche perché è rassicurante, presuppone una buona notizia e con i tempi che corrono non è cosa da poco. Credere a ciò che appare, purtroppo non diventa più una scelta tenuto conto della ubriacatura di immagini e di notizie che vengono continuamente inviate ai nostri neuroni; non abbiamo più voglia e tempo di fermarci per incontrare i nostri pensieri; una sosta permetterebbe agli altri ci passarci davanti. Il figlio che si pente e che poi va a lavorare nella vigna non appare ma farà la volontà del padre; è evidente che a lui non interessano i likes ma la sostanza. Noi chi scegliamo; chi prende gli applausi o chi suda? Gesù ce lo chiede espressamente: “Che ve ne pare?”, non possiamo non rispondere. C’è bisogno che ognuno di noi impari al più presto a distinguere il vero dal falso, consapevoli che quando ci capiterà di fare queste scelte sarà solo compito nostro.
BISOGNA CREDERCI
(dal Vangelo di Matteo 21, 33-43).
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Molti vigneti in Israele venivano affidati dai proprietari ai contadini, da ciò Gesù trae spunto per raccontare un episodio drammatico della storia della salvezza. Dio ha scelto Israele come sua vigna, si è preso cura di lei, l’ha piantata, l’ha curata e protetta affinché l’uva coltivata potesse trasformarsi in vino della gioia. Ma Israele non ha portato frutto ed è diventata una vigna selvatica, dando vita a una storia ferita, di infedeltà, di rifiuti, di tradimenti e violenza. Questa realtà storica non è molto distante da quella contemporanea. Gesù parla ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani, che stanno per condannarlo a morte. Costoro, prima spensero la voce dei profeti ed ora, stanno per cacciare dalla vigna il Figlio che Dio ha inviato per condannarlo ed ucciderlo. Così è anche la nostra storia personale ed ecclesiale. Dio, dopo averci creato ed essersi preso cura di noi, ha affidato tutto alle nostre mani: la Chiesa, la vita, le scelte che facciamo, le persone che incontriamo, tutto ciò che ci circonda. Possiamo scegliere di custodire, di amare, di far germogliare la vita, oppure essere come quei contadini: impossessarci della vigna, spegnere la voce profetica del Vangelo e di coloro che lo annunciano, “cacciare fuori” Dio stesso e, così fare della vigna un luogo di sopraffazione, egoismi, rancori, violenze: come sempre, dipende tutto da noi! Tuttavia, la parabola volge alla speranza: la pietra che voi avete scartato è diventata pietra fondamentale, dice Gesù. Egli sarà ucciso, eppure da quel respiro rotto sulla croce inizia una storia nuova di resurrezione. Questo è il miracolo dell’amore di Dio: dallo scarto, incredibilmente Egli inizia qualcosa di nuovo, dalla debolezza costruisce una storia di salvezza. Anche quando l’amore è ferito e tradito, Dio non si arrende. Tenta di nuovo, si fida ancora di noi, ci consegna ancora Suo Figlio e — davvero “folle” questo Padre — “lo mette” nelle nostre mani. E se anche ci sembra che il Vangelo non germogli, in tante situazioni di vita personale e sociale, in realtà, pur in mezzo ai fallimenti, Dio fa cose grandi. Dalle pietre scartate della nostra vita, dai fallimenti, dai cedimenti, dalle debolezze, dalle paure che ci abitano dentro, Gesù ci chiede di iniziare una vita nuova. E per ogni volta che, con la nostra vita appesantita e ferita, ci sentiremo “pietre di scarto”, ricordiamo le parole di don Tonino Bello: «Da quando Gesù è stato sconfitto sulla croce nell’emarginazione più nera, anche gli scarti dell’umanità sono diventati polvere di stelle». Bisogna crederci fino alla fine.
LA SALVEZZA DIPENDE SOLO DA NOI
(dal Vangelo di Matteo 22, 1-14).
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Il Vangelo oggi ci parla di un re che prepara un banchetto di nozze per suo figlio. È un uomo potente, ma è soprattutto un padre generoso, che invita a condividere la sua gioia: la festa di nozze di suo figlio. E’ un gesto che rivela la bontà del suo cuore nel fatto che non costringe nessuno, invita chiunque, non divide ma include, non scarta e tratta tutti allo stessa maniera, anche se questo suo modo di fare lo espone alla possibilità di un rifiuto: rischia! Infatti, prepara un banchetto, offrendo gratuitamente un’occasione di incontro, di festa. Questo è ciò che Dio prepara per noi: un banchetto, per essere in comunione con Lui e tra di noi. E tutti noi, siamo dunque gli invitati di Dio ma probabilmente non riusciamo a convincerci che ciascuno, per il solo fatto di essere nato sarà amato sempre e resterà sempre al centro del Suo progetto di amore. Ma un banchetto nuziale richiede da parte nostra il tempo e la voglia di partecipare, richiede il nostro “sì”: Lui ci invita ma ci lascia liberi come sempre di scegliere. Questa è la Sua proposta, ecco il tipo di relazione che il Padre ci offre: ci chiama a stare con Lui, lasciandoci la possibilità di accettare o negarci. Non ci propone un rapporto di sudditanza, ma di paternità e di figliolanza, che necessariamente è condizionato dal nostro libero assenso. Dio è molto rispettoso della nostra libertà e non ha mai imposto nulla a nessuno. “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te” – Sant’Agostino. E non certo perché non ne abbia la capacità – è onnipotente! – ma perché, essendo amore, rispetta fino in fondo la nostra libertà. Forse è giunto il momento di realizzare che la nostra salvezza non dipende da Dio ma da noi. Quando siamo nati non eravamo vestiti, sarà nostro compito decidere se acquistare l’abito nuziale, indossarlo e soprattutto se partecipare ogni giorno al banchetto preparato per noi da Dio.
APPARTENERE E’ UNA SCELTA
(dal Vangelo di Matteo 22, 15-21).
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»
La nostra riflessione. A cura di Luigi Mollo
Eccoli, sono ancora loro: farisei ed erodiani che cercano di tendere a Gesù dei tranelli per poterlo smascherare agli occhi della gente o accusare e condannarlo. La presenza di quell’uomo, aldilà di qualsiasi opinione era oramai diventata fastidiosa perché con le Sue parole sapeva accendere le vite di chi incontrava. Questa volta, l’interesse degli interlocutori di Gesù ricadeva su una piccola moneta che però a volte finisce per diventare uno stile di vita e rappresenta il mezzo per possedere ed ottenere ciò che si desidera. Infatti, alcuni di noi ritengono che “con i soldi si può acquistare tutto” e quindi “tutto può essere prezzato” insomma, uomini e donne vengono asserviti al soldo. Questo assurdo comandamento ci è stato e ci viene propinato continuamente, la storia dell’umanità è ricca di gente che hanno venduto la loro anima a Satana. Noi siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, nel nostro cuore non potrà esserci mai spazio per nessuna altra immagine, a meno che non dovessimo decidere di appartenere ad altro/i che non sia il Padre nostro che ci ha voluti e che ci ama. Il denaro non è il Demonio! Gesù, allevato garzone nella bottega di Giuseppe lo sapeva bene ed anche noi sbaglieremmo a pensare ai soldi solo come strumenti del male. Ogni uomo o donna ha diritto di vivere una vita dignitosa e priva di soggezioni e questo è possibile anche perché chiunque deve avere la possibilità di procurarsi onestamente il giusto per vivere: i soldi sono e devono restare uno strumento e non possono rappresentare l’unico obiettivo della nostra esistenza. L’uomo non dovrà mai essere “misurato” da quello che possiede! L’immagine incisa sulla moneta che Gesù mostrò ai suoi adulatori era quella di Cesare; pertanto, la risposta a quella domanda tendenziosa divenne semplicissima: rendetela a Cesare. Insomma, è giusto pagare le tasse ma l’umanità non potrà mai essere a servizio del denaro. Noi, come Gesù, siamo uomini che vivono nel tempo che ci è stato donato e non possiamo non tener conto di tutto quello che capita accanto a noi o lontano da noi: siamo nati per essere testimoni di Dio in un posto dove sceglieremo di vivere per quanto il Signore vorrà. Come dicevo, l’uomo appartiene a Dio e non potrà mai esserci prezzo per ciò che non è in vendita; chi invece la pensa diversamente si pone inequivocabilmente nel campo di Satana, il più grande commerciante di anime; egli agisce come fecero i farisei e gli erodiani, adulandoci per conquistare la nostra fiducia per poi proporci di vivere i nostri piaceri a poco prezzo. Bisognerà restare svegli e scegliere da che parte stare perché non basterà solo essere nati ad immagine e somiglianza di Dio: bisognerà sceglierlo.